La Dea Angitia tra storia e leggenda

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Recinzione muraria della città di Angizia-Anxa realizzata nel IV secolo a.C.

Poco prima di raggiungere il paese di Luco dei Marsi, all'altezza della chiesa della Madonna delle Grazie, è situato il centro marso di Angitia.

Le più antiche testimonianze risalgono al VII-Vl secolo a.C., ma l'area ebbe una sistemazione definitiva solo nella metà del IV secolo a.C. con la creazione dell'imponente cinta muraria in opera poligonale. La sistemazione urbanistica su terrazze poligonali digradanti verso il lago e la complessità delle opere difensive provano una funzione del centro non solo religiosa ma anche civile: in età arcaica e repubblicana Angitia dovette essere il centro principale dei Marsi, punto di incontro e di scambio delle varie comunità marse. Dopo la guerra sociale fu creato municipium e ascritto alla tribù sergia ed in età augustea compreso nella IV regione d'Italia; a questo periodo risalgono sistemazioni e restauri delle terrazze interne ed anche la realizzazione di edifici in opera incerta. 

In prima età imperiale ebbe successive sistemazioni (edifici in opera reticolata) e restauri della cinta muraria interna come sembra testimoniare una epigrafe ora perduta: Sex. Pacius. M[f] / et. Sex. Paccius. Ka [es. f] / quinq. murum. vet[ust...] / consumtum.a.solo.resti[t...] / ex.p.p.Angitiae. Dopo il prosciugamento romano del Fucino ebbe una espansione verso l'area dell'ex lago, ormai ridotto nella sua estensione, come sembrano confermare rinvenimenti avvenuti in passato (1). 

  

Probabilmente col grande terremoto del 364 d.C. il centro chiuse la sua vita con la distruzione di gran parte dell'impianto urbano e l'abbassamento di faglia che portò la parte bassa pianeggiante ad essere sommersa dal ritorno delle acque fucensi nel Vl secolo d.C. (2). Nell'alto medioevo sopravvissero dentro e fuori la cinta muraria due insediamenti che si chiamarono Penna e Luco; poi intorno al X secolo i benedettini cassinesi vi crearono, ai lati della chiesa di S. Maria di Luco e al disotto della Rocca, un grande convento che divenne poi prepositura e da cui dipesero numerose chiese della Marsica fra cui quelle poste "in Valle Marculana" (l'odierna Vallelonga) (3). La cinta muraria, una delle più interessanti dell'area fucense e in opera poligonale di III e IV maniera, si organizza in modo da raccogliere nel suo interno le sommità del Monte Penna e il piano (circonferenza circa 3 Km.): su di essa si aprivano almeno quattro porte di cui due sono ancora visibili. La prima, aperta nel settore sud-est, è presente sotto l'attuale cimitero ed è composta da un corridoio interno con incavo relativo al sistema di chiusura; la seconda, è riconoscibile sulla sommità minore del Monte Penna (quota 825), sul versante sud dove è uno dei tratti meglio conservati della cinta muraria. A 500 metri, sulla destra della strada che dal Cimitero porta alla provinciale, è un grosso terrazzo in opera cementizia su cui poggiava un grande edificio che utilizzava due pareti rocciose artificialmente adattate, su cui sono visibili grossi fori quadrati che alloggiavano i travi lignei relativi alle soffiature di almeno due piani. Nella parte pianeggiante e bassa dell'area cintata è stata individuata un'area sacra dedicata ad Angitia, dotata di un recinto proprio (temenos) e confermata da numerosi rinvenimenti di materiali votivi fittili e metallici oltre a monetazione (IV-III secolo a.C.) ed elementi fittili coroplastici relativi ad un rivestimento di edificio templare. Oltre questa area sacra, verso sud-est, è presente un vasto settore legato ad attività industriali con due interessanti fornaci databili al lll secolo a.C. (4). 

