500 anni fa un cavaliere da Tagliacozzo

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Giovanni Capoccio da Tagliacozzo uno dei tredici italiani che contro altrettanti francesi a Barletta trionfarono il municipio su questa casa che fu culla secolare di tanta prosapia ad esempio ed orgoglio dei posteri a protesta d’irragionevole usurpazione questa lapide pose settembre 1888 (1)

Così recita l’iscrizione con la quale il comune di Tagliacozzo ricorda questo concittadino, protagonista di un episodio minore della storia d’Italia che, complice anche la rivalutazione operata nell’Ottocento dalla cultura risorgimentale, è ancora molto presente nella memoria collettiva. Cinquecento anni fa l’Italia consumava le sue ultime possibilità di restare indipendente e di favorire un processo unitario, ancora invocato da Machiavelli, ma nel quale Guicciardini, pochi anni dopo e con più realismo, non credette più. Cinquecento anni fa l’Italia esercitava una superiorità culturale e artistica in Europa: durante la straordinaria stagione dell’umanesimo rinascimento, avviata già due secoli prima, vennero predicati i valori dell’uomo nuovo, della civiltà moderna. “Eravamo il sole a mezzanotte”, ha scritto Indro Montanelli per figurare il primato dell’Italia a partire dal basso medioevo. Però l’economia entrava in crisi e la debolezza politica, conseguenza della divisione interna in molti stati, favorì l’ingresso di nazioni straniere, militarmente più forti.
 
Cinquecento anni fa, esattamente il 13 febbraio 1503, nella piana tra Andria e Corato, ebbe luogo la disfida di Barletta, tra cavalieri italiani e francesi, tredici per parte, quelli italiani comandati dal nobile Ettore Fieramosca di Capua. Nel trattato segreto di Granata, dell’ 11 novembre 1500, la Spagna si era accordata con la Francia per la spartizione del regno di Napoli: alla Spagna sarebbero andate la Puglia e la Calabria, alla Francia la Campania e gli Abruzzi. Successivi contrasti sull’interpretazione di quel trattato, in particolare per il riconoscimento dei confini pugliesi (la Francia pretendeva di far iniziare la Puglia al di là del fiume Ofanto, quindi a partire da Barletta) portarono i due eserciti a fronteggiarsi, attraverso numerosi scontri e provocazioni. Nella città assediata di Barletta, difesa dagli spagnoli, vennero condotti, come prigionieri, alcuni cavalieri francesi appena catturati. Durante una cena organizzata in loro onore e alla quale parteciparono anche cavalieri italiani (al servizio dell’esercito spagnolo) venne lanciato il guanto della sfida dai cavalieri francesi che non accettarono i complimenti del capitano spagnolo, ossia di essere messi sullo stesso piano di quelli italiani.
 
Una questione d’onore, tutto cavalleresco, e anche una scommessa di cento corone a testa portarono allo svolgimento della memorabile sfida, che consacrò vincitori, alla gloria dei secoli, i cavalieri italiani. Il Risorgimento (2) volle vedere nell’episodio una lontana origine di se stesso, la manifestazione di una coscienza nazionale che, però, maturerà più di tre secoli dopo. Anche Guicciardini (3), contemporaneo di quell’evento, lo interpretò come espressione di un sentimento di identità nazionale. Per Montanelli (4) quei cavalieri combatterono per onorare la propria professionalità di soldati (al servizio dello straniero), e per vincere la scommessa con i rivali francesi. Giovanni Capoccio apparteneva alla nobile famiglia romana dei Capocci, di antiche origini (V secolo d.C.): segni eloquenti dell’importanza di questa famiglia a Roma sono la via e le due torri, che portano il loro nome, nel rione Monti. Al tempo della memorabile sfida, nella quale si distinse valorosamente, egli era uomo d’arme della famiglia dei Colonna, titolari del ducato di Tagliacozzo, dove i Capocci avevano possedimenti e dove è possibile che Giovanni nacque, conservando fama di cavaliere romano (5).
 
Nel 1887 l’allora sindaco di Tagliacozzo, per smentire inequivocabilmente la rivendicazione delle origini del Cavalier Capoccio, avanzata dal comune di Spinazzola (BA) (6), volle esibire un vecchio catasto del 1653, nel quale il foglio contenente l’elenco dei beni allora appartenenti alla famiglia Capozio (che è la stessa cosa di Capoccio o Capocci) è preceduto da uno stemma che coincide con quello del cavaliere protagonista a Barletta (7). In questo modo si spiega la collocazione della lapide nel 1888 (in piazza Capoccio, sulla casa appartenuta a questa famiglia) e si comprendono le parole “a protesta d’irragionevole usurpazione”, estorte a un ferito orgoglio civico.

           Lucio De Luca

Note
1) Per una ricostruzione dell’episodio e degli eventi ad esso collegati, dei suoi protagonisti, vedi RUSSO, R., La Disfida di Barletta, Barletta, Editrice Rotas, 1993.
 
2) Come il romanzo di M. D’AZEGLIO, Ettore Fieramosca ossia la Disfida di Barletta, Pordenone, Ed. Studio Masi, 1992.
 
3) GUICCIARDINI, F., Storia d’Italia, libro V, cap. 13.
 
4) MONTANELLI, I., L’Italia della Controriforma, Milano, Rizzoli, 1971
 
5) Nessuna menzione di questo personaggio nel Dizionario Biografico degli Italiani, dove compaiono alcuni esponenti della famiglia Capocci.
 
6) Qui gli amministratori, nello stesso anno, gli avevano dedicato una via e posto una lapide sulla facciata del municipio.
 
7) ABIGNENTE F., La Disfida di Barletta e i tredici campioni, Trani, V. Vecchi, 1903.
 

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