Il Castello espugnato dai romani nel 346 avanti Cristo
Virgilio, il più grande poeta della romanità, tra le genti d'Italia esaltate nelle Georgiche, ricorda al primo posto la nostra gente: i Marsi. Haec genus acre virum, Marsos pubemque Sabellum... Fiera una stirpe ella cred de' Afarsi e de' Sabelli... I Marsi, che anticamente appartennero agli Osci, furono di stirpe sabellica. Essi (ed e questa oggi l'opinione più accettata), sotto la pressione degli Umbri, che già avevano spinto verso sud i Sabini nei secoli precedenti, dall'Italia centrale, attorno al secolo VI av. Cr., emigrarono nella zona che circonda il lago del Fucino e vi si stanziarono. Non e da escludere che i primi Marsi abbiano fatto parte di un Ver sacrum, di una primavera sacra, del trasferimento cioè di un popolo da una regione ad un'altra, alla ricerca di una sede più fertile e meno abitata.
E i Marsi, questi nuovi abitatori della conca del Fucino, trovarono senza dubbio altre popolazioni preesistenti, venute in Italia molti secoli prima durante le remotissime trasmigrazioni dei popoli indoeuropei. così gli antichi abitatori si trasferirono in terre più meridionali o si lasciarono assimilare dai Marsi sopraggiunti, pur conservando di quest'ultimi nei costumi tracce della loro primitiva civiltà. E dovendo il mio studio fermarsi in particolar modo alla Valle Roveto, mi piace far rivedere con gli occhi della fantasia ai miei lettori le continue emigrazioni, le leggendarie primavere sacre, gli spostamenti frequenti delle popolazioni italiche, che si affacciavano alle porte della storia e percorrevano, con il cuore ricco di speranze e di promesse, la nostra valle, sempre attraversata dal Liri, allora chiamato Clanis, e sempre dominata dal Viperella, dal Viglio, da Monte Pizzodeta e da Monte C ornacchia. I Volsci, scesi anche essi dalla Sabina e sospinti dall'incalzare di nuove genti, avevano già occupatn le zone meridionali del Lazio e dei corsi medio e basso del Liri; per cui un dubbio resta, come ho già detto altrove, e a tanta distanza di tempo la questione rimane storicamente insolubile.
Ecco il dubbio. L'ultimo lembo meridionale, quello che comprendeva Balsorano (l'antica Vallis Sorana) e il suo territorio adiacente, fece parte anticamente del territorio dei Volsci o dei Marsi? Il nome di Vallis Solana e in favore evidentemente dei Volsci; di conseguenza permane il dubbio se il territorio di Balsorano sia stato addirittura compreso per qualche tempo nella regione dei Volsci, perché Sora fu sempre città volsca. Nello stesso tempo e verissimo anche che, fin dal Medio Evo, Balsorano, pur continuando a chiamarsi Vallis Sorana e pur restando l'ultimo paese della Valle Roveto e dell'Abruzzo, fece sempre parte della Marsica. Intanto e sempre difficile stabilire dove finisca la leggenda e dove invece cominci la storia. E mentre non sarà mai possibile una separazione netta tra la leggenda e la storia, non e neppure da escludere che, parlando di età lontane, le leggende, facenti parte dell'epica primitiva, celino spesso qualche tradizione, la quale, soggetta in secoli non controllati alla fantasia fertile dei popoli, vagliata in seguito dalla storia, possa riflettere le virtù di tutta una stirpe. Virgilio, elencando i popoli italici, accorsi a difendere Turno e il Lazio contro Enea, sbarcato alle foci del Tevere, con l'intenzione di dare stabile sede alle fuggiasche sue schiere, salvate dall'eccidio di Troia, non dimentica i Marsi, anzi ad essi serba un posto preminente.
In quell'epica lotta, che i popoli italici sostennero contro Enea, i Marsi furono guidati da una figura di leggenda, dal valorosissimo Umbrone. E i Marsi, noti nell'antichità come forti guerrieri, ben presto divennero alleati di Roma e seguirono i Romani nella loro rapida e prodigiosa espansione in Italia e fuori d'Italia, cooperando con invitte coorti alle fortune di Roma nella conquista di mezzo mondo. Non a caso nasceva e si affermava il motto: nec sine Marsis nec contra Marsos. Roma mai vinse senza i Marsi ne contro i Marsi. Non e mio compito seguire i Marsi nelle molteplici imprese, compiute con le legioni romane sotto le mura di Veio nella famosa guerra decennale, nelle guerre contro i Galli, in Oriente, in Occidente o sulle coste africane. Per quanto riguarda i Marsi debbo soltanto accennare; pero mi piace dare un mio giudizio su un particolare episodio in varia maniera commentato ed interpretato dagli storici. Tito Livio dunque per molti capitoli del Libro IV narra nel suo stile drammatico la lotta che si svolse con accanimento sempre crescente tra Romani e Volsci.