  

Nell'interno e sulla facciata della chiesa romanica di S. Maria delle Grazie, che la tradizione vuole edificata sui resti del tempio della dea Angitia, sono presenti materiali antichi costituiti da lastre figurate ed epigrafi che testimoniano la presenza di magistrature municipali (llllvir i d) e cariche religiose (Sergius Octavius Pontianus, pontefice municipale e console romano del 131 d.C.), oltre ad una lastra calcarea composta da una tabella rettangolare, con iscrizione funeraria di T. Peticius. L. f. Chirurgus, sovrastata da un fregio (mutilo) figurato con scene di guerra; cavalieri, uomini atterrati, forse riferibili a lotte fra Gallati e Romani (5). Le necropoli della città italica e poi romana sono situate nella parte pianeggiante a nord-ovest e sud-est del circuito murario. La prima nelle vicinanze della porta nord-ovest, sul "Corno della Penna" e a contatto della chiesa di Sancti Erasmi in Penna, dove era posizionato il mausoleo dedicato ai figli di T(ito). Peticius. La seconda fuori la porta orientale, prima e dopo il "Fossato", con tombe arcaiche (che hanno restituito un disco-corazza orientalizzante Vl secolo a.C.), di età repubblicana ed imperiale romana e nelle cui vicinanze sono stati rinvenuti i resti di uno scarico di una fornace che produceva vasellame in età repubblicana, a partire dalla prima metà del III secolo a.C. (6). Nelle vicinanze del Casotto n. 15, sotto il "Corno della Penna", era situato il porto della città, di cui furono rinvenuti resti del molo nel secolo XIX, e nelle cui vicinanze dovette concentrarsi l'attività pescatoria dell'insediamento della longobarda Penna e poi successivamente della Luco medioevale di cui rimangono scarsi resti sulla Rocca, posta sopra la chiesa di S. Maria, e di una torre di avvistamento sulla dorsale rocciosa del "Corno della Penna", sull'altura detta "Torricella" (7). 

  

Nella località detta "Petogna" erano degli inghiottiotoi naturali delle acque del Fucino, ora ricoperti; sono ancora visibili gruppi di rocce emergenti che circondavano l'inghiottitoio maggiore, l'Os Pitoniae. Qui sorgeva un santuario dedicato al Dio Fucino, attestato da una iscrizione (C. Gavius. L / f. C. Veredius / C. f. Mesalla / Fucino. v.s. / I.m) e di cui attualmente rimangono pochi resti per lo più relativi alla chiesa di S. Vincenzo della terra di Penna. Ai lati resti di tombe a fossa e di un mausoleo in opera cementizia da cui viene la grande porta anepigrafe conservata nel museo civico di Avezzano. Altri resti murari e fittili presenti nelle vicinanze confermano la esistenza di un insediamento italico, fors il veci Petini attestato da una iscrizione votiva, ora a Parigi nel Cabinet des Médailles ma segnalata come "Trouvée en 1878 au lac Fucin", in cui sono citati due magistrati (ll.viri.) del vicus che eressero un signum agli dei Consentes verso la fine del III secolo a.C. Più avanti, su uno scoglio emergente sulla sponda W del Fucino all'altezza di strada 45, sono dei tratti murari in opera poligonale relativi alla recinzione di un piccolo castellum italico (8). Nella stessa località, lungo la strada 45, fu rinvenuto il cippo terminale conservato attualmente al Museo di Chieti, in cui sono indicati i confini della colonia di Alba Fucens con i Marsi di Angitia: f(ines). P.(opuli). Alben s(is) / et Ma/rso[rum] / An/g iti (9). L'attuale centro di Luco dei Marsi deve il suo nome alla presenza del famoso "nemus Angitiae" ricordato da Virgilio nell'Eneide (Vll, 756), bosco sacro dedicato alla massima divinità del pantheon marso Angitia (Actia nella forma arcaica), dea legata al periodo delle angustiae ovvero ai giorni di esposizione solare più corti dell'anno. Il paese, disposto su due terrazze alla base del Monte "La Ciocca", è di impianto trecentesco con torre rotonda sulla sommità (distrutta dal terremoto del 1915 e situata nella "Piazzetta delle campane"). Le origini dell'insediamento vanno ricercate nel fenomeno di sinecismo, ampiamente documentato per la Marsica dei secoli XIII e XIV, che favori la nascita del nuovo centro a contatto della chiesa rurale cassinese di S. Giovanni, di cui è conservato l'impianto originale che corrisponde alla navata sinistra della parrocchiale di S. Giovanni Battista eretta nella seconda metà del settecento (finestre monofore strombate decorate e muratura con porta trilitica della chiesa cassinese sulla "Via della Chiesa") (10). 

