Il brigantaggio in Abruzzo
"Uno studio del cosiddetto brigantaggio sviluppatosi nel Mezzogiorno al momento dell'unificazione risulta arduo non soltanto a causa della cortina di silenzio che la carità di patria volle stendere su di esso, ma anche perché uno studio del genere è costantemente esposto al pericolo di frammentarsi nell'analisi di un fenomeno complesso e confuso nelle sue manifestazioni, per alcuni versi ancora tanto oscuro, e che a prima vista sembra confermare la corrente convinzione che vi prevalga assolutamente l'elemento spontaneo, e quindi tutto sia frazionato, particolare, caotico".
Così scriveva nel 1964, nella sua Storia del brigantaggio dopo l'unità, Franco Molfese, riferendosi genericamente al meridione d'Italia. Ma le sue parole vanno bene anche per la nostra regione. I briganti nella storia d'Abruzzo: è il tema di questo quarto capitolo. Non si può certo dire che essi, i briganti, costituissero un ceto sociale a sé: e sembra strano, quindi, che li si presenti come una categoria ben definita, diversa da quelle, che abbiamo già trattato, dei contadini, dei pastori, dei pescatori o degli artigiani.
Briganti, infatti, potevano essere tutti: il povero bracciante, come il nobile e ribelle avventuriero; il pastore del tratturo, come l'artigiano intraprendente o squattrinato; il giovane scapestrato, come il frate devoto.
Tuttavia, essendo la storia dell'Abruzzo - specialmente dal Cinquecento all'Ottocento - costellata di episodi di banditismo o di ribellione sociale, favoriti sia dalle misere condizioni economiche di gran parte della popolazione, sia dalla struttura montuosa del terreno o dalla posizione di frontiera al confine con lo Stato Pontificio, è possibile immaginare anche questa "categoria sociale" come gruppo a sé, ben caratterizzato rispetto agli altri gruppi o al resto della popolazione.
"Uomo si nasce, brigante si muore,
ma fino all'ultimo dobbiamo sparà;
e se moriamo, portateci un fiore,
e ‘na bestemmia pe' ‘sta libertà".
LA "CULTURA" DEL BRIGANTE
E' vero che briganti non si nasce, ma si diventa ("Uomo si nasce, brigante si more", recita la canzone popolare citata in precedenza): e lo possono diventare tutti, ricchi e poveri, nobili e cafoni. Ma è anche vero che, allorquando si sia fatta quella scelta, di diventare cioè briganti, si debbano necessariamente assumere modi e consuetudini legati al proprio nuovo ruolo. Nasce, quindi, una "cultura" del brigante, per cui, alla fine, costui si distingue nettamente dal non-brigante. I briganti non sono una classe sociale: ma costituiscono certamente un gruppo ben definito, con sue regole, suoi comportamenti specifici, suoi luoghi di aggregazione.
E' per questo che si è ritenuto opportuno, in questa sede, parlarne come di una specie di categoria a sé. E il primo segnale di riconoscimento, di distinzione, per un brigante, era il suo abbigliamento. Ecco come li descriveva Beniamino Costantini, autore, verso la fine dell'Ottocento, di un interessante volume sul brigantaggio negli Abruzzi: "I briganti dei nostri Abruzzi [...] studiavano ogni mezzo per incutere nel popolo maggior paura. Era loro abitudine di non tagliarsi mai né capelli né barba. Sopra il vestiario portavano una cinta di cuoio detta padroncina, entro cui si conservavano munizioni e denaro, e dove erano appesi pugnali, pistole, rivoltelle. Compivano il vestimento le così dette ciocie e un cappello a punta, ornato di piume di pavone o di cappone, di cornettini di coralli e di altri segni. Nell'inverno, si aggiungeva un ampio e pesante mantello di lana turchina o di color marrone. E spesso erano armati di ottimi fucili che, non di rado, venivan loro procurati dagli agenti borbonici del vicino Stato Romano".
D'altra parte, essere briganti significava anche obbedire ad un codice di comportamento che aveva le sue proprie regole, una specifica simbologia, precise finalità, i suoi "valori" (che, dopo il 1860, corrispondevano espressamente a quelli del legittimismo borbonico):
"Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intiero di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II (che Dio guardi sempre), e promettiamo di concorrere con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze al suo ritorno nel Regno; di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini, a tutti i comandi che verranno sia direttamente, sia per i suoi delegati dal Comitato Centrale residente a Roma. Noi giuriamo di conservare il segreto, affinché la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore de' Sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per la grazia di Dio, difensore della religione, e figlio affezionatissimo del nostro Santo Padre Pio IV. Noi promettiamo anche, coll'aiuto di Dio, di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale, Vittorio Emanuele, e i suoi complici. Noi lo promettiamo e lo giuriamo!".
