I tratturi tra cielo e terra

Quando nel 1447, per volontà di Alfon­so I d'Aragona, viene costituita legalmente la Dogana per la Mena delle pecore in Puglia, e quando, nel 1470, viene accordato ai locati (cioè ai proprietari di armenti che si servivano delle vie tratturali e dei pascoli ricadenti sotto la sovranità del regno) l'auspicato privilegio di servirsi, per tutte le controversie che potevano insorgere, dei magistrati della Dogana (la quale, dopo un primo periodo di avvio, era stata trasferi­ta dalla sede di Lucera a quella di Foggia), l'attività armenti zia, e la sua vita transumante, avevano raggiunto dimensioni di grande importanza.

È vero che gli editti di Alfonso I risalgono al 1447, ma già nel 1402, come rileva Sereni 14, intervengono in altre realtà misure e disci­plinamenti fiscali per regolare l'attività armentizia nell'Agro Romano, così come, con l'espandersi dell'allevamento e della transumanza, si hanno processi di razionalizzazione e consolidamento che vanno « dai latifondi siciliani ai corsi calabresi ».
Certo, il fatto più corposo è quello che riguarda le relazioni tra l'Abruzzo e il Tavoliere delle Puglie. Abbiamo già detto che la materia ha interessato enormemente pensatori e studiosi nelle diverse epoche e che, talvolta, ci si trova finanche di fronte a delle insospettate conclu­sioni che possono apparire vere e proprie curiosità intellettuali. 
 

Italo Palasciano - per citarne una - in una sua pregevole pubblica­zione 15, nel collegare la pratica della transumanza all'entità dei Tratturi, cita una curiosa conclusione cui perviene lo studioso Aldo Tavolaro. Questi, riferendosi alle misure dei Tratturi e alle "correlazioni cosmiche ed astronomiche che gli antichi usavano inserire nell'architettura sacra e profana", così scrive:
I nostri antenati, dai più remoti ai meno remoti, nel rispetto di una sorta di culto che avevano per la terra e per il cielo, usavano inseri­re nelle costruzioni che effettuavano, delle miniaturizzazioni cosmiche. Che vuoI dire? VuoI dire che quando costruivano chiese, castelli o anche palazzi civili, inserivano nella loro architettura delle misure che rappresentavano sottomultipli decimali di valori geografici. Ad esempio il raggio o il diametro terrestri, ovvero la lunghezza di un grado del parallelo su cui sorgeva il manufatto. Un esempio. Sappiamo che l'Equatore terrestre è lungo 40.000 chilo­metri, che è una circonferenza e che una circonferenza misura al centro un angolo di 360 gradi. Se quindi dividiamo 40.000 chilo­metri per 360°, avremo che un grado è lungo 111 chilometri. Nel Medioevo i costruttori di cattedrali gotiche, allorché costruivano una cattedrale, davano alla navata una lunghezza che rappresenta­va la millesima parte di un grado parallelo geografico su cui la cat­tedrale sorgeva. Se avessero costruito quindi una cattedrale all'E­quatore la lunghezza della navata sarebbe stata di 111 metri, ossia la millesima parte della lunghezza di un grado. A conferma di ciò ricordo che la città francese di Chartres sorge alla latitudine di 480 26' e che un grado di quel parallelo è lungo circa 74 chilometri. 
La navata di quella cattedrale è di m. 72. Gli esempi possono con­tinuare con la cattedrale di Amiens, di Reims, col Salone della Ragione di Padova, con la Galleria degli Specchi della regia di Versailles, ecc. Alla luce di quanto è stato brevemente detto, appa­re quanto meno singolare che la larghezza dei Tratturi fosse pro­prio di 111 metri, ossia la millesima parte non solo di un grado del­l'Equatore, ma anche di un qualsiasi meridiano terrestre Ci cerchi passanti per i poli); e poiché i Tratturi attraversano diversi paralle­li, scendendo e salendo lungo i meridiani, appare logico che il rife­rimento cosmico privilegiasse il meridiano rispetto al parallelo proprio nello spirito itinerante del mutare di latitudine lungo assi meridiani.

 
Saranno stati proprio questi calcoli a determinare esattamente in 111 metri la larghezza dei Tratturi? Non è da escludersi; e ciò anche perché, pur essendo fiorita un'abbondante letteratura sull'argomento, nessun autore ha fornito finora una ragione plausibile del motivo per cui la larghezza dei Tratturi fosse stabilita esattamente in 111 metri, cioè "60 passi napoletani".
È noto anche che una ricca articolazione delle vie secondarie indica nei Tratturelli larghezze varianti tra i 37, i 27 e i 18 metri. È lungo que­ste vie che si svolge uno dei più imponenti traffici che 1'allevamento ovino conosca. Si tratta dello spostamento di oltre 3 milioni di pecore le quali scendevano nei pascoli del Tavoliere di Puglia nella obbligata data del 15 di ottobre. Ma un mese prima, cioè il 15 settembre, gli armenti si mettevano in cammino dalle contrade d'Abruzzo e ogni anno, per un mese, attraverso i Tratturi, si ripeteva puntualmente, fra travagli di ogni genere, quel che racconta il pastore-poeta Cesidio Gentile, pro­postoci dal Croce, il quale, dopo aver ricevuto dal padre novantenne "l'uncino in mano" e l'incitamento a camminare e camminare, ripensa  le parole e il pianto della madre che ha lasciato a Pescasseroli. "Allora" dice con ira Cesidio, "io mi misi a gridar forte", e aggiunge che lui, "miserabile pastore", bestemmiò contro Alfonso d'Aragona, contro

... il re cristiano
che della Puglia a noi ci aprì le porte.

Questa ira che montava tra indicibili sofferenze materiali e morali, accompagna il pastore per altri 8 mesi, cioè fino all'inizio di giugno, quando, secondo i disposti della Dogana, le greggi dovevano transuma­re a ritroso per andare a godere, nei mesi estivi, degli abbondanti pasco­li delle valli, delle colline e dei monti abruzzesi. Gli spostamenti _ come abbiamo già ricordato - seguivano un sistema di vie sulle quali, per importanza e consistenza, primeggiava quella nota come il Tratturo del Re, che dall'Aquila porta a Foggia. Questo Tratturo è lungo poco più di 243 chilometri e raggiunge Foggia attraversando i seguenti comuni:
L'Aquila, Barisciano, Poggio Picenze, San Demetrio de' Vestini, Prata d'Ansidonia, San Pio delle Camere, Carapelle Calvisio, Navelli, Cape­strano, Chieti, Bucchianico, Villamagna, Vachi, Giuliano Teatino, Canosa Sannita, Arielli, Frisa, Lanciano, Mozzagrogna, Santa Maria Imbaro, Fossacesia, Torino di Sangro, Casalbordino, Vasto, San Salvo, Montenero, Guglionesi, Termoli, San Giacomo, Porto Cannone, San Martino in Pensilis, Campo Marino, Chieuti, Serra Capriola, San Paolo Civitale, San Severo.
Segue il Tratturo Celano-Foggia lungo 207 chilometri, il quale, interessando inizialmente un lungo tratto della zona a nord del Fucino, raggiunge Foggia attraverso i seguenti comuni: Celano, Aielli, Cer­chio, Collarmele, Goriano Sicoli, Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo,  Raiano, Pratola Peligna, Prezza, Sulmona, Pettorano sul Gizio, Rocca Pia, Roccaraso, Rivisondoli, Castel di Sangro, San Pietro Avellana, Vasto Girardi, Carovilli, Agnone, Pietra Abbondante, Bagnoli, Salcito, Tri vento, Lucito, Castel Bottaccio, Morrone, Ripa Bottoni, Sant'Elia Pianisi, Bonefro, San Giuliano, Casal Nuovo, Casal Vecchio, Lucera.
 
Il Tratturo Pescasseroli-Candela lungo 211 chilometri, correndo per un tratto lungo il fiume Sangro, raggiunge Foggia attraverso i seguenti comuni: Pescasseroli, Opi, Civitella Alfedena, Villetta Barrea, Barrea, Alfedena, Scontrone, Castel di Sangro, Rionero Sannitico, Forlì del Sannio, Isernia, Miranda, Pettoranello, Castel Petroso, Sant'Angelo in Grotta, Cantalupo, San Massimo, Boiano, San Paolo Matese, Campo­chiaro, Guardiaregia, Sepino, Morcone, Santa Croce, Cerce Maggiore, Circella, Reino, Pescolamazza, San Marco Cavoti, San Giorgio Molaro, Buonalbergo, Casalbore, Montecalvo, Ariano, Villanova, Zungoli,  Monteleone, Anzano, Rocchetta, Sant'Agata.
 
Per restare alle vie erbose che interessano i territori abruzzesi, va anche considerato il Tratturo che da Castel di Sangro conduce alla prima sede della Dogana, cioè a Lucera. È questo un Tratturo breve, lungo 127 chilometri, il quale, collegando Castel di Sangro a Lucera dove si immette nel più importante Tratturo Pescasseroli-Candela, ha quasi la funzione di un raccordo interno. Esso infatti, lasciando Castel di Sangro ed entrando subito nel Molise, tocca nell'ordine Rionero San­nitico, Forlì del Sannio, Roccasicura, Carovilli, Pescolanciano, Chiauci, Civita Nova, Duronia, Molise, Torella, Castropignano, Oratino, Campo­basso, Ripa Molisana, Campo di Pietra, Toro, Pietracatella, Gambatesa, Tufara, San Bartolomeo, Celenza, Marco La Catula, Volturara, Motta Monte Corvino, Volturino, Alberona, Lucera.
 