  

Nell'interno dell'abitato sono presenti iscrizioni, colonne e fregi architettonici provenienti dal territorio comunale oltre ai palazzi appartenenti ai De Angelis, Placidi, Ercole, Floridi ecc. con le relative cappelle private fra le quali quella di S. Vincenzo di impianto seicentesco in Via Colle di Napoli.  

  

  



La scoperta di tombe italiche e barbariche. Rinvenimenti di dischi in bronzo nei pressi del lago del Fucino. 

 

Nello stesso centro sono segnalati rinvenimenti di tombe italiche, romane e barbariche lungo l'asse viario di Via Roma e Vittorio Emanuele e soprattutto in prossimità della chiesa di S. Antonio Abate con -." navata unica divisa in due arcate e portale architravato seicentesco (con raffigurazioni di pesci) sormontato in alto, sulla facciata a cortina, da una croce con simbolo di S. Bernardino da Siena. L'interno presenta ancora parte di una pavimentazione a grosse lastre calcaree provenienti da edifici di età romana: l'insieme architettonico conferma l'aspetto decisamente rurale dell'edificio culturale (11). Nella prima metà del novecento nella piazzetta posta di fronte alla chiesa, durante lavori di sistemazione del parapetto, fu rinvenuta una tomba italica di Vi secolo ricoperta da un tumulo di pietrame (a circolo?) descritta dal Barocelli: "... il imito qui a descrivere, come esempio da segnalarsi particolarmente, una tomba, anch'essa inedita, venuta alla luce verso l'anno 1938 presso Sant'Antonio di Luco presso Avezzano, non lungi dalla sponda del prosciugato lago del Fucino, la quale diede tre dischi di bronzo. Secondo le informazioni avute, da ritenersi fededegne, due di essi, di minori dimensioni (diametro 'l3 cm) e perfettamente uguali anche nella ornamentazione, riparavano la parte superiore del petto; il disco maggiore (diametro 22,50 cm) poggiava sul basso ventre. Evidentemente i tre dischi, fermati su cuoio, e collegati fra loro da cinghie, formavano una specie di corazza. Completava lo armamento, nella tomba stessa, una corta spada di ferro (gladius)..." (12). 

  

Le tombe citate confermano la presenza di una strada antica che da Angitia, dopo aver superato "il Fossato" (resti di una necropoli con tombe a fossa ed a camera dopo lo stesso), andava verso il vicus Supinum (Trasacco) attraversando la Valle Transaquana in due bracci di cui uno costeggiava i monti e raggiungeva la Valle Marculana, la odierna Vallelonga. Questo sistema viario è testimoniato dalla presenza di altre tombe e da insediamenti (vici e fundi); nella località "Agguacchiata" o "Villino Sor Paolo" è da localizzare un vicus (A quitino?) ed anche una grande necropoh con tombe della prima età del ferro, italiche, romane e barbariche con sarcofagi monolitici ad impronta umana modellata nell'interno e coperchio a due spioventi. Un nucleo di opera cementizia (mausoleo), muri in opera incerta, colonne, capitelli di marmo e cisternamononave sono visibili nella località "toricella" e nelle immediate vicinanze del "Casale Floridi" ed attestano la presenza di una villa romana. Un'altra grande cisterna mononave in opera cementizia, pertinente ad un impianto di una villa rustica di piena età imperiale, è presente sul "Colle della Cisterna". L'attuale Colle era, fino al prosciugamento dei Torlonia, una delle isole del Lago Fucino oltre ad Ortucchio; infatti nelle piante catastali di Luco del secolo IX viene designato col nome di "Isola della Cisterna". 

Più avanti del Colle, verso Trasacco, nella località "S. Angelo" sono numerosi resti murari in opera cementiza, incerta e quadrata riferibili al vicus Fistaniensis; rinvenimenti di materiali votivi e la presenza di tombe del VI-IV secolo a.C. confermano le origini arcaiche dell'insediamento che seguito anche nell'alto medioevo con la presenza di due chiese, S. Maria e S. Angelo in Transaque possedute dal monastero cassinese di Luco. 