Questo appena letto è il testo del giuramento (tratto dal volume di Marco Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio, edito a Firenze nel 1862), che i briganti del periodo post-unitario pronunciavano prima di partire per le loro spedizioni anti-piemontesi. E' anch'esso, in fondo, un segnale delle contraddizioni presenti nella figura e nel ruolo del brigante, la cui vita era uno strano miscuglio di violenza e di pietà, di odio spietato e di religiosità profonda. E' ancora Beniamino Costantini a ricordare come i briganti abruzzesi portassero spesso, con sé, amuleti e immagini di Madonne e altri Santi protettori: e su tali immagini, poi, venivano scritte le più strane preghiere.
IL BRIGANTAGGIO PRE-UNITARIO
Ma il brigantaggio, in Abruzzo e nel meridione, non fu soltanto quello filo-borbonico e antipiemontese. Da sempre, invece, la letteratura narrativa e cronachistica sull'Abruzzo ha calcato l'accento su una permanente fisionomia brigantesca di questa regione, come se essa fosse costitutiva, quasi naturale, nella geografia antropica abruzzese. Già verso la fine del Quattrocento, un anonimo visitatore (che qualcuno ha creduto di identificare in Leonardo da Vinci), in occasione di un suo viaggio verso l'interno dell'Abruzzo, così raccontava: "Negli Abruzzi vi sono molti briganti, i quali per rubare le mercanzie uccidono coloro che fanno i mercanti". E, accomunando l'Abruzzo al resto del meridione, lo stesso viaggiatore così spiegava il fenomeno:
"Gli Abruzzi si trovano nel Regno di Napoli dove vi sono molti briganti, perché nel Regno di Napoli vi sono molte persone che non hanno nulla da mangiare".
Sintomatici sono i versi di una canzone popolare, cantata dal complesso Musicanova e intitolata Quanno sona la campana (qui ne diamo una libera trascrizione in italiano):
"E poi viene il re Normanno Quindi, già dal XV secolo, la ragione fondamentale dell'esistenza del brigantaggio abruzzese (e meridionale in genere) veniva individuata nelle condizioni economiche, politiche e sociali di queste popolazioni. E' un'interpretazione, che farà molta fortuna in seguito, anche quando si parlerà quasi esclusivamente del brigantaggio borbonico, più vicino a noi nel tempo e politicamente meglio caratterizzato rispetto a quello quattro-seicentesco. Uno studioso abruzzese della fine dell'Ottocento, Enrico Casti, così spiegava la genesi del brigantaggio aquilano in epoca spagnola: "Le genti del contado, strappate alla materna giurisdizione della città e oppresse dal duro giogo de' nuovi feudatari, cominciarono a formare terribili comitive di banditi, che rendevano pericolosi i passi delle montagne: e i governanti, per dar la caccia a quei banditi, costrinsero i Signori del Magistrato ad imporre una nuova tassetta e riassoldare i veterani spagnoli, non meno feroci e non più sicuri de' predoni di strada".
che ci fa danno,
e poi viene l'Angioino che ci rovina,
e poi viene l'Aragonese, oh che sorpresa,
e poi viene il re Spagnolo che mariolo,
e poi viene il re Borbone che non è buono,
e poi viene il Piemontese che ci vuol bene:
che possa essere cecato chi non ci crede,
che possa morì' ammazzato
chi non ci crede".
Un banditismo endemico, dunque, le cui tracce permangono anche nei secoli successivi, tanto che un altro viaggiatore straniero, questa volta della seconda metà del Settecento, il barone Carlo Ulisse de Salis Marschlins, così annotava nel suo diario di viaggio:
"Durante il mio viaggio in Abruzzo mai, fortunatamente, ebbi la sventura di essere assalito dai briganti; però i numerosi segni posti a memoria di coloro che erano stati martirizzati o afforcati sul posto, mi provarono l'esistenza del pericolo, e le barbarie che erano state commesse dagli assassini".
E quasi un secolo dopo, il Gregorovius, parlando della provincia dell'Aquila scriveva così: "Questa solitaria contrada, dopo la Calabria, è la più frequentata dai briganti. Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, e ancora se ne incontrano nei dintorni di Sulmona".