Le ultime vicende dell'aspra lotta si erano svolte cosi. In aiuto degli Ernici e dei Latini, attaccati dagli Equi e dai Volsci, erano venuti con i loro eserciti i Romani. In breve questi ebbero la meglio sui Volsci; poi li inseguirono e, inoltrandosi nel loro territorio che devastarono, riuscirono ad espugnare con la forza un castello presso il lago Fucino; nel castello presero tre mila prigionieri, costringendo gli altri Volsci a rinchiudersi dentro le mura delle loro città e a lasciare indifese le loro campagne. Ecco le parole dello storico latino: «uno atque facili proelio caesi ad Antium hostes; victor exercitus depopulatus Volscum agrum, castellum ad lacum Fucinum vi expugnatum atque in eo tria milia hominum capta, ceteris Volsct's intra moenia compulsis nec defendentt'bus agros». Per giungere nei pressi del lago Fucino, i Romani vittoriosi, che già avevano devastato l'agro volsco, dovettero necessariamente passare per Sora, risalire il corso dell'alto Liri e addentrarsi nella Valle Roveto.
Ma quale e il castello espugnato dai Romani nel 346 av. C.? Storici marsicani ed altri ancora, che hanno affrontato la questione, credettero individuare nel castello di Tito Livio la città di Antino. Ma non sembra per lo meno strano che venga occupata ostilmente dai Romani una città che fu sempre marsa, come risulta dalle iscrizioni delle sue lapidi e da quanto leggiamo in qualche storico latino? perché i Romani avrebbero portato le armi contro un castello dei Marsi, che in quegli anni erano alleati di Roma? A meno che i Volsci fuggenti, incalzati dalle legioni romane, non abbiano cercato un ultimo scampo dentro le mura di Antino, di una città marsa, posta ai confini, o quasi, del loro territorio, o in altro castello scomparso di Valle Roveto, e forse non molto lontano da Antino! E forse, accettando tale versione, potremo spiegare in qualche modo il numero veramente ragguardevole di tremila prigionieri, caduti in mano dei vincitori. E data per probabile questa ipotesi, e proprio da escludersi l'altra ipotesi accennata pocanzi, che il castello presso il Fucino si trovasse in diversa località, oggi difficilmente individuabile, ma anche essa situata in Valle Roveto? già ho accennato alla possibilità che L'estremo lembo di Valle Roveto, confinante con l'agro sorano, possa aver fatto parte un tempo del territorio dei Volsci.
Un castello che si fosse trovato in questa zona, non definita allora come terra dei Marsi, potrebbe con qualche probabilità essere la chiave del difficile passo di Tito Livio. Anche l'espressione «ad lacum Fucinum» potrebbe essere valida per la nostra interpretazione. Per qualunque località di Valle Roveto, specialmente per i paesi posti a sinistra del Liri e lungo le rive del fiume, si poteva dire, senza allontanarsi troppo dal vero, << ad lacum Fucinum >>, presso il lago Fucino. Bastava salire sulle cime dei monti, che si innalzano a sinistra del Liri, per avere immediatamente davanti la meravigliosa visione del lago, ora prosciugato. Qualcuno, come Domenico De Sanctis, che ci ha lasciato un'acuta dissertazione, anche se troppo ardita, su Antino, affaccia l'ipotesi che il castello, nominato da Livio, sia da identificarsi con Civitella Roveto. Civitella Roveto, una rocca in quel tempo di Antino, secondo il De Sanctis, corrisponderebbe all'Arx di Tolomeo, che poi in Plinio si e trasformata in Anxantini e che dovrebbe leggersi Arxantini. Plinio, infatti, tra i popoli marsi colloca anche gli Anxantini, di cui nessuno storico ha mai identificato i confini ne trovato il territorio che abitarono, per quanto gli storici marsicani si siano sbizzarriti a tentarlo.
Gaetano Squilla
Uomo di fede e di cultura, storico e ricercatore marsicano, si è interessato in particolare delle vicende storiche sociali e culturali della Valle Roveto, fra la sua vasta bibliografia ricordiamo:
Cesare Baronio e gli Annali – C. Camastro. Sora, 1932.
Cesare Baronio nel quarto centenario della nascita – C. Camastro. So- ra, 1938.
S. Giovanni Battista (Discorso) – Uberti e Pisani. Sora, 1949.
Monachesimo, Cistercensi, Casamari – Commemorazione dell’8 Centenario
dell’Abbazia di Casamari. Uberti e Pisani. Sora, 1952.
Nella gloria di S. Bernardo – Otto conferenze pronunziate nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme in Roma per l'8’ centenario della morte di S. Bernardo di Chiaravalle. Ed. F. Ferrari, Roma, 1954.
Il Seminario di Sora dalle origini ai nostri giorni (1565-1957) – Uberti e Pisani. Sora, 1957.
Il Liri nella storia – Tipografia Arpinate. Arpino, 1959.
La Chiesa di S. Stefano in Civita d’Antino (L’Aquila) – Tipografia Abba- zia di Casamari. Veroli, 1960.
La Cattedrale di Sora dal 1100 al 1961 – Tipografia Abbazia di Casama- ri. Veroli, 1961.
Cesare Baronio, la famiglia e Sora – Estratto dal volume c Scritti vari a Cesare Baronio » Casa Ed. M. Pisani. Isola del Liri, 1963.

