Orlando “jo reduce”

“Orlà parla, no’ te reconoscio”
I testimoni del Ventesimo secolo stanno per scomparire e per mantenere viva la fiaccola della memoria è necessario che la storia ne trasmetta i gesti, gli eroismi, i sacrifici. A noi interessa quel tipo di uomini e donne normali che senza i riflettori della notorietà hanno vissuto un periodo dell’umanità che era iniziato con l’attentato di Sarajevo, la prima guerra mondiale, il fascismo, il comunismo, la seconda guerra mondiale, la “guerra fredda”, la caduta dei regimi comunisti nell’ex Unione Sovietica con la nascita di nuovi Stati, le guerre di fine secolo nei Balcani e in Iraq. Quello che uno storico inglese ha definito ”il secolo breve”.
E’ facile raccontare la vita di Benedetto Croce, di Ignazio Silone, di Giorgio Amendola, di Sandro Pertini per l’abbondanza della documentazione presente nelle biblioteche, insomma dei tanti personaggi che hanno attraversato il Novecento da interpreti scrivendone la storia. Raccontare le sofferenze della vita nonché la drammatica fase della chiamata alle armi, la cattura e la prigionia nei campi di concentramento tedeschi, il ritorno miracoloso a casa di Orlando Ermili detto “jo reduce”, nato a Sante Marie il 4 aprile 1922, non è impresa da poco. Anche la gente comune che non ha titolo a occupare un posto nella storia può insegnarci invece che la storia scritta dal basso è altrettanto importante per essere inserita nel mosaico umano del XX secolo.
Terzo di quattro figli, nati da Giuseppe (“Peppe Pasquetta”) e Teresa Di Giacomo (detta “la ciaffa”), Orlando è venuto al mondo in un piccolo paese dell’entroterra marsicano, Sante Marie in provincia dell’Aquila; Comune che nel 1922 contava una popolazione di poco superiore ai 3.000 abitanti. Infanzia a scuola e adolescenza a lavorare la terra sino a quando arriva la chiamata per il servizio militare, che per Orlando coincide con la guerra.
Comincia il servizio militare il 22 gennaio 1942 a Villa Nevoso vicino a Trieste per essere dirottato poi sul teatro di guerra della Dalmazia, a Spalato, ancora territorio italiano ma di fatto sotto il tallone delle truppe tedesche. E dalla Dalmazia inizia l’odissea di Orlando. Dopo l’8 settembre 1943 con la firma dell’armistizio tra il Governo del generale Badoglio e le Forze Alleate, le truppe italiane sparse nei vari territori europei vivono di fatto una situazione di sbandamento, non avendo più una strategia militare da seguire (è rimasta famosa la frase “tutti a casa”), e si trovano alla mercé dei tedeschi che li fanno prigionieri. Orlando è fatto prigioniero dai tedeschi il 27 settembre 1943 e portato insieme con altri militari italiani nel campo di smistamento di Meppen (località che, forse, oggi non esiste più dopo la distruzione della Germania da parte delle truppe Alleate). Nel campo di smistamento vi rimane due settimane e dopo una visita medica è trasferito nel campo di concentramento di Erkllenze, dove comincia una vita di patimenti, di sofferenze fisiche e psicologiche. Si lavora 12 ore al giorno, una settimana di giorno e una di notte.
Tra novembre e dicembre 1943 si presentano nel campo di concentramento tre Consoli della Milizia fascista accompagnati da soldati delle SS tedesche per indurre i prigionieri a combattere in Italia contro l’esercito americano: “Preferite una zuppa di rape e carote ogni 24 ore oppure andare a salvare l’Italia invasa dagli americani?”. La risposta di Orlando e degli altri prigionieri italiani non si fa attendere: “Noi abbiamo lasciato le armi, quando ritorna il Governo nostro riprenderemo le armi. Adesso non se ne parla”.
Da un campo di concentramento all’altro; dopo Erkllenze, Attingen, dove vivere diventa ancora più difficile e l’opera di annientamento dell’uomo è sistematica. Con una fettina di pane e un mestolino di rape e carote ogni 24 ore, Orlando dimagrisce sempre di più; il ricordo dei 71 chilogrammi prima della partenza per l’inferno della guerra si allontana. Orlando Ermili è diventato come tutti gli altri un numero, il numero 88193, e questo serve per rispondere alle adunate sfibranti, alle risposte, a sopravvivere: “Io non sono più Orlando, sono il numero 88193”.
Nella prefazione al libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, internato ad Auschwitz, c’è una poesia scritta dallo stesso Levi che è il simbolo delle sofferenze umane patite nei campi di concentramento nazisti. E può ben rappresentare anche le sofferenze di Orlando (anzi del numero 88193) e degli altri. “Voi che vivete sicuri/Nelle vostre tiepide case,/Voi che trovate tornando a sera/Il cibo caldo e visi amici./Considerate se questo è un uomo/Che lavora nel fango/Che non conosce pace/Che lotta per mezzo pane/Che muore per un sì o per un no./Considerate se questa è una donna,/Senza capelli e senza nome/Senza più forza di ricordare/Vuoti gli occhi e freddo il grembo/Come una rana d’inverno./Meditate che questo è stato:/Vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore/Stando in casa andando per via,/Coricandovi alzandovi;/Ripetetele ai vostri figli./O vi si sfaccia la casa,/La malattia vi impedisca,/I vostri nati torcano il viso da voi.”
La fame è tanta e la fettina di pane con il mestolino di rape e carote ogni 24 ore non basta, anzi provoca una sorta di ribellione, bisogna provvedere. Con alcuni soldati originari di Catania, Orlando presa la fodera del cuscino che doveva servire come busta s’inoltra di sera in un campo vicino a pieno di invitanti barbabietole. Che raccoglie numerose e le mette nella tasca “dejo pastrano”. Ma nel compiere questo gesto, la carta di identificazione cade senza che Orlando se ne accorga. Arrivato al campo, si rende conto della gravità della situazione, si mette a letto con l’ossessione e la paura della carta perduta. Nella notte tenta il recupero, che riesce a trovare miracolosamente alle prime luci dell’alba. La corsa di Orlando per entrare alla fabbrica dove lavora 12 ore al giorno è da atleta olimpionico, ma nonostante tutto arriva con 9 minuti di ritardo. E la punizione arriva immediata e violenta: no pane (una fettina giornaliera!) per quindici giorni! “Solo quella cria de rape e carote m’a sarvato dalla fine” ricorda oggi Orlando con commozione.
L’8 ottobre 1944 il campo viene bombardato e la baracca dove “risiede” Orlando prende fuoco. Ad Attingen conosce il militare di Arcinazzo Romano, Nazareno Licorni, analfabeta ma pieno di voglia di vivere: “Io so' campato solo grazie a isso” sottolinea oggi Orlando. Qui si verifica un episodio che soltanto grazie all’intervento di San Quirico e Santa Giulitta, di Santa Filomena e di San Nicola Orlando (Santi protettori di Sante Marie) attribuisce la sua salvezza. Un giorno lui e Nazareno si recano in un campo per cercare le patate e riescono a farne alcuni chili. Al rientro in paese, Nazareno non contento salta in un altro campo e prende “tre capocce de cavoli, cocì cocemo ‘ste patane e ce mettemo i cavoli” dice soddisfatto Nazareno. Mentre stanno per rientrare al campo, incontrano una pattuglia di tedeschi. La paura comincia ad impossessarsi dei due sventurati soldati di Sante Marie e di Arcinazzo Romano. “Siete italiani?” intima il caporale tedesco. Orlando, che ha acquisito alcune parole di tedesco per sopravvivere, risponde: “Ia!”. E vengono condotti all’interno del campo. Per un gesto di Nazareno verso Orlando che agli occhi del caporale tedesco può sembrare quasi un segnale di fuga, si sta per consumare una tragedia. Il tedesco estrae la pistola e la punta con il grilletto alzato sul fianco di Orlando. Che invoca i Santi protettori di Sante Marie per intercedere sulla sua salvezza e del compagno. Resosi conto che “non tenèmo idee cattive, se remese la pistola ajo fodero”. Però li conduce nella baracca e, slacciatosi il giubbino, tira fuori lo sfollagente “pino de fil de fero” e comincia l’opera di demolizione. “Menava a tutta callara” ricorda Orlando quasi sentendo ancora oggi i colpi. Per la debolezza e per le botte ricevute, i due cadono frequentemente ma vengono fatti rialzare a suon di manganellate. Scongiurato il pericolo del campo di punizione, Orlando, “mezzo ‘ndollettito” (tramortito), rientra nella baracca malconcio ma salvo. Grazie a San Quirico, Santa Giulitta, a Santa Filomena e a San Nicola.
Il 13 marzo 1945 vengono trasferiti a Brema, dove sono impiegati per riparare i binari delle ferrovie bombardate. Qui incontra anche un santemariano, Filippo Di Filippo. E arrivano i giorni felici della liberazione del campo per opera degli americani: è il 26 aprile 1945.
L’8 giugno comincia il viaggio di ritorno a Sante Marie: il ritorno alla vita, nonostante i 35 chili di peso. Sul treno da Brema per l’Italia, in compagnia di Nazareno e Filippuccio, sono giorni di silenzio e di meditazione su quello che è stato, su quello che la malvagità dell’uomo ha operato contro l’uomo, contro l’umanità. Il treno arriva a Roma il 23 giugno e alla stazione Termini si cambia quello che deve portare a Sante Marie. Ma per il bombardamento della galleria di Monte Bove, il treno è costretto a fermarsi a Carsoli. E da Carsoli comincia la piccola anabasi del soldato Orlando: a piedi, costeggiando la via Tiburtina, su per i monti di Colli di Monte Bove, per la discesa verso San Giovanni, a Sante Marie, la mèta desiderata negli anni della prigionia.
A Colli Filippuccio entra in un’osteria e compra una borraccia di vino. Non fa in tempo a porgerla a Orlando che “mella dette a mi e me la so’ bevuta tutta quanta” sottolinea sorridente Orlando. Dopo aver passato Colli, Orlando e Filippuccio giungono nella notte a San Giovanni, dove riposano tra ampie distese di “raneturco rammucchiato, rane maturo”. Alle prime luci dell’alba lasciano la “Refota”, si incamminano verso “Remartino” luogo dove oggi c’è la trattoria “Portobello”, quando vedono una vecchia che venendo nella loro direzione esclama: “O porella mea, addò sete stati?”. “Semo stati prigionieri in Germania” risponde Filippuccio. “Mo me retorno, iamo a casa, dovemo avvisà le famiglie” dice in tono materno la vecchia, che conosce sia la madre di Orlando sia quella di Filippuccio. “Sapete che a successo ieri sera? A una della Rocca (Roccaccerro) ci ha arrivato jo figlio che era prigioniero come vu. Ce stea a ‘ffà le sagnette quando è cascata fulminata. Mica se more solo pe’ i dispiaceri. Anche pe’ la contentezza” racconta la signora commossa e preoccupata.
Orlando e Filippuccio ringraziano per le premure della vecchia e s’incamminano verso il sentiero che porta al Casello ferroviario e giù per “jo traforo”, per poi risalire sino a giungere al Monumento dei Caduti di Sante Marie. In groppa alla somara in quella mattinata del 24 giugno 1945 incontrano prima Luigi Morgante, di Poggetello, sposato a una santemariana.
Poi Natale Mastroddi e Mariuccia “dejo Mancino”, che invita i due a fermarsi in casa per il tempo necessario ad avvisare le famiglie “sennò le po’ pijà quarche male” aggiunge preoccupata Mariuccia. Passa nel frattempo anche Natale Capone che ha assistito al colloquio ed ha un’intuizione profetica: “La mamma de quisso (Orlando) so' sicuro che sta a pregà alla Chiesa”. Natale corre su a Castello, alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie dove trova, come previsto, Teresina “la ciaffa” che sta pregando. Quando le dice che Orlando è ritornato e si trova vicino “ajo Monumento” sembra impazzire dalla gioia, salta le sedie impagliate della Chiesa come birilli e corre all’impazzata giù per le Preci, deviando verso la strada bianca che porta al Monumento. Lungo la strada, sotto gli acaci in fiore, in prossimità delle scalette di San Nicola, Orlando sta camminando quando vede avvicinarsi una donna che corre e riesce a scorgerne “le scarpi e du deta de gonna”: è la mamma che arrivata al cospetto di Orlando comincia a gridare “Orlà parla, no’ te reconoscio; Orlà parla, no’ te reconoscio”, ripetuto tre, quattro, cinque volte. Soltanto la voce può restituire alla mamma il figlio irriconoscibile che pesa 35 chili. “Se tratta che io non ce potea responne, perché pe' la gioia le parole non esceano dalla occa” racconta commosso Orlando. “Po’ ce semo baciati, piagnenno” conclude. Appena arrivati a casa, Teresina taglia alcune fette di prosciutto che inserite a dovere nelle spesse fette di pane fatto in casa riportano alla vita Orlando. Con le cure, le attenzioni, gli sguardi comprensivi della mamma, Orlando recupera in poco tempo oltre 10 chili. E ricomincia a vivere. Per la seconda volta.
Enzo Di Giacomo


















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