LE "RAGIONI" DEL BRIGANTAGGIO
Ben presto, dunque, il brigantaggio abruzzese - pur nella varietà delle sue manifestazioni - viene considerato da gran parte della storiografia come la naturale reazione delle povere popolazioni della campagna e della montagna a condizioni di vita disumane e miserevoli. Tale interpretazione è stata alla base di un lungo e interessante programma radiofonico, La luna aggira il mondo e voi dormite, realizzato dalla RAI nel corso del 1979:
"Al fondo della ribellione c'è il problema della terra. Il contadino si organizzò la rivolta. All'inizio fu come un gioco d'infanzia: a nascondino, dietro le masserie, nelle mangiatoie e nei pagliai, coi compagni del villaggio. Dalle scarpate arrivavano gli altri: calzolai, fabbri, e persino qualche studente e qualche prete. Si costruirono armi come giocattoli, alla buona, facendo la punta ai forconi e le lame alle falci. Le donne si perfezionarono nell'arte della vivandiera, dell'amore degli uomini e dell'amore per la causa. Qualcuna, sparse le trecce morbide, confezionò munizioni e propositi di battaglia. Quando il gioco cominciò a diventare pericoloso, tutti si nascosero nei boschi: l'ombra del regno vegetale ne falsò le dimensioni e alimentò le paure, come se le radici nascondessero la città militare immaginata da Verne. La legge trovò loro un nome feroce: li chiamò briganti, per darsi coraggio e per intimidire quanti, anche senza volerlo, avessero udito il richiamo di Robin Hood".
Ed ecco quel che esprime un'altra canzone popolare, cantata dal lucano Pietro Basentini, riassuntiva - in maniera elementare - delle ragioni più profonde e più istintive delle scelte di vita dei briganti anti-piemontesi nel meridione:
"Gli avevano promesso la terra
e invece gli fecero guerra;
gli hanno ucciso moglie e figli
come se fossero conigli.
E per completare la festa,
gli tagliarono pure la testa.
E' per questa ragione
che rivolevano il re Borbone".
LA FIGURA DEL BRIGANTE
I capi-briganti, e non solo quelli dell'Ottocento, venivano spesso immaginati e descritti come uomini crudeli, ma dignitosi e quasi eroici, amanti più della giustizia che della rapina; e, talvolta, anche signorilmente originali e galanti in taluni loro comportamenti. Marco Sciarra, bandito cinquecentesco, soprannominato "il re della campagna", sapeva essere feroce con i nemici, ma raffinato con le donne e generoso con coloro che mostravano coraggio. Così ha scritto di lui lo storico teramano Niccola Palma nella sua Storia della città di Teramo: "Credesi ch'egli avesse sempre rispettato e, per quanto poté, fatto rispettare da' suoi l'onor delle donne: ch'essendo venuto in chiaro di alcune licenze de' compagni su tale materia, li convocasse, e così gli sgridasse: Figliuoli, siamo di già perduti, in breve saremo disfatti. E che incontrandosi nelle vicinanze di Ripattone con una sposa, la quale andava la prima volta a casa del marito, smontò da cavallo, volle ballare assai modestamente con essa e colle altre donne di accompagno: regalandola poscia del suo, e di una questua che col cappello in mano le procurò dagli altri banditi".Questo alone di leggenda, che abbiamo visto circondare la figura di Marco Sciarra, avvolge anche altre figure più recenti di briganti: da Giulio Pezzola a Fra Diavolo fino al famigerato Luigi Alonzi, soprannominato Chiavone:
"Partìa da Roma a Napoli Dunque, un "feroce nato", un uomo dalle "imprese ignobili", detestato da tutti, eppur "brigante celebre nei fasti del Borbone": così ce lo presentavano le filastrocche recitate tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento dai cantastorie popolari, allora frequenti in tutte le contrade abruzzesi.
questo feroce nato,
che nel libro dell'anime
Chiavòn venìa chiamato.
E di sue imprese ignobili
diede feroce un saggio,
quando diéssi a percorrere
l'infame brigantaggio.
Sicché da ognun detèstasi
il perfido Chiavone,
che fu brigante celebre
nei fasti del Borbone".
Angelo Melchiorre
MELCHIORRE Angelo, nato a L'Aquila il 23.4.1935, residente in Avezzano (AQ) - e-mail: angelo.melchiorre@libero.it
TITOLI ACCADEMICI:
- diplomato presso il Liceo Classico "D.Cotugno" dell'Aquila (anno 1953)
- laureato in lettere classiche (tesi in latino) presso l'Università di Genova
- vincitore (1964 e 1966) di concorsi a cattedre per l'insegnamento; vincitore di
concorso a preside (1990) nei Licei di Stato
ESPERIENZE LAVORATIVE:
- docente di materie letterarie (italiano e storia) negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Istituti Magistrali e Licei) dal 1958 al 1990 nelle province di Frosinone (Cassino), Imperia (Ventimiglia, Sanremo, Imperia...), L'Aquila (Avezzano)
- comandato presso l'IRRSAE-Abruzzo per ricerca e sperimentazione
- attività didattica nelle università di Roma (cattedra di filosofia morale, anni 1975-76) e di Chieti (cattedra di letteratura delle tradizioni popolari, anni 1989-90)
- conduzione seminario universitario di studio su "Herder, Schiller, Nietzsche e il mito della Griechentum nel mondo tedesco dal Settecento all'Ottocento"
- docente nei corsi organizzati dall'Istituto Superiore di Scienze Sociali dell'Aquila

