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Villaggio di Colle Santo Stefano

Ritratto di Luigi Todisco

Posizione

L' abitato di Colle Santo Stefano è situato in località Pozzo di Forfora nell'area sud orientale del bacino del Fucino (I.G.M. Gioia dei Marsi 152 IV N E, 41' 56' 35" N 1' 11' 40" E). Scoperto da O. Ventura e segnalato da U. Irti (IRTI, 1988) è stato oggetto di indagini sistematiche condotte dal Dipartimento di Scienze Archeologiche dell'Università di Pisa negli anni 1988-93, riprese nel 1997 e tuttora in corso (RADI, WILKENS, 1989). Gli scavi hanno messo in evidenza ed esplorato un deposito a spessore variabile (cm 20 - 80), che pare essere sedimentato in un avvallamento, la cui superficie presenta inclinazione da S/0 verso N/E. Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)



Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)

 

L'insediamento è situato su un'ampia spianata lievemente inclinata che raccorda la piana del Fucino alle pareti di roccia, ed ai depositi di versante da queste derivanti, che la circondano. Questa superficie è impostata su depositi a ghiaie in genere arrotondate disposte in strati ben evidenti, che si distinguono per le diverse dimensioni dei ciottoli. Le osservazioni che seguono sono desunte dall'osservazione di campagna del deposito archeologico e dall'esame micromorfologico di sei sezioni sottili di campioni indisturbati di suolo, cinque dei quali prelevati a distanza costante l'uno dall'altro lungo l'intero spessore; il sesto rappresenta un sottile strato franco sabbioso di colore bianco giallognolo situato a poca di stanza dalla base del deposito.

 

La campionatura eseguita e le dimensioni dell'area di scavo non forniscono dati sufficienti ad una esaustiva interpretazione dei processi di formazione del sito. In particolare non è possibile, allo stato attuale delle conoscenze, stabilire l'origine della lieve depressione che contiene il deposito archeologico, anche se questa pare essere stata tagliata nei livelli alti delle ghiaie fini (Ghiaie di Boscito ?, GIRAUDI, 1988) debolmente pedogenizzate, che costituiscono l'orizzonte sommitale della successione nell'area di Pozzo di Forfora. La grande omogeneità di caratteri tessiturali e morfologici lungo tutto lo spessore del deposito archeologico suggerisce che il processo di accumulo sia stato di durata relativamente breve, oppure che le modalità di deposito siano rimaste invariate per lungo periodo, fatto questo che contrasterebbe con i dati archeologici. La presenza di grandi quantità di materia organica, di probabile origine vegetale, indica una forte antropizzazione, benchè non sia possibile stabilire quale sia stata l'attività che ha dato origine a questo accumulo.

 



La componente dominante nella pasta di fondo è tuttavia la calcite, in forma di fini aggregati micritici e di cristalli microsparitici; la presenza di forme, anche se piuttosto rare e mal conservate, che richiamano quelle dei cristalh di ossalato di calcio presenti nelle strutture legnose dei vegetali (COURTY, WATTEZ, 1987), indica che buona parte del deposito è costituita da ceneri, probabilmente di legno maturo, nelle quali l'ossalato è stato arrostito e carbonato per combustione a temperatura medio alta. La cattiva conservazione delle forme è da imputarsi all'attacco acido da parte delle soluzioni percolanti ed alla pedogenesi che hanno causato la dissoluzione di parte degli aggregati, cancellandone parzialmente la forma originaria: questi aggregati sono infatti assai reattivi ai processi di dissoluzione e gli effetti di questo fenomeno si riscontrano anche nella ricristallizzazione di questi carbonati sotto forma di cristalli microsparitici in altre aree del deposito. Tuttavia va posto in evidenza che i cristalli microsparitici possono essersi formati anche a causa della penetrazione nella massa del suolo di soluzioni ricche in carbonati provenienti per spinta capillare dal substrato ghiaioso. Riguardo alla natura del sottile strato discontinuo franco sabbioso di colore bianco giallognolo, che si rinviene in prossimità della base del deposito archeologico, si pone in evidenza che la frazione sabbiosa è quasi del tutto assente, che la pasta di fondo è costituita quasi integralmente da microsparite, che sono presenti deboli tracce di laminazione e che rari resti di (micro)organismi dulcicoli sono osservabili in sezione sottile.



Siffatte caratteristiche indicherebbero per questo deposito un'origine lacustre, in un bacino relativamente ampio e ben ossigenato; tuttavia è assai poco probabile che si possa trattare di sedimentazione lacustre in situ, perché i tempi e le modalità di un eventuale innalzamento del livello lacustre non sono compatibili con la durata della sedimentazione del deposito e con la geometria dei corpi sedimentari osservati in esso. Si propende quindi, in via del tutto propositiva, per una causa antropica della presenza di questo livello nella successione.



Per approfondimenti visitare la sezione storia di Ortucchio >>



 

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