Sette anni sette mesi e sette giorni

llorché Diodato Buffone, classe 1917, caporal maggiore, il l' settembre 1938 fu chiamato alle armi per compiere il servizio militare di leva tutto poteva supporre meno che avrebbe dovuto indossare il grigioverde per sette anni, sette mesi e sette giorni esatti. Egli non aveva compiuto ancora ventuno anni e svolgeva l'attività di pastore e contadino. Diodato era cresciuto nell’abbondanza delle famiglie agresti dell’epoca e all’inizio della naia risenti molto della mancanza dei prodotti genuini della sua terra, ma poi, man mano, non solo fece l'abitudine al rancio militare ma si assuefece anche ai lunghi digiuni del fronte di guerra e della prima fase della prigionia. Ascoltiamo il suo racconto. ”Dal Distretto militare di Sulmona fui chiamato per il servizio di leva il l' settembre 1938 ed assegnato al 116’ Rgt. Fanteria Divisione Marmarica del 21' Corpo d’Armata per l'Africa Settentrionale (Libia). 
 
Il 9 settembre partii da Chieti per Napoli ed il giorno seguente fui imbarcato sul piroscafo Lombardia diretto a Derna, dove arrivai il 13.9.1938. I cinque giorni di navigazione furono di una tristezza tremenda. Abituato all’aria aperta della zona di Vigna Ceraso detta Paneccacio mi sentivo soffocare anche quando mi era permesso di salire in coperta. Sentivo nostalgia delle mie montagne, delle grandi distese dei pascoli, della mia famiglia e dei parenti, del mio paese e degli amici. Quel mare azzurro ed infinito non mi diceva proprio nulla. E non ero che all’inizio. Dopo qualche giorno di stanza a Derna venni trasferito a Tobruk. Mi imposi una certa rassegnazione, partecipai alle fasi di addestramento, molto dure, ed incominciai a prendere dimestichezza anche con la sabbia del deserto. Il 30 ottobre 1938 fui nominato fante scelto e promosso caporale il 18 gennaio 1939. I mesi trascorrevano lenti e la sera, rientrati dalle istruzioni, si andava a dormire con tale stanchezza che non si aveva nemmeno la possibilità di pensare al paese ed alla famiglia. Dovevo fare diciotto mesi di naia ed invidiavo quelli che il servizio di leva lo stavano svolgendo in Italia. A Tobruk tutto era arido, piatto e desolante. A volte mi procuravo un po’ di sollievo osservando le tartarughe che circolavano indisturbate in ogni dove. Il 1' luglio 1939 fui promosso caporal maggiore e la cosa mi risollevo molto di morale. Ora partecipavo all’addestramento con più soddisfazione perchè non ero più sottoposto agli umilianti compiti assegnati alle reclute. 
 
In questa cittadina si stava male perchè non esisteva l'acqua potabile. La razione, costituita da un gavettino al giorno, era di acqua portata dalla Sicilia con le navi cisterne. Tobruk era un luogo prettamente militare; si incontravano pochissimi civili, soprattutto arabi, aveva un bel porto ed una bella spiaggia nella quale, due volte a settimana, andavamo a fare il bagno. La sera del 19 febbraio 1940 fui chiamato al comando del Reggimento e l'aiutante maggiore mi comunico che dovevo andare in licenza per dieci giorni. Io, contrariato, gli risposi: Essendo quasi alla fine del servizio di leva, non mi spetta un mese? – E lui: Vai a casa per dieci giorni perchè tuo padre sta male; e arrivato un telegramma dai carabinieri di Balsorano! Quelle parole mi ferirono profondamente. Pensai subito a male e fui assalito da una profonda tristezza. Mi si velarono gli occhi e mi chiedevo in continuazione cosa potesse essergli accaduto, avendolo lasciato in perfetta salute. Partii l'indomani con un autobus ed il giorno seguente, a Derna, fui imbarcato sulla nave postale ”Citta di Trieste” diretta a Siracusa dove sbarcai il 23 febbraio 1940. 
 
Il giorno dopo stavo a casa. Quei quattro giorni di viaggio mi parvero lunghi quattro secoli. Dovevo essere contento perchè dopo un anno e mezzo ero tornato a casa ed invece, con il pensiero fisso a mio padre, ero attanagliato da un’accorata afflizione. All’arrivo alla stazione ferroviaria di Balsorano c’era mia madre ad aspettarmi. La poveretta avendo avuto un telegramma sul mio ritorno, per due giorni, si era recata puntualmente alla stazione ad ogni arrivo di tutti i treni provenienti da Roccasecca. Abbracciati e con le lacrime agli occhi di infinita felicita, io le chiesi di mio padre e lei mi rassicuro: si era trattato di un lieve malore ed ora stava meglio. Nonostante fosse ancora inverno il paese mi si presento come il luogo più accogliente del mondo. La neve imbiancava le montagne circostanti fino alla parte pedemontana ed il sole splendeva in alto nell’azzurro infinito del cielo. Respiravo a pieni polmoni e, quasi correndo, raggiungemmo casa mia. Abbracciai tutti con gli occhi lucidi dalla commozione: mio padre, che stava effettivamente meglio, ancora mia madre che piangeva e rideva, tutti i familiari. 
 
