I giornali dell'epoca

Avezzano è rasa al suolo e così pure i paesi limitrofi. Gli edifici pubblici sono tutti distrutti. Si calcola che appena ottocento persone siano salve. La maggior parte di esse e ferita. (Stefani). I primi particolari, così come furono diffusi dalla stampa. Si noti come nessuna delle prime notizie provenga direttamente da Avezzano: per buona parte della giornata del 13 gennaio Avezzano fu strappata al resto del mondo: non dava ne riceveva notizie. «Io ero ad Avezzano ed aspettavo il treno proveniente da Celano che doveva portarmi a Tagliacozzo e  poi a Roma.
 
Erano le 7,25 precise. Alcuni minuti dopo si e inteso un rombo terribile come un grande tonfo, lontano dapprima e che poi, via via, si avvicinava. Intanto la terra ha cominciato a tremare. Non era più possibile stare in pie di. Io mi sono lanciato fuori dalla tettoia in mezzo alla linea e in quel breve tratto ho camminato come un ubriaco. Appena sono stato fuori dalla tettoia, questa è rovinata. Sono salvo per miracolo. Questo crollo è sembrato il segnale della rovina di tutti i fabbricati dentro e fuori la stazione. Della stazione non sono rimasti in piedi che il casotto della ritirata e il rifornitore dell’acqua. E non quello nuovo in cemento armato, ma quello vecchio, che pareva dovesse cadere ad ogni istante. Se dentro Avezzano e avvenuta la stessa cosa che alla stazione, Avezzano non deve essere più che un’immane rovina». 
La Tribuna, 13-1-1915

 
 
«Non mi resi conto esatto, pel momento, di ciò che era avvenuto; ritenni dapprima che si trattasse del crollo improvviso dello stabilimento dove ero occupato, catastrofe forse avvenuta per lo scoppio di qualche macchina. Non potevo prevenire quale orribile immane catastrofe si fosse abbattuta sulla ridente Avezzano, così tranquilla e piena di vita. La gamba sinistra mi doleva abbastanza, ma ciò non mi impedì di trascinarmi fino all’aperto. Ma appena fuori, all’aperto, i miei orecchi furono straziati da mille lamenti. Guardai Avezzano e credetti ancora di essere vittima di un orrendo sogno. Il castello, gli stabilimenti dagli alti fumaioli, la Chiesa dall’artistico ed agile campanile, tutto era scomparso, Avezzano era scomparsa ed al suo.posto non si scorgevano che pochi muri». 

«Il Mattino», 14-1-1915
 
 

Stamane a Tivoli, dalla linea dell’Abruzzo, sono pervenute le prime gravi notizie sulla stazione di Avezzano. Aveva fatto impressione la mancanza di informazioni sul treno numero 611 che doveva giungere alle ore 8,19. Alle ore 7,30 il capostazione aveva ricevuto ad Avezzano un dispaccio nel quale veniva segnalato per quell’ora un ritardo di sessanta minuti; ma il treno non era ancqra giunto a quella sta-zione. Da allora non si era saputo più nulla. più tardi e giunta la notizia che la stazione di Avezzano era crollata. Poi le notizie si sono fatte sempre più gravi, finchè sui treni di soccorso inviati sulla linea, sono giunti i primi feriti che sono stati trasportati all’Ospedale. Fra essi vi era anche Pietro Rosati, di anni 32, guardia merci alla stazione di Avezzano. Egli ha detto che mentre era in ufficio è stato sorpreso dalla scossa; mentre cercava di fuggire venne colpito alla testa da una trave. Poco dopo tutto il fabbricato della stazione e crollato. Un altro ferito che si trovava vicino al Rosati ha esclamato: «Avezzano è tutta spianata». 
«Corriere della Sera», 14-1-1915 
 
 

