Lo sciame

Sono stato a L’Aquila il ventiquattro aprile. Dovevo, con i compagni del sindacato, prendere visione dei locali che l’azienda avrebbe messo a disposizione dell’utenza cittadina per “dare un segno di continuità”. Come se il pensiero più importante, per quella gente, in quel preciso momento, fosse quello di poter correre in un ufficio incaricato di riscuotere imposte e tasse sospese per decreto.
Sul viadotto dopo Tornimparte la Micra ha avuto un sussulto. E là abbiamo capito che stavamo passando sul giunto di raccordo che si era abbassato di quindici centimetri dopo la scossa. Rattoppato alla bell’e meglio ma funzionante.

Col Gran Sasso innevato sullo sfondo, buono per improbabili discese e per una stagione invernale mai come questa dilatata a dismisura, lo sguardo s’è aperto sulle macchie blu a fondo valle. Introdotte da una strana segnaletica rossa amaranto, mai vista prima, coi nomi scritti di paesi del circondario sradicati e ospitati nelle tendopoli con tutto il loro carico di pena.
Visto dall’alto, alla luce del mattino, sembra un campeggio surrealmente ordinato. Sotto le tende solo fantasmi. Che sembrano non essersi ancora svegliati. Ma è una falsa impressione. È solo scenario di desolazione.
Lo sguardo si posa sui fabbricati poco più sotto. Scorrono, sulla nostra destra, spacchi e crepe su intonaci e tamponature anni settanta. Là in fondo, di una palazzina a tre piani, manca un pezzo da un lato. È accatastato per terra. Le tapparelle delle finestre non capisci se siano chiuse, aperte o soltanto sospese. Sono ferme su un istante cristallizzato.

Tutto è appeso a un solo momento.
Sulla sinistra, la macchia della collina mostra ancora le ferite d’un vecchio incendio d’estate. Ma il monastero e i casolari d’intorno, pietre e mattoni, si mostrano illesi. Una villa a due corpi, che ha sempre attirato il mio sguardo, d’architettura più che ricercata, pare essere scampata al sussulto. Ma una palazzina subito appresso ha le travi scollate dalla tamponatura. Sono venute avanti di un passo.
Arriviamo al casello. O meglio, ci incolonniamo al casello.
Dalla parte del mare ritorna una transumanza di montanari aquilani che viene per mettersi in fila. Per ottenere il permesso d’essere accompagnati da qualcuno a recuperare qualcosa. Nella fretta di far prima una ragazza ha tamponato. Ma quello davanti scende dall’auto senza alzare la voce. Non è proprio il caso d’alzare la voce. Si sbracciano, invece, gli addetti al casello. Si passa senza pagare, ci urlano a gran voce.

All’ingresso della città le mura del cimitero. Loculi anzitempo finiti espongono alla vista un’esagerazione di fiori e corone. Sono i segni di quel troppo che è capitato. E il muro della monumentale cappella d’ingresso pende tutto in avanti.
Oltre la cintura dello stadio di rugby le macchie blu.
Di fuori, ogni spazio è buono per fare parcheggio. Di fronte al centro commerciale è fiorito, tutto ordinato, un prato di roulottes, camper e caravan.
Chiediamo a tre ragazzi dove si passa per Via Strinella. È quella, ci dicono, Via Strinella. Due alpini a fianco d’una garitta presidiano l’ingresso d’un vicolo per il centro storico. Di là non si passa. Chiediamo ad un tizio con lo sguardo rivolto per aria l’Hotel Federico II°. Ci indica di proseguire. Lo conosco quel tizio, lo capisco solo un attimo dopo. Gestiva un ristorantino sotto San Bernardino, ora lo ricordo bene e non gliel’avevo mai vista quell’espressione sul volto.

Di sotto lo stabile aziendale i colleghi in attesa dei tecnici per visionare l’immobile.
Per strada solo mezzi con un logo, una scritta sullo sportello. Da ogni parte d’Italia.
Sul marciapiede ragazzi e ragazze col trolley. C’è una che guarda una palazzina e si asciuga le lacrime.