  

Resti di un'altra chiesa sono nella località "Fonte di S. Leonardo" dove è anche da ubicare un santuarietto di età repubblicana dedicato ad una divinità legata al culto delle acque. Sull'alta rupe calcarea, posta sulla sinistra della Fonte, sono visibili i resti murari della chiesa rurale di S. Leonardo che si sovrappongono a quelli del santuarietto marso che conserva i soli resti delle murature di base modanate e di un muro di terrazzo in opera poligonale che delimitava la base della rupe. Sul colle detto "Torricella", posto al di sopra della rupe, sono visibili le fondazioni di una torre di avvistamento medioevale (13). Nel colle detto "dei frati" è presente un convento dei Padri Cappuccini con l'annessa chiesa di S. Sebastiano che vien citata in un documento cassinese dell'anno 978 d.C. in cui detta posta nella località di "Aquitinu, sul colle dove in passato fu edificata" e "che al giorno d'oggi risulta abbandonata". Attualmente la chiesa è visibile nella sua ristrutturazione del secolo XVI con aggiunta di una navata sulla destra; la navata centrale però presenta crociere a costoloni e bifora nell'abside quadrato che tradiscono una origine più antica (XV secolo?). Sotto il colle del convento sono degli scarsi resti murari riferibili alla chiesa di S. Martino ed al piccolo convento benedettino annesso che dipendeva dalla prepositura cassinese da Sancta Maria in Valle Marculana o de Luco ed era detto, nel secolo XII, Sancti Martiri in valle Trasaccana (14). 



 




Note

1) G. Grossi, La città di "Angitia" il "Lucus Angitiae" e le origini di Luco dei Marsi, Avezzano 1981, pp. 5 ss. Per l'iscrizione dei Paccii vedi F. Ferante, in G. A. Guattani, Monumenti Sabini, III, Roma 1830, pp. 60 ss. (pianta della città del Ferrante a p. 63) ; C.I.L. IX, 3885. Dalla pianta del Ferrante si puà accertare che l'iscrizione dei Paccii, dei magistrati municipali della matà del I secolo a.C. (IIII vir. quinq.?), era relativa al restauro della recinzione interna dell'area sacra ad Angitia e non alla recinzione esterna dell'oppidum marso. Per altre descrizioni dei resti di Angitia vedi: A. De Nino in Notizie Scavi 1885, pp. 486-487; A. La Regina, Note sulla formazione dei centri urbani in area sabellica, in Atti del Convegno di studi sulla città antica etrusca e italica preromana, Bologna 1970, p. 193, n. 28, p. 200 s. con pianta, C. Letta, II territorio del Fucino in età preromana e romana: problemi topografici, storici, srcheologici, in AA.VV., Fucino cento anni, op. cit., p. 114 ss., N. 44 e fig. 9; Grossi, L'assetto storico-urbanistico del territorio del Fucino nel periodo italico (Vll-III secolo a.C.), in AA.VV., profili di Archeologia marsicana, op.cit., p. 120 nota 4; p. 125, p. 137, 14647, 159 tavola Vi, 180 s. figg. 8-9. Ai resti della nuova Angizia edificata fuori le mura, dopo il prosciugamento claudiano del Fucino, accennano i Brisse-De Rotrou, Prosciugamento del Lago Fucino (ristampa Avezzano 1983), vol. I, p. 239. 

2) Grossi, La città di "Angitia" ecc., op.cit., p. 53. Per il terremoto del 364 e le alluvioni del VI secolo vedi la scheda di Storia Antica di S. Benedetto dei Marsi, in questo volume. I resti sommersi dalle acque fucensi vengono descritti dal Febonio (Historiae Marsorum libri tres, Napoli 1668, pp. 133 s.) ed in una pianta piresentata dal Lippi (Lago del Fucino ed Emissario di Claudio, Napoli 1818, tav. I) in cui compare una "Città di Penne sommersa". 

3) Grossi, La città ecc., cit., p. 35 s. Penna, di cui si ha notizia dall'Vlll secolo d.C., è l'insediamento rurale più antico dell'area ed aveva le chiese di Sanctae Mariae, Sancti Erasmi, Sancti Padrii e Sancti Vincentii in Penne dipendenti da Montecassino. Le chiese sono identificabili: Santa Maria con l'attuale S. Maria della Grazie di Luco, successiva prepositura cassinese; San Erasmo, identificabile vicino alla porta nord-ovest di Angitia, alla base del "Corno della Penna" e sulla seconda curva della provinciale detta "Curva di S. Erasmo"; Santo Padre, con la chiesa di questo nome posizionata all'imbocco del "Cunicolo Maggiore" dell'Emissario di Claudio; San Vincenzo, di cui rimangono resti di fondazioni sopra la frazioni della "Petogna" di Luco, sulla destra del rettilineo della provinciale detto "Salita di S. Vincenzo". Di Penna si ha notizia del Diploma di Carlo I d'Angià dato ad alife il 5 ottobre 1273, in cui risulta posta fra Avezzano e Luco col nome di lapenna, e successivamente nei Sussidi Caritativi della Diocesi dei Marsi (databili entro il ventennio del trecento) fino al Privilegio dato il 15 ottobre del 1372 dalla contessa Giovanna agli Avezzanesi in cui risulta abbandonata. Luco invece è il risultato del fenomeno dell'incastellamento del IX-X secolo d.C. Esso è infatti detto Rocca in un docuemento del 1070, quindi un castellum con strutture del tipo castellorecinto ancora visibili sul costone roccioso posto sopra la chiesa di S. Maria della Grazie. A questo castellum, il cui nome appare per la prima volta nel 930 d.C., doveva far riferimento l'insediamento rurale diPenna in caso di difesa; infatti Penna non fu mai un centro fortificato medioevale, ma solo un'insediamento sparso con nuclei abitati posti intorno alle chiese citate. 

4) Grossi, La città ecc., cit., p. 17; in questo studio avevo supposto che l'area reciontata posta in basso fosse dedicata ad Ercole, ma il ritrovamento in passato di una malinetta bronzea con dedica ad Angitia, nel piano, in relazione al recinto mi ha convinto per l'attribuzione della stessa ad Angitia: (Vetter, 228 a., C.I.L., IX, p. 340) Caso.Cantovio/s. Aprufclano.cei/p.apurfinem.e/salico.menur/bid. Casantoni/a/.sociequie.dono/m.atolero Actia./pro.l(ecio)nibus. mar/tses. Le fornaci erano del tipo circolare (con pilastrino circolare nel centro) e rettangolare (a doppio corridoio) con pareti in opera laterizia e sovrastante piano di cottura fittile a graticola (resti dello stesso rinvenuti nell'interno della fornace circolare). Durante lo scavo furono rinvenuti, nel loro interno, resti fittili relativi a tegulae mal cotti ed alcuni ancora non esposti alla fiamma, ma solo essiccati al sole. Le due fornaci trovano confronto coi tipi I/a (a pilastro centrale) e lla (a muro assiale) della classificazione della N.C. Di Caprio (Proposta di classificazione delle fornaci per ceramica e laterizi nell'area italiana. Dalla preistoria a tutta l'epoca romana, in "Sibrium", XI (1971-72), pp. 371-461) databili al IV-III secolo a.C.: vedi tavv. Vl (Canne), llc (Orvieto). Due tipi di fornaci identiche alle nostre, datate al III secolo, sono venute alla luce nei recenti scavi della città laziale di Lavinium che come A,gitia era un grosso centro religioso, del Latium Vetus. Si presentavano affiancate, ins'erite in un quartiere industriale e relative alla cottura di tegole ed anche ex voto (disattivate nella seconda metà del III secolo): Maria Fenelli, Lavinium, in "Archeologia Laziale", Vl CNR, Roma 1984, p. 342 s., n. 56 e figg. 14-15-18. Quindi in base alle affinità +lle fornaci lavinati si possono datare quelle di Angitia ai primi anni del III secolo a.C. Durante lo scavo del 1975 oltre le fornaci vennero alla luce anche i resti di una grande stipe votiva che retituirono una moneta d'argento di Phistelia (IV secolo a.C.), tre monete romano-campane, due a leggenda Roma ed undici vari nominali dellla serie semilibrale romana. Recentemente sono state recuperate dallo scrivente, nello stesso luogo, ben 70 monete bronzee, romanocampane e romane di III secolo a.C. (era nel Museo di Chieti). Per le monete recuperate nel 1975 vedi F. Catalli, Curcolazione monetaria in Abruzzo e Molise tra IV e Ill sec. a.C., in "Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Perugia", 1, studi classici, vol. XX, nuova serie Vl, 1982/1 983, p. 181, N' 12. 

5) C. Letta S. D'Amato, Epigrafia della religione dei Marsi, Milano 1975, pp. 280 ss., NN' 170-171-172. G. Grossi, La rico to funerario di Tito Peticius vedi il C.I.L., IX, N' 3895 "... in lacu Fucino in sacello divi Herasmi..."; 

6)C. Letta S. D'Amato, Epigrafia ecc., cit., p. 282, N' 171. Un altro grosso monumento funerario di età imperiale romana era presente nella necropoli della porta orientale come dismostrato da un disegno di Salvator Rosa (1615-1673) presentato nella mostra allestita nei locali dell'Ente Fucino in occasione del centenario del prosciugamento del Fucino del Torlonia. Un frammento di edicola funeraria relativa ad un legionario con insegne militari (aquila che itene un fascio di fulmini con vicina una lancia; il tutto inserito in una tabella rettangolare e realizzato in bassorilievo) fu rinvenuto negli anni 50 nel terreno posto oltre il Fossato verso Luco; ora conservato nella navata destra della chiesa di S. Maria delle Grazie (Grossi, La città ecc., cit., p. 43). Fondazioni relative a due monumenti sepolcrali realizzati in opera poligonale sono visibili fra la porta orientale e il Fossato: qui in passato furono rinvenuti resti di una tomba italica di IV secolo a.C. con corredo composto da una fibula di ferro ed un corto gladio di ferro con relativo fodero (materiali al Museo di Avezzano). Nello stesso Fossato è stato rinvenuto, in otto frammenti, un disco-corazza in lamina di bronzo con decorazioni orientalizzanti (quadrupedi con zampe uncinate e collo di cigno di tipo aufidenate) databile nei primi decenni del Vl secolo a.C. : G. Grossi, Dischi-corazza dal Fucino, Appendice I del volume di R. Papi, Dischi di bronzo dall'Abruzzo, (in corso di stampa). Nella stessa area della necropoli orientate recentemente, nel terreno posto verso Luco, a sinistra della provinciale Luco-Avezzano e durante lavori disistemazione dell'area posta intorno ad un magazzino, sono venute alla luce: tre tombe a fossa con pareti in opera quadrate e copertura a tre lastroni; frammenti architettonici relativi ad un monumento funerario distrutto. Dai materiali rinvenuti (teglie a vernice rossa interna, frammenti di lamine d'osso di lettino funerario ecc.) si possono datare le tombe al II-I secolo a.C.. Fra le tombe era presente uno scarico di una fornace che produceva ce'." ramica acroma ed a vernice nera con forme di III secolo a.C. (anche vasetti miniaturistici a vernice nera votivi): fra i frammenti alcuni presentano deformazioni prodotte in fase di cottura. Resti di uno scarico di altra fornace dilll secolo a.C., sono presenti nell'interno della cinta muraria, sul margine a monte della provinciale, con numerosi frammenti, soprattutto di vernice nera, deformati e con vernice mal cotta (Grossi, La città ecc., cit., p. 16). 

7) Grossi, La città ecc., cit., p. 35 s. Fuori la cinta muraria in prossimità dell'area portuale e della porta nord-ovest era posizionata una grandiosa scalinata attualemnte scomparsa e di cui parlano il De Filippis e i Brisse-De Rotrou (cit., p. 91) "... Quel che ne resta di questa città, qualunque ne sia stato il nome, non merita ora neppur quello di rovine, tanto ra;i e irriconoscibili ne sono gli avanzi. I suoi ruderi che occupavano, sul monte Salviano, una posizione poco frequentata, divennero per lungo tempo una vera cava, ove i tagliatori di pietre della vicina borgata di Luco, andavano a levarne e le tagliavano e aggiustavano per le moderne costruzioni. Cosi abbiam visto scamparire, da trent'anni fa, l'ultima costruzione che ne avanzasse; cioé tutti igradini d'una scala pubblica, la quale, dalle sponde del lago, conduceva nella parte superiore della città...". 

8) Grossi, La città ecc., cit., p. 34 ss. Letta-D'Amato, cit., p. 321 ss., N' 188. Per l'iscrizione al dio Fucino vedi il C.I.L., IX, 3656, in cui viene detta presente nella località "Casella" di Pescina. In realtà la provenienza della Petogna è confermata dalla riocerche del Letta (in Fucino cento anni, cit., p. 127, nota 95); l'iscrizione fu trasportata nel seicento a Pescina, allora 

sede Vescovile, per poi essere conservata nella località Casella, dove la vide il Mommsen. La prima citazione dell'iscrizione è nel Febonio (cit., p. 62), che la dice trovata nella Petogna di Luco dei Marsi. 

9) Grossi, La città ecc., cit., p. 20 s. Esatta la lettura in Letta-D'Amato (cit., p. 287 ss.) che perà parlano di un confine fra Alba Fucens, Angitia e Marruvio, in relazione al termine Marso (rum) che secondo gli autori è da interpretare come Marruvium. In realtà nell'iscrizione sono menzionati dei Marso(rum) Angiti che confinavano, nel II secolo d.C., con gli abitanti di Alba, Albens(is). Credo che l'errore fatto dagli studiosi citati sia stato condizionato dalla presenza dell'incavo sul vertice del cippo, in cui è inserito l'etnico di Angiti, che aveva anche la funzione di indicare la posizione del centro principale dei populi Angiti. (G. Grossi in AA.VV., Storia di Ortucchio I. Dalle origini alla fine del Medioevo, Roma 1985, p. 105 s., nota 46). 

10) Grossi, La città ecc., cit., p. 38 11) Grossio, La città ecc., p. 31; Idem, Un antico tempio di Luco. S. Antonio Abate, in "Ma comm'è", rivista parrocchiale, Luco dei Marsi 1984, N' 19, dell'11/1 0/1 984, p. 5 s. 12) P. Baroccelli, Appunti sugli antichi italici, in "Atti del Congresso Internazionale di Scienze Preistoriche di Zurico", Zurico 1950, pp. 222-223: lo studioso descrive minutamente i dischi "... I dischi minori erano usciti da un officina artigiana di Aufidena (sic.) : si presentano infatti assolutamente identici per dimensioni e rappresentazione figurata a quelli, molto più numerosi, e tutti uguali, usciti dalle tombe di Aufidena. Possiamo ripetere qui, per i due dischi di Luco, la stessa descrizione che fa il Mariani dei dischi di Aufidena. Una caratteristica che si riscontra costantemente, è la loro decorazione. Nel Mezzo di due circoli concentrici, formati da minuti punti a sbalzo, si trova sempre un animale graffito, fantastico, formato da un corpo schematico di quadrupede con testa di uccello eretta su un alto collo. Alla estremità della coda analoga testa si ripete, sistematicamente. Il becco è aperto ed espanso a guisa di ricci. I piedi hanno la forma di riccio volto all'indietro. Gli occhi sono formati da un cerchietto sbalzato. Sull'alto del campo è un'altro cerchietto, sbalzato come qioiello degli occhi, circondato da puntini incisi. Il disegno dell'animale è veramente convenzionale in tutti i dettagli. L'ornamentazione del disco maggiore si distingue per la ricchezza ed eleganza da quella puramente geometrica della maggior parte dei dischi consimili venuti in luce nella regione dei Marsi, dei Peligni, e dei Marruccini. Nel disco di Luco, la zona centrale, reca il frequente e complesso motivo lineare radiato, quasi a stella; corre intorno una fascia circolare in cui si ripetono alternandosi un motivo, pur esso complesso, di svastica ed un gruppo di due figurette schematiche di quadrupede mal riconoscibile. Tutta questa decorazione è finemente incisa con minuti trattini. Il comune senso dell'horror vacui condusse l'artista ad introdurre negli spazi tra svastiche ed i quadrupedi, quali riempimenti, cerchietti puntati profondamente incisi...". 

11) Per il rinvenimento vedi inoltre L. Orlandi, I Marsi è l'origine di Avezzano, Napoli 1967, pp. 228229, nota 2; lo stesso Orlandi recuperò il corredo che fu portato al museo di Avezzano (vedi i NN' 30-31-32 dell'Inventario del Museo Comunale di Avezzano, compilato dal Direttore Andrea Rapisarda dal gennaio 1952 al 30 dicembre 1952, conservato nell'Ufficio Economato del Comune di Avezzano. Del tutto errate le considerazioni del Baroccelli sulla provenienza di una officina u aufidenate dei dischi di Luco, più antichi di quelli di Aufidena perché associati ad un disco a decorazione orientalizzante e di dimensioni minori. Recenti ricerche hanno evidenziato l'origine fucense di questa classe di materiali di Vl secolo presenti nelle necropoli di Luco, Avezzano e Opi (R. Papi, Dischi di bronzo dell'Abruzzo, cit.; G. Grossi, Storia di Ortucchio, op. cit., p. 75 e p. 98 nota 40). 

13) Grossi, La città ecc., cit. pp. 24 ss. C. Letta in Fucino cento anni, cit., p. 126 s., note 25-26-27-2S. Il vicus F(i)sta. niensis viene vitato in una iscrizione rinvenuta "in un campo, a media distanza circa dagli attuali comuni di Trasacco e Luco": dMs/C. Mario Palcido lega/to vici F(i)stanien/sis. Maria Fortu/nata.co(n)iugi incom/parabili cum quo vi/xit.annis XXX. et C. Mari/us Placidus. patri pi/entissimo b.m. pi.r. (C.I.L., IX, 3856. Letta-D'Amato, cit., p. 218 s., N' 131). Nel vicus furono in passato rinvenute numerose tombe arcaiche, repubblicane ed un paio di II secolo a.C. con materiali celtici (ficule di bronzo di schema medio La Tène) che attestano, come ad Amplero, la presenza di personaggi celti nella Marsica antica (Grossi in storia di Ortucchii, cit., p. 86s., nota 26). Questa presenza di Celti fra Luco e Trasacco è confermata dal rinvenimento di una stele funeraria di un liberto celtico nel territorio di Luco: (C.I.L., IX, 3899) P. Plautus. P.1/Ecretumarus. I Letta-D'Amico legano la presenza del liberto celtico ad episodi militari di assoggettamento degli ultimi distretti celtici in età augustea a cui avrebbero partecipato dei militari marsi (cit., pp. 284-285, N' 173). Per le chiese di Sarfcti Angeli e Sanctae Pariae in Transaquis vedi E. Gattola, Chronica Sacri Monasteri Cassinensis del Cardinale Leone Ostiense (Marsicano), Venezia 1734, p. 251, col. 2. Una Sancta Maria Transaquam, cum suis pertinensis, viene citata agli inizi del IX secolo come sede di una famiglia di Farfa: la dizione "con le sue pertinenze", indica l'importanza della ecclesia che possedeva numeroso terreno agrario e relativi servi che lo coltivavano (II Regesto di Farfa di Gregorio di Catino, a cura di I. Giorgi e U. Balzanio, Roma 1892-1914, vol. V, documento N' 1250, pp. 274-275). E' interessante notare che la presenza dei monaci di S. Maria di Farfa nel settore orientale della Marsica si era spinta in tutta la Vallelonga (Valle Marcolana), inserendosi fra i possedimenti dei monaci cassinesi nel territorio posto fra Luco e Villavallelonga (curtem Sancti Leuci). La chiesa di S. Maria posta nella Valle Transaquana, insieme a S. Angelo, si insedià nel vicus Fistaniensis è costitui uno dei più grossi possedimenti agrari di Farfa nella Valle Marcolana fino a quando, nel X secolo, fu sottoposta alla prepositura cassinese di S. Maria di Luco detta anche in Valle Marcolana (riguardo a questo toponimo della valle, dai documenti cassinesi appare chiaro che per la Valle Marcolana era indicato il territorio posto fra Luco e Villavallelonga con il Monte Marcolano. La prima parte di questo territorio, quella posta fra Luco e Trasacco, era detta anche Valle Transaquana che non è identificabile con l'insediamento medioevale di Trasacco, dato che fino al 1007 in Trasacco sopravviveva un villaggio detto cibi tate Supino posto nella Valle Transaquana Marsicano Territorio). 

14) Grossi, La città ecc., cit., p. 31 (a p. 44 ss. è pubblicato in documento conservato nell'Archivio dell'Abbazia Benedettina di Montecassino, N' inv. CIX, 1-5). Per S. Martino vedi il Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi, Avezzano 1869, p. 249 e 315 dove è pubblicata la Bolla di Clemente Ill che cita la ecclesia (rigo 9) nel 31 maggio 118S. Nella necropoli del vicus di Aquitino (Agguachiata), nelle vicinanze della tomba della prima età del Ferro scavata dell'Archeoclub nel 1978, durante lavori di estrazione di ghiaia nella "Cava dello Scemecco", fu rinvenuto negli anni 40 un disco-corazza a decorazione geometrica (diametro cm. 22,5) in lamina in bronzo e databile fra l'Vlll e il Vll secolo a.C. 

                   Giuseppe Grossi

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