Il terremoto nella letteratura
La vecchia terra si mise a tremare con tutte le sue montagne, e così forte da credere che stessero per crollare i cardini stessi del mondo. Salì dalle profondità misteriose un rombo, al quale rispose quello delle montagne impaurite e riempirono i cavi della terra, che solo la terra tiene, e la immensità dei cieli, donde il sole guardo una densa nube di lutto. Poi le cose perdettero il loro nome per diventare un confuso ammasso di detriti, una vita multanime si spense.
Antonio Falcone, il giorno della grande ira
Grida, invocazioni, pianto. Terrificante era lo spettacolo che si presento ai miei occhi: la nube grigiastra, immensa, che alcuni della periferia avevano visto innalzarsi sopra la città abbattuta, era scomparsa lasciando nell’aria un odore acre, acuto, inconfondibile di vecchi calcinacci che, penetrando attraverso le nari, sembrava invadere anima e corpo nel senso della morte disseminata all’ intorno. Levai lo sguardo su quelle povere case in frantumi e fui colpito alla vista del campanile di San Bartolomeo che, mutilo com’era, mi apparve nel vero tentativo di innalzarsi al cielo da quell’immane biancastra distesa di pietre, tra le quali si ergeva appena. La mia mente di fanciullo si smarrì ancor più nello stupore, che mi destava la caduta di quel gigante, da me immaginato incrollabile.
Giovanni Pagani, Avezzano e la sua storia
Dopo quaranta giorni, i soldati e i superstiti e i soccorritori giunti da ogni parte della nazione cercavano ancora: e riusci all’aperto ancora vivo, un maiale che, già grasso, stando sepolto, si era sostentato digerendo se medesimo, sicche, ora, era solo un orribile scheletro.
Mario Vecchioni, rivista abruzzese
Il terremoto aveva letteralmente distrutto la città di Avezzano, nella tragica alba del 13-1-1915. Circa 2.000 i superstiti e oltre diecimila i morti. Fu, come e stato scritto da esperti geologici, uno dei cataclismi più tremendi che la storia ricordi. I feriti furono avviati negli ospedali di Roma dove ebbero una fraterna indimenticabile assistenza. I superstiti che non avevano riportato ferite, che erano senza una casa e senza mezzi di sussistenza, si adunarono in attesa di soccorsi, nei pressi della stazione ferroviaria.
Armando palanza Avezzano dei Tempi andati
Il 14 gennaio i piccoli paesi della conca del Fucino sono avvolti da una densa cortina di nebbia che, lentamente, dileguandosi, lascia scorgere, nella vasta distesa bianca, l’orrore di immense rovine laddove poche ore prima fiorivano prosperose cittadine e operosi villaggi. E impossibile soffermarsi a considerare lo scenario squallido e silenzioso di quei luoghi dove si trascinavano come automi, esterrefatti e inebetiti, pochi scampati che sembravano come ridestarsi da un incubo terribile.
Ugo Speranza Gli archivi d’Abruzzo e Molise descritti e annotati
Larghe ondate di rovine invadenti le vie e i campi incostanti: intimità denudate dall’improvviso crollo di pareti; cadaveri insepolti a mucchi e il lezzo della putrefazione ovunque; e su quella distruzione livellatrice qualche gruppo di superstiti, la testa o gli arti sommariamente bendati, lamenti laceranti, invocazioni, e il canto funebre di una donna discinta presso le macerie di quella che era stata la sua casa.
Giovanni Giurati La Vigilia
Il terremoto del 13 gennaio ha falciato nella Marsica migliaia di esistenze, ha distrutto molte ricchezze e grandi speranze di fecondo lavoro, ma la solidarietà nazionale, nella sventura, ha saputo degnamente fronteggiare il feroce assalto della natura e del fato, e con spontaneo slancio fraterno, ha dato largo e incessante conforto di pietà e di opere ai colpiti dall’immane catastrofe.
Francesco Ciccarone Marsica-numero unico per i danneggiati del terremoto del 13-11915 e per la Croce Rossa Italia
Di Avezzano non e rimasto più nulla: non si vedono che monconi di mura e di pochissime abitazioni rimaste in piedi. Il terremoto di Messina ha lasciato un’impressione generale meno catastrofica rispetto a quello di Avezzano ove tutto ha assunto un aspetto uniforme e spettrale di macerie sparse o accumulate ovunque; scomparse le strade, ogni traccia di collegamento, anche i pali di illuminazione abbattuti e le insegne divelte dai negozi contribuivano ad accrescere quell’aspetto spettrale o allucinante...
Raffaele Colapietra, Fucino Cent’Anni
Frattanto nuove scosse e rabbiose raffiche di vento si susseguono senza interruzione, rendendo ancor più precaria la situazione, che presto diventa insostenibile al cader delle tenebre. Da queste parti quando il freddo infierisce e imperversa la bufera, scendono dai vicini monti branchi di lupi famelici, attirati dal forte e caldo odore del bestiame raccolto nei recinti e nelle stalle... Di tanto in tanto si odono detonazioni di armi da fuoco individuali... Sono colpi di intimidazione dei carabinieri per tenere lontani i predatori che s’avventurano fin dentro il paese, come veri lupi, per compiere atti da sciacallaggio.
Bruno Vespa e Arnaldo Panecaldo da Marsica 1915
Volgendo gli occhi attorno pare che la vita sia completamente esulata, anche la febbre delle ricerche pare sia spenta. Non una forma di casa attorno, non più un muro, nulla; il terremoto ha livellato tutti i cumuli di macerie. In fondo a questo sentiero che fu strada, s’immagina la strage e pare che qualche cumulo bianco di detriti si muova e che palpiti, il groviglio delle travi divelte e contorte sembra sia scosso da braccia disperate. Nel secolo nostro, assertore impenitente di civiltà di altruismo, occorsero due o tre giorni agli uomini di buona volontà per poter giungere a dire una purissima parola di conforto, anche prima di dare un aiuto reale, a fratelli colpiti dalla più spaventosa delle calamita telluriche.
Luigi Filippo De Magistris La Geografia/30-2-1915
Poche volte nella storia si ricorda una sciagura sismica orrenda come questa, nella quale si videro travolti, distrutti e annientati in pochi secondi illustri monumenti e insigni opere d’arte, vanto ed orgoglio di nostra stirpe, onde eravamo invidiati dagli stranieri, che qui venivano a portare il contributo della loro ammirazione e dei loro studi.
Vincenzo Bindi Dal discorso rivolto ai marsicani in occasione della riunione del consiglio provinciale di Teramo
La Marsica nostra si è piegata e travolta, stupefatta ed inerte, perdendo il ritmo della sua vita. Essa ha finora ascoltato e sentita la carezza alleviatrice della magnifica solidarietà italiana... la nostra regione... l’abbiamo vissuta e vogliamo viverla ancora, attaccati alle nostre montagne, da cui nessun scotimento potra staccarci. Crediamo sia giunto il momento di dire ordinatamente i nostri bisogni, indicare con serenità i solchi che devono incanalare i soccorsi, additare le tracce dei sepolti sentieri su cui transitava il nostro lavoro e scorreva l’attivita dell’organizzazione sociale.
Avv. Filippo Carusi Celano 26-1-1915
E non per vane recriminazioni parlerò, ma per un sentimento di dovere, poiché mi sembra di sentire ancora oggi da sotto i cumuli delle macerie i gemiti e gli appelli dei sepolti vivi, cui rispondeva nel nostro cuore l’impeto della rabbia impotente, mentre con scarsi arnesi e con scarse braccia ci accanivamo nei lavori di scavo, e sento ancora la rampogna, talvolta sommessa, tal’altra ammonitrice, di quelle larve di uomini, che tirati fuori dalla morsa ci sono spirati fra le braccia mormorando: «Perché non siete venuti prima?».
On Erminio Sipari Discorso alla Camera dei Deputati del 19-3-1915
Il terremoto è guerra. La guerra vuole una milizia. Per quello che e comune a questa come a tutte le guerre, l’assistenza ai vivi (la prima medicazione dei feriti, la spedalizzazione sul luogo per i non trasportabili, il trasporto degli altri, l’alimentazione degli scampati) e il seppellimento dei morti, l’esercito ha i suoi organi già pronti. E deplorevole soltanto che la mobilitazione di questi organi non sia avvenuta vasta e rapida sin dal primo giorno.
Giovanni Cena Nuova Antologia Gennaio/Febbraio 1915
La nostra voce si rivolge con pienezza di affetto a voi che avete ricordato le innumerevoli vittime causate dal terremoto di cinquant’anni fa, quando l’immane flagello, sconvolgendo le viscere della vostra terra antica e gentile, causo ruine e lutti di incalcolabile gravita. L’anniversario riporta alla memoria, insieme con le tragiche immagini di quella desolazione e il rimpianto per le vittime, anche il pensiero di quanti vi furono vicini nell’ora della prova, a consolare, a incoraggiare, a tergere le lacrime dei superstiti.
Papa Paolo VI Radiomessaggio indirizzato ai marsicani il 13-1-1965
Non erano ancora le otto: l’orologio le avrebbe suonate fra qualche istante. Al centro della sua conca, il cuore del Fucino cessò di battere. Come un gigante che abbia resistito con lunga forza al dissanguamento, questo corpo che aveva resistito al prosciugamento, emise l’ultimo rantolo e si accasciò sul fondo. La terra non ebbe più regola e si contorse, oscillò, si eresse, si squarciò, sussultò, si scompose, urlò soffocata, tremò a lungo, invasa da una febbre a freddo. Il flagello si propago per otto province. La morte sghignazzò per lunghe ore, ovunque. La neve cadde, infine.
Dario Di Gravio «La Commare Regina»
http://www.info.terremarsicane.it/node/add
|
In quei tempi le condizioni di vita erano miserabili, il denaro poco circolava, difficilmente si riusciva a far fronte ai piccoli debiti contratti nell’estremo bisogno: di tale disagio e di questa miseria era sempre pronto a profittare chi e abituato a speculare sulla povera gente. Inoltre scarsa l’alimentazione, trascurata l’igiene, troppo vecchie e malsane le abitazioni. Qualcuno di noi che ricorda appena appena come un sogno l’inizio di questo secolo, deve confessare sinceramente che una differenza abissale corre tra l’epoca dei padri e l’epoca che viviamo nel 1966. In un cinquantennio la societa ha cambiato il volto completamente. Tale era dunque la situazione generale di Valle Roveto quando la mattina del 13 gennaio 1915, pochi minuti prima delle 8, una immane sciagura colpi la Marsica, la Valle Roveto e la Valle del Liri. |
|
|