Come abbiamo accennato sopra, a queste vie principali sono colle­gati una serie di Tratturelli e di Bracci. Essi erano finalizzati a due esi­genze fondamentali: i brevi spostamenti interni a fini immediatamente pascolativi e i brevi spostamenti per immettersi nei grandi Tratturi.

Notevole importanza avevano, invece, le vaste aree denominate Riposi. Erano, questi, una sorta di stazioni dove le greggi, il bestiame da lavoro e il personale che le accompagnavano, non solo potevano tro­vare qualche giorno di sosta, ma nelle quali si svolgevano importanti mansioni cui partecipava una sperimentata équipe di addetti con compi­ti attentamente selezionati: erano pastori e pastoricchi, erano capi-mas­sari e sotto-massari; ed erano casari, butteri con cani da guardia, caval­li, muli, asini; erano un collettivo, in definitiva, che, lungo le vie trattu­rali, nei Riposi e nelle pianure del Tavoliere, badava alle greggi sia in termini di sicurezza, sia in termini di pascolo, sia in termini di raccolta e trasformazione dei prodotti.
 
I maggiori Riposi - dislocati lungo i Tratturi e situati in aree dove le greggi potevano trovare pascoli e acqua e dove i pastori potevano mon­tare le loro rudimentali attrezzature per ripararsi dalle intemperie e accudire alle loro faccende - nella rete tratturale che si diramava verso il nord e verso il sud del Tavoliere, erano ben 9 e precisamente quelli denominati Casale, Taverna del Piano, Carro o Sequestro, Colle della Guardia, Casanicola, Santa Margherita, Casalbore, Colapazzo, Arneo.
Questo sistema di vie, attraversamenti e sedi di stazzi e di Riposi. era finalizzato al sogno di Alfonso I d'Aragona di risollevare le sorti del regno che sotto il dominio degli Angioini era fortemente decaduto: la valorizzazione della pastorizia fu uno dei maggiori impegni, tenendo conto, tra l'altro, di quanto suggeriva la storia passata circa la vocazione al pascolo delle estensioni che andarono poi a formare il Tavoliere e circa le consuetudini che nei secoli si erano consolidate. Sappiamo, del resto, che Varrone ci ha tramandato informazioni interessanti di come la transumanza e l'uso dei pascoli venivano regolati durante l'età repubbli­cana. Per "passare" e pascolare in Puglia, i proprietari di pecore dove­vano pagare ai funzionari della Repubblica un cosiddetto vettigale rapportato al numero dei capi ovini.
 
E' sulla base di questo precedente fiscale che, quando nel 1447 viene costituita la Dogana per la Mena delle pecore in Puglia, e viene fissato giuridicamente il principio della vendita del diritto al pascolo, il vettigale diviene l'imposta, cioè la fida, che il Locato (cioè l'affittuario) deve pagare al doganiere il quale ultimo, per decisione del regnante aragonese, viene affiancato da altri tre funzionari: 2 credenzieri per la riscossione dell'imposta e un uditore per decidere su eventuali contestazioni o giudicare possibili reati.
 
Nell'ambito degli editti che regolavano l'attività della Dogana di Foggia e nell'ambito delle istruzioni del 1590 e del 1598 emanate sotto il regno di Carlo III Borbone - istruzioni che amministrava il luogote­nente del regno che risiedeva in Abruzzo - gli allevatori abruzzesi gode­vano di un certo privilegio dovuto alla istituzione della Doganella d'A­bruzzo. Questa, suddivisa in una serie di locazioni a cui facevano capo più poste (la più nota è quella detta Posta di Atri) e in regii stucchi (denominazione che vuole assimilare concettualmente più materie con cui nel '500 si componevano gli stucchi) aveva, quali compiti principa­li, sia quello di accorpare e disciplinare i pascolativi, sia quello di regolare l'ingresso delle greggi nei pascoli abruzzesi (provenienti dal Lazio, dall'Umbria e dalle Marche) e delle greggi costituite dalla più pregiata varietà ovina abruzzese detta "gentile d'Abruzzo", verso la quale già si indirizzavano criteri di tutela e di valutazione.
 

    Romolo Liberale

Note
14 Op. cito
15 Le lunghe vie erbose, Il Cavallino, Lecce 1981.
 

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