Il Dialetto e l'amore per la propia Terra
La Tradizione di un popolo non si limita solo alle canzoni d'epoca, alle scene spettacolari, ai balli antichi, ai costumi e a tante altre manifestazioni del tempo passato.
Oggi si va sempre più diffondendo, in tutti i ceti sociali, l'abitudine di parlare in italiano in famiglia e con gli amici. I fatti, gli aneddoti e le battute, tramandati per secoli, attraverso generazioni e generazioni, nel dialetto locale, vengono raccontati in italiano, a scapito della genuinità, della schiettezza e della vivacità.
Oggi si va sempre più diffondendo, in tutti i ceti sociali, l'abitudine di parlare in italiano in famiglia e con gli amici. I fatti, gli aneddoti e le battute, tramandati per secoli, attraverso generazioni e generazioni, nel dialetto locale, vengono raccontati in italiano, a scapito della genuinità, della schiettezza e della vivacità.
Si abbandona il gergo locale, considerato, a torto, umiliante retaggio dei tempi della miseria, della pizzaróscia, delle braghe con le pezze, delle chióchie, dell'andare pe lléna, della distinzione in caste e lo si sostituisce con l'italiano, visto come simbolo di promozione sociale e di un segno "parlato" che non siamo più povera gente, che non è più lecito, a chiunque, definirci cafoni. È un concetto errato.
Rinunciare al dialetto significa ripudiare secoli di cultura locale, di tradizioni, di sagge locuzioni trasmesse dagli antenati. Significa perdere un inestimabile patrimonio di metafore, similitudini, modi di dire, frutto della fantasia popolare che quando crea le sue immagini, pittoresche e folgoranti, lo fa in dialetto.
Molte brave madri sono convinte che, sottraendo i figli al "contagio" del dialetto, essi possano imparare meglio l'italiano, ed è un'illusione. La conoscenza di una lingua (e il dialetto è una lingua, o meglio, una parlata, come è una parlata quella fiorentina, poi assurta a dignità di uso nazionale) non ostacola l' apprendimento degli altri linguaggi.
La vera ricchezza intellettiva sarebbe quella di poter usare sia l'italiano sia il dialetto, passando dall'uno all'altro idioma con la stessa naturalezza e dizione dei bravi interpreti di lingue straniere. Il dialetto locale, generoso donatore di saggezza e di esperienze, è l'unica lingua dei nostri pensieri. E' la figurazione fedelissima delle abitudini e dei costrumi, delle idee e delle nostre passioni.
E' di gran lunga preferibile assistere ad uno spettacolo folkloristico, il quale rilassa le menti, fa cultura e divertimento, ascoltare i cori le cui voci avvincono e penetrano nell'intimo, leggere delle poesie in vernacolo, presenziare alla recita di una commedia dialettale che guardare i film melensi americani, trasmessi in gran quantità, dalle T.V. nazionale e commerciali, dove i bambini usano il linguaggio degli anziani e questi hanno la mentalità dei bambini. E non parliamo, poi, di quelli, orribili, del crimine che sono irritanti, fastidiosi ed istigano alla delinquenza e alla violenza.
Viviamo nell'era dell'informatica, con l'assunzione nel vocabolario italiano e sulla quotidianità dei giornali di moltissime parole straniere. E' vero che ciò è segno di progresso, di miglioramento, di universalità ma è altrettanto vero che non dobbiamo porre nel dimenticatoio quello che è stato il nostro trascorso: sarebbe una grave ingiuria all'intelletto e alla memoria dei nostri avi.
Nel contesto di queste importanti considerazione vogliamo proporvi una serie di contributi inediti e di grande interesse culturale e sociale che, nella loro integrità, costituiscono un grande valore aggiunto alle molte pagine già dedicate al dialetto presenti nel Nostro portale.
Il primo, scritto e curato dal prof. Dante Di Nicola, sono delle considerazioni sui "modi di dire" nell'ambito del "dialetto castellitto" (Castellafiume) che rappresentano parte integrante del nuovo libro sulla storia di Castellafiume di prossima pubblicazione; il secondo rappresenta uno stralcio del discorso fatto dal prof. Giovanni Tordone dedicato al dialetto ed al folklore della Valle Roveto tenuto a Civitella Roveto in occasione della Festa dell'Agape fraterna tra Abruzzo e Molise; il terzo e non per ordine d'importanza, sono delle sequenze video tratte dal video "Avezzane Mì" un documentario per ricordare l'opera di Giulio Lucci, in arte "Ellegì", un grande culture del dialetto avezzanese e un grande amore per la propria terra, ma soprattutto un uomo che attraverso i suoi scritti, i suoi personaggi, il suo umorismo pungete, hanno tracciato un profilo della sua amata Avezzano, col tono tra ironico e malinconico che è proprio di uno che ha amato la sua terra e l'ha rappresentata, nelle luci e nelle ombre, in ogni suo aspetto, fosse quello minuto e quasi insignificante delle strade sporche e dei marciapiedi dissestati, fosse quello, più serio e impegnativo, dello sforzo compiuto da molti di far diventare Avezzano "provincia".
Questo per testimoniare l'inscindibile legame che c'è tra dialetto, tradizioni e amore per la storia del proprio paese.

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VIDEO CORRELATI
Per la visione del filmato è raccomandata una connessione a banda larga.
Click su play per avviare la riproduzione.
( I video sono tratti da "Avezzane Mì" La storia di Avezzano negli scritti di Ellegì )
L' vin'
Da "La Rempatriata di Angelo De Bernardinis con Ellegi,
Nicoletta Petrella e Gennarino Cianciarelli"
L'amore per Avezzano
