Il treno che mi porta nella regione dell’antico lago Fucino, ora prosciugato e ridotto ad agro ubertosissimo, reca con se, avviandosi ai luoghi del dolore, anch’esso i suoi dolori. Figli, genitori, spose di persone che abitavano i luoghi della sventura gremiscono, ansiosi per la sorte dei loro cari, tutte le vetture. E quando il treno interrompe il suo cammino, reso lento dalle condizioni precarie della linea ferroviaria, e dopo aver percorso a passo d’uomo gallerie e ponti che, danneggiati anch’essi dalla tremenda scossa, possono rovinare da un momento all’altro, sosta più lungamente nelle piccole stazioni dei paesetti abruzzesi, e un propendersi ansioso di volti dai finestrini delle vetture e un chiedersi conciato: E ad Avezzano? Ma la risposta attesa non giunge a consolare il dolore di tanti cuori; da Avezzano nessuna notizia, o peggio: Avezzano e distrutta. così a Monte Celio – la prima stazione dopo Roma – dove si incontra il primo treno proveniente da Tagliacozzo, così a Tivoli, così a Mandela. Il Palazzo Torlonia – dicono – (il palazzo più grande e forte di Avezzano) e crollato. Vi sono moltissime vittime. Il quartiere dei soldati (un ex-convento che era occupato da una compagnia del 13’ fanteria), e anch’esso crollato, e quasi tutti i soldati sono periti sotto le macerie. Carsoli, Colli, piccoli paesi della linea di Avezzano, sono immersi nell’oscurità. La popolazione si è riversata nella stazione e accampata nei vagoni ferroviari, timorosa del ripetersi delle scosse. 
 
 
I treni dei feriti
 
Ad Arsoli incrociamo un treno di feriti, amorosamente curati dalle suore di San Vincenzo, dimoranti in Arsoli. Sono un centinaio. I feriti giacciono sui sedili delle vettureviaggiatori o a terra nei carri, sdraiati sulla paglia. Sono per la maggior parte feriti non gravemente, alle gambe o alla testa. Intanto qualcuno di coloro che viaggiavano verso Avezzano, nell’ansia di riabbracciare i propri cari ancora vivi, vede svanire le sue speranze. Un vecchio che era partito da Roma con un suo figlio giovanetto, ansioso sulla sorte d’un altro figlio frenatore ad Avezzano, ora apprende che suo figlio – certo Antinori, il quale, nominato solo da alcuni giorni, era partito ieri da Roma e oggi doveva prestar per la prima volta il suo servizio – giace sotto le macerie. Alla stazione di Tagliacozzo, dove ci fermiamo in attesa di un altro treno di feriti, apprendiamo che sono completamente distrutte Massa D’Albe, Magliano, Cappelle e Avezzano. Giunge il treno dei feriti e degli scampati: sono tutti inebetiti dallo spavento, sebbene siano ormai passate sedici ore dal disastro. Non fanno che ripetere che Avezzano e distrutta e che a migliaia vi si contano i morti. L’opera di disseppellimento, iniziata soltanto nel pomeriggio, fu dovuta interrompere per la sopraggiunta oscurità. 
 

 
Autorità fra le vittime 
 

Ad Avezzano constatiamo che il disastro supera qualsiasi immaginazione. Della stazione non restano che mucchi di macerie, sotto cui sembra giacciano alcuni impiegati. Il capostazione Antonio Fiorentino ha perduto la moglie ed egli stesso e rimasto ferito. Sono morte le principali autorità della città: il sottoprefetto De Terzi e sua moglie, il sindaco Giffi. Il capitano dei carabinieri cav. Natale Pevelli, di Milano, e morto con undici carabinieri e il maresciallo comandante la stazione. Un solo carabiniere si e salvato. Sono invece salve la signora del capitano e la signora del maresciallo. Del distaccamento del 13’ fanteria, composto di 85 soldati, 25 sono morti. Particolarmente notevole e stata l’opera di salvataggio del padovano caporale Tamburo e del soldato Zanone, merce l’opera dei quali furono salvi il tenente Agostino Serrauto e il tenente Lauro De Sanctis. Ambedue questi ufficiali sono pero feriti sebbene non gravemente. E morto anche il delegato Di Salvo. Da Aquila l’amministrazione provinciale ha provveduto a inviare sui luoghi il maggiore dei carabinