Antonio Flamini, ''ju pittore" di Poggio Cinolfo

La povertà endemica, l'abbandono politico e culturale, l'isolamento geografico della nostra zona alla fine dell'Ottocento e, non ultimo, l'ibrido ed inevitabile miscuglio di regni e territori appartenenti a comprensori politici confinanti ma diversi, sicuramente non favorivano un clima fertile per far nascere interessi ed attività legate all'arte in quanto in netta contrapposizione con tutto ciò che non fosse direttamente produttivo o con immediata resa economica.
Risalta quindi ancor di più agli occhi, a distanza di oltre cento anni dalla sua nascita, la figura di Antonio Flamini (1872 1942). Nato a Poggio Cinolfo (AQ) alcuni anni dopo l'unificazione d'Italia, il Flamini cercò di evadere da quel mondo rurale che, seppure lo affascinasse artisticamente, tuttavia non gli lasciava spazio per realizzarsi. Cominciò quindi a frequentare alcuni maestri nella vicina Avezzano per apprendere i primi rudimenti, ma il clima provinciale della cittadina non lo soddisfò e presto si trasferì a Roma. Qui lo accolse per qualche tempo uno dei tanti studi della Capitale, l'atelier Bartolini, vera bottega per giovani artisti, dove ebbe modo di studiare le varie tecniche, esercitandosi nel riprodurre famose tele di paesaggisti e ritrattisti del Seicento napoletano, ma anche di pittori del Sette-Ottocento francese e spagnolo.
Agli inizi del Novecento si trasferì, con un buon bagaglio di esperienze e di conoscenze, nell'America Latina, riuscendo a farsi apprezzare come pittore, tanto da poter tornare negli anni Venti a Roma con discrete possibilità economiche e professionali. Furono questi gli anni in cui Antonio Flamini produsse le opere migliori. Paesaggi, nature morte, tele di piccole e grandi dimensioni gli furono commissionate da estimatori che, non aperti alla modernità, amavano una pittura legata a schemi impressionistici e con calde o tenui tonalità. Il carattere bonario e sempre fiducioso nel prossimo lo portarono, però, ad un dissesto economico, aggravato anche dalla forte recessione che in quegli anni cominciava ad attanagliare l'Italia per cui dovette, suo malgrado, tornare nel piccolo paese nativo. Qui, ormai anziano, continuò la sua attività, privo però di quella verve che lo aveva fatto anni prima apprezzare. Si ridusse a restaurare immagini sacre, a decorare qualche camera con piccole composizioni floreali, a riprodurre ritratti spesso su tele e con telai rimediati e per di più in un ambiente che, seppure lo avesse voluto, non avrebbe potuto rendergli il giusto merito per mancanza di mezzi culturali e soprattutto finanziari. Molti suoi quadri di questo periodo furono dipinti su ambo le parti della tela e su qualunque tipo di materiale con i pennelli fatti con i crini delle code dei muli e dei cavalli.
Ancora oggi in paese più di una persona ricorda ''ju pittore", com'era negli ultimi anni. Su di lui si raccontano molti aneddoti. Si dice che lavorasse molto e fino a notte, tanto che una volta, mentre dipingeva, senza essere visto, dentro la chiesolina del cimitero, ascoltò le preghiere a voce alta di una vecchietta. Preghiere che si concludevano poco religiosamente con una imprecazione al morto: Pòzzi stà all'Inferno! E lui, alla donna, che poi scappò impaurita in paese, calmo rispose: Ci sto, ci sto! E, difatti, c'era, costretto com'era a lavorare in quel modo per vivere. Molte sue opere sono state disperse, ma molte ne rimangono ancora in Italia e, per quanto ci è dato a sapere, all'estero.
Un cromatismo impressionista e romantico nei paesaggi, un'attenzione al particolare delle ombre e dei colori nelle nature morte, uno studio attento dei volti nei ritratti ci spingono a rivalutare ed apprezzare un pittore figlio del popolo, che con i suoi quadri è riuscito e riesce a creare delle sensazioni che solo la vera arte può suscitare.
Terenzio Flamini
(tratto da AEQUA. Rivista di studi e ricerche sul territorio degli Equi)

















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