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Ignazio Silone e Gabriele D'Annunzio su "Mosaico italiano" rivista brasiliana.

Ignazio Silone e Gabriele D'Annunzio sono stati scelti come protagonisti dell'inserto "Mosaico Italiano" della rivista mensile "Comunità italiana" edita in Brasile. La nostalgia per la terra d'orgine, si sa, per gli immigrati è tanta e allora ci pensa il web e i giornali a farli sentire più vicini all'Abruzzo.

Così nel numero di settembre di "Mosaico italiano" gli immigrati abruzzesi hanno potuto leggere un servizio speciale dedicato a due nostri conterranei doc: Silone e D'Annunzio. Uno dell'entroterra marsicano, l'altro originario della costa, Silone e D'Annunzio sono stati denominati nel titolo "Così vicini, così lontani". Seppur entrambe abruzzesi infatti i due letterati hanno avuto una formazione i culturale diversa e una carriera completamente opposta, anche se sono stati tutti e due incompresi dalla critica del loro tempo.

Sia del vate pescarese che dello scrittore di Pescina sono stati scritti sulla rivista edita a Rio de Janeiro contributi interessanti sotto il patrocinio dei Dipartimenti di Italiano delle Università pubbliche brasiliane e a cura dell'Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. Di D'Annunzio è stata pubblicata, tra i tanti articoli, una lettera indirizzata dal poeta ad un'amica italo francese, forse Elena Goldschmidt-Franchetti, recentemente apparsa sul mercato dell'antiquariato e acquistata da un collezionista che ha consentito di renderla pubblica.

Per Silone invece, tra i vari contributi apparsi, spicca sicuramente quello di Vittoriano Esposito, uno dei maggiori studiosi dell'opera siloniana, intervistato da Patricia Peterle. A completare i tanti articoli scritti dai vari studiosi su D'Annunzio e Silone "Mosaico Italiano" ha poi incluso un ricco apparato di fotografie, custodite nell'archivio museo di "I.Silone" di Pescina e concesse dai dirigenti del Centro Studi del paese.

Riportiamo di seguito l'intervista di Patricia Peterle a Vittoriano Esposito.

P.P. - Nell'incontro che abbiamo avuto nel mese di gennaio, in Italia, lei ha detto che Silone definiva le sue tematiche "apparentemente politiche", ma nella realtà erano "anti-politiche". In che modo tutta la sua produzione, sia letterale che intellettuale, dialoga con questa affermazione?

V.E. - L'uso del termine politico, in Silone, va inteso in un significato particolare, soprattutto perchè comporta l'accezione di anti-politico. Nelle sue battaglie contro le istituzioni sociali rientravano anche i partiti per come erano ufficialmente organizzati: con appositi apparati, sfere dirigenti, correnti ideologiche, tesseramenti e attivisti prezzolati. Ad un certo punto della sua vita, egli si schierò contro la cosidetta partitocrazia, contro gli schematismi troppo rigidi della ideologia, contro le strutture dogmatiche in politica così come nella sfera religiosa. Silone amava la libertà come spontanea circolazione delle idee. Sotto questo aspetto, senza dubbio, le sue opere erano essenzialmente poliche, anche quando sconfinavano nelle tematiche etico-religiose, sempre così strettamente collegate alle urgenze di rinnovamento storico-sociale.

P.P. Il cosidetto "caso Silone", in un certo modo, ha riportato sui giornali il nome e la figura di Ignazio Silone. Dario Biocca e Mauro Canali, i due studiosi che hanno accusato Silone di essere una spia della polizia politica fascista, hanno scritto articoli e libri che sono stati poi controbattuti da lei, da Giuseppe Tamburrano, da Noberto Bobbio, da Indro Mondanelli e da tanti altri. Senza dubbio questa polemica nazionale che è diventata internazionale, è servita per rompere il "silenzio"che segna gli studi italiani su Silone. A che punto è questa polemica oggi in Italia?

V.E. Io sono solito distinguere un primo da un secondo "caso Silone". A mio parere Silone già nel dopoguerra, rientrato in Italia dall'esilio, costituiva un "caso" incomprensibile, più o meno paragonabile a quello di Verga e di Svevo, rivalutati in Italia dopo quasi cinquant'anni dalla loro morte. Critici di primo piano, come Petronio e Salinari, si rifiutavano perfino di leggerlo oppure sottovalutavano, d'accordo col verdetto di Togliatti, capo del Pc, che lo aveva definito un "rinnegato"per le vicende legate alla ben nota "uscita di sicurezza". Solo dopo la sua scomparsa (agosto 1978), si parlò dell'opportunità di rivalutarlo.

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