Venni subissato da mille domande. Allorche riassaggiai la cucina di mia madre e dormii nel mio letto mi chiedevo se non stessi sognando. Contavo con trepidazione le ore che mi rimanevano da trascorrere con i miei ed allorche dovetti ripartire fui assalito da tanta tristezza e nemmeno potevo illudermi che i restanti giorni di naia stessero per terminare perchè, in previsione della guerra imminente, qualche giorno prima di partire c’era stata una disposizione di trattenimento alle armi. Dopo diverso tempo di permanenza a Tobruk, il mio reparto fu trasferito oltre Porto Bardia e li ci colse la dichiarazione di guerra: era il 10 giugno 1940. In tal modo svanirono i miei sogni di tornare a casa. La notte vennero gli aerei inglesi a bombardare le nostre posizioni e queste incursioni si ripetettero spesso. Dopo circa un mese incominciammo ad avanzare e in pochissimo tempo conquistammo Sidi el Barrani e Marsa Matruh. Pur se in mezzo a sofferenze di ogni genere eravamo contenti perchè speravamo che la guerra potesse terminare entro breve termine.
 
Ed invece cosi non fu. Gli inglesi, evidentemente, si erano fortificati e noi rimanemmo fermi per tre mesi in attesa dei rinforzi i quali, purtroppo, non arrivarono. Oltre ad altre unita da combattimento non arrivarono nemmeno le munizioni, i carburanti ed il vitto; incominciammo a patire la fame e la sete. Poi venne l'ordine della ritirata ed in due giorni arretrammo fino a Bardia, dove ci ritravammo circondati. Mentre eravamo assediati a Bardia e prima della cattura mi venne a trovare Nazareno Rossi, detto Cireglio, il quale era con la Divisione Camicie Nere ”21 Aprile”. Parlammo di tante cose, del nostro paese e mi disse che li c’era anche il maestro Campana, maggiore della milizia al quale, poi, ritenni doveroso fargli una visita essendo stato mio maestro alle elementari. Venne a trovarmi anche Alvise Pea (Bettelino) appartenente alla Compagnia Chimica, la quale non aveva partecipato all’avanzata. 
 
Alvise mi invito a cena e trascorremmo una serata tranquilla ed anche serena perchè parlammo del nostro paese, della guerra e di altre cose. All’alba del 3 gennaio 1941 fummo fatti prigionieri. Dalla parte del mare vedemmo molte navi inglesi e da quella del deserto apparvero i carri armati nemici. Incominciarono ad arrivare le prima cannonate ma non vi fu nessun combattimento perchè il nostro comando ordino subito di esporre la bandiera bianca. Si arresero, in definitiva, anche gli altri battaglioni che componevano il reggimento. Dagli inglesi fummo radunati in un avvaIlamento poco distante dal nostro accampamento e mentre eravamo li ammassati, le navi o i carri armati continuarono a sparare su di noi. Vi furono molti morti e feriti e fu fortunato chi si salvo, tra i quali me stesso, ringraziando Iddio. Dopo la cattura gli inglesi ci inquadrarono e ci condussero a piedi fino al porto di Sollum. 
 
La sera ci fecero salire su una nave militare e la notte tra il 5 e 6 gennaio sbarcammo nel porto di Alessandria d’Egitto. Fu un viaggio tremendo e sconvolgente. Non ci diedero ne cibo ne acqua e li dentro eravamo stipati come sardine e guardati a vista dai soldati inglesi. Ad Alessandria siamo stati tre giorni in un campo di concentramento durante i quali ci fecero assaggiare un po’ di cibo, poi ci condussero nel campo n. 307, alla gabbia n. 17. Qui, nel fare la spesa alla sussistenza, mi salutai con il compaesano Angelo Venditti, detto Angelitto Bardece, il quale era rinchiuso nella gabbia n. 13 poco distante dalla mia. Anche lui, appartenente alla milizia, era stato fatto prigioniero. Nel campo n307 le sofferenze, le tribolazioni e i tormenti ci accompagnarono per sette mesi. Poi, il 10 luglio 1941, fummo imbarcati, a Suez, su una nave e nessuno di noi sapeva dove ci stavano portando. Questo era un vecchio bastimento da trasporto adattato allo spostamento dei militari. Durante il tragitto la sirena d’allarme suonava quasi tutti i giorni.
 
Per ogni gruppo di cinquanta prigionieri era stata assegnata una scialuppa di salvataggio e ad ogni allarme bisognava indossare il salvagente e stare vicino alla scialuppa. Il viaggio, come tutti i viaggi in mare del tempo di guerra, ebbe inizio la sera dopo il crepuscolo. Quel percorso verso l'ignoto nei primi giorni ci tenne svegli ed irrequieti. Dopo i tanti tormenti, i pericoli e le privazioni del fronte di guerra e della prima prigionia, tutti aspiravamo in un futuro migliore, ma gli stenti di quel viaggio, cosi vivi e palesi, non ci concedevano speranze. Dormivamo su dei teli appesi al soffitto i quali dondolavano in continuazione con gli ondeggiamenti della nave. Il vitto consisteva in due patate, un po’ di brodaglia non tutti i giorni, un assaggio di pane ogni tanto e qualche scatoletta a lunga ricorrenza. La sete ci tormentava giorno dopo giorno. Quella distesa di mare azzurro, che all’orizzonte si confondeva con l'azzurro del cielo, all’inizio ci parve gradevole alla vista, ma in seguito ci abbagliava gli occhi, ci toglieva la vista. Qualche volta la nave si approssimava alla costa, ma presto si riallontanava nel mare aperto. Le giornate le trascorrevamo a poppa coricati sul pavimento con la ciambelle di salvataggio sotto il capo. 
 

Autore testo: 

Giovanni Tordone

 

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