Mi ero detto più volte d’essere stato tra i fortunati. D’averlo sentito il terremoto ma di non averlo subito. Ero sveglio con l’allergia a quell’ora di notte. Ero in bagno con il fazzoletto sul naso.
E l’onda è arrivata. Uno sciabordio come l’onda sul bagnasciuga. Un’onda asciutta senza schiuma. L’avevo già avvertita in passato. Attraversa i muri ed entra in casa senza bagnarti. Eccolo, mi son detto. Ci risiamo, speriamo non svegli nessuno.
L’onda si posa.
E tutto comincia a tremare. Come in un grande setaccio. Su e giù, a destra e a sinistra in progressione senza volersi fermare. Mia figlia si sveglia e ci grida aiuto. Corriamo di là. È il terremoto, mi sforzo di dirle in un sussurro di finta naturalezza, ma ormai è già finito. Come si trattasse d’un tuono d’estate. E non è vero per niente, ma che dire di fronte a due occhi allargati di panico?
Nell’ottantaquattro, allora sì, avevo la stessa sua età, mi tremarono le gambe.
Lo stesso battesimo.
Vedevo i palazzi vibrare, oscillare fino a toccarsi. Ero all’aria aperta e mi aspettavo solo il crollo. La gente scendeva dalle auto parcheggiate. I lampioni sembravano elastici strappati a una fionda. Allora sì, ebbi paura. Ma nulla crollò.
Ora come allora il paese ha retto.
Lo abbiamo sentito il mostro ma non ne abbiamo subito le conseguenze.

E anche questo non è vero per niente.

       
ancora
Me ne rendo conto dagli abbracci dei colleghi aquilani. Dal piacere di poter continuare a vedersi, parlarsi anche delle cose più stupide.
Lo abbiamo sentito. Ma lo abbiamo sentito oltre i soliti sensi. Lo abbiamo sentito per le ossa, in fondo al petto un vuoto di sgomento.
Uno mi racconta d’essersi svegliato e d’aver visto l’appartamento del vicino di casa. Un altro mi descrive lo scenario degli alberi oltre il muro crollato del soggiorno. Ancora un altro mi dice che il frigorifero entrava e usciva dalla porta della cucina impedendogli ogni via di scampo. E ancora un altro, che era ad Assergi nel momento in cui il televisore ha spaccato il pavimento, è corso a L’Aquila dalla moglie, che dormiva con le bambine. S’è fatto strada sulla provinciale scansando le frane ed i crolli. Ha parcheggiato al terminal a quell’ora deserto e ha preso per Via Fortebraccio. Una ragazza l’ha fermato. Aiutami, gli ha detto, qui sotto ci sta mia madre. E insieme hanno iniziato a scavare. A mani nude. Solo dopo s’è ricordato delle bambine.
Scusami ma io devo andare.

E il pensiero m’è tornato a quella notte, alla voce sfigurata di Maurizio, il solo che mi rispondeva sul suo numero tacs. Forse l’unico ad avere ancora un numero tacs in tutta Italia.
Noi ci siamo salvati, mi ha detto, ma qua di fronte è crollata una casa. Ed ha continuato a parlarmi della mano di una bambina, ancora calda, di soli dieci anni.
E il messaggio di Paolo, alle quattro e ventitré. Sì, è un disastro. Stiamo tutti bene.
E le immagini di Euronews alle cinque del mattino, con Andrea che si aggira tra le macerie di via venti settembre. Solo alla luce del giorno capirò che quello è il civico numero settantanove. Ci sono entrato più volte, allo studio legale di Bruno, per una vertenza su un premio aziendale. Ora è tutto crollato.
Alla luce del giorno Paolo mi messaggia. Se ti riesce, X cortesia, fammi una ricarica da dieci.
E sullo schermo di Bruno Vespa, da Piazza d’Armi, riconosco il ginecologo che ha fatto nascere mia figlia, che ha visitato mia madre, poco prima che morisse. Che è andato in pensione ed è tornato a L’Aquila, all’Accademia di Belle Arti, per dare soddisfazione alla sua vena d’artista. Ora è là, con aria interrogativa, dietro un paio d’occhiali, sullo sfondo dello schermo serale di Vespa con cappotto e berretto fuori stagione.

Ogni viso, ogni frase, mi sembra d’averla già vista e sentita.
I racconti dei colleghi, dei compagni, come i racconti del quindici. Le case sventrate di Onna come nelle cartoline delle Grafiche Alterocca.
Saluti e abbracci dalla Marsica terremotata.
Roba da macabro collezionismo; la catastrofe venduta sulle bancarelle. E il re tra le macerie, a stringere mani come il doppiopetto lacrimoso impomatato ai funerali solenni. S’è fatto strada tra la gente, s’è seduto proprio dietro al Segretario della Camera del Lavoro provinciale. Immagino cosa gli sarà passato in testa in quel momento.
Manca solo il pastore tedesco, ma ha mandato una controfigura a salutare con accento della terra d’origine. Avrà tutto il tempo per recarsi tra le macerie. Il predecessore del millenovecentoquindici si era fermato al capezzale dei feriti, negli ospedali romani. A deporre la medaglietta argentata della vergine sul letto dei sofferenti.

Il palazzo aziendale è agibile con provvedimenti.
Meno male, ci tremavano le gambe nell’attraversare quei corridoi col casco giallo calcato in testa. Per il momento, nessuno rientra.
Per il momento ogni vita è un istante sospeso. Mi viene da pensare a quel che perdi, che non è solo quel che hai sotto gli occhi.
È quello che smarrisci che ti viene ovviamente a mancare. Smarrisci gli oggetti, i ricordi, le foto.
Mi riprometto di digitalizzare la precarietà della mia esistenza e di archiviarla in un hard disk, al riparo dal mostro. Mi verrebbe da dire ai compagni aquilani di prestare attenzione, di conservare ogni singola pietra, ogni asse di porta, ogni cardine di ogni singola vita.
Lo sappiamo bene noi, i terremotati del quindici. Interi paesi distrutti e ricostruiti più a valle. E una città senza storia, senza memoria, senza cultura.
Un patrimonio ricostruito. Un’immagine fatta di niente.
Ma non è questo il momento. Questo è il momento dei volontari con la pettorina. E ripenso a Tonino, che ha prestato servizio col naso rosso nella tendopoli. E che mi racconta come, con la mano nascosta dietro la schiena, abbia nascosto ai fantasmi la visione di troppi indumenti usati raccolti con italico slancio di generosità. Come abbia fatto cordone, con altri, attorno a un bagno chimico, per aiutare un diversamente abile a spogliarsi senza esser costretto a esporre la “sua vergogna”.
Ma è tutta nostra quella sua vergogna. È una sola vergogna.

Al gierre uno Boschi s’è meravigliato di questi abruzzesi che si lamentano dello sciame sismico. Durerà almeno quindici mesi, ha annunciato. E poi, che cosa si cerca di conoscere di nuovo e di più per questa terra così tanto altamente sismica? Han forse scordato, gli abruzzesi, eventi disastrosi come il terremoto di Avezzano? Il terremoto non ha mai ucciso nessuno. Sono gli errori commessi dagli uomini a determinarne gli esiti catastrofici.
Sanatorie e condoni. Sanatorie e prebende.
E l’errore più grosso è quello di pagare qualcuno per interpolare parametri storici fasulli, buoni solo per statistiche, senza nessun affanno di ricerca. Solo dati di fatto.
Il nostro non è un paese buono per la ricerca. E chi la fa, magari di tasca sua, passa per mentecatto.
Solo i numeri al lotto mi risulta siano imprevedibili, ma, almeno in quel caso, lo Stato ti fa puntare su quelli sicuri, sui ritardatari. 

Anch’io mi sento ritardatario.
Solo oggi ho ricordato, tra i volumi in doppia fila dei miei scaffali, un bel libro sulla Basilica di San Bernardino. Uno di quelli stampati su carta patinata da ricchi istituti di credito e spacciati per strenna a clienti distratti.
Credo proprio sia giunto il momento di prenderlo in mano, d’aprirlo e di soffermarmi, una pagina alla volta, su ogni singolo tratto, ogni singola immagine.

Prima che lo sciame mi tolga anche il libro.

                                                                              Orazio Mascioli


 

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Evento naturale, catastrofe

Evento naturale, catastrofe sociale.

Ancora troppa, troppa poca rabbia (e ragione) contro le vere cause del disastro. Ancora troppa, troppa poca coscienza della propria condizione, ancora nessuna, maledettamente nessuna opposizione all'affarismo mafioso delle "new town" e di Fintecna!

Dopo mesi di scosse, perché San Bertolaso protettore di cupole di ogni colore non ha fatto nemmeno un'esercitazione nella piana di Avezzano?

Perché in una zona così storicamente sismica non c'é un nodo permanente di protezione civile?

Milioni di decreti legge del governo più forte da cinquant'anni a questa parte, nemmeno uno di preallarme per ospedali e cucine da campo, cani da macerie, etc...

Dal Fucino si arriva subito in umbria, nelle Marche, in Irpinia, ai Castelli Romani, dovunque vi sia emergenza nel centrosud.
Migliaia di capannoni tossico-industriali a quotidiano rischio di esplosione, incidente chimico, incendi forestali, un solo distaccamento di 15 Vigili del Fuoco!

Perché nessun abruzzese (quelli di "sinistra" in primis) ha mai scritto/detto una riga di lamentela, protesta, richiesta?

Dov'eravate anche voi, le radio locali, i "movimenti", la "società civile" in tutti questi mesi in cui Gaia aveva il mal di pancia, e chiamava mamma dicendo "sto per vomitare"?

G8 all'Aquila? E perché no le Olimpiadi?

Se ciascuno ha quel che si merita, Abruzzo avrà la sua giusta "ricostruzione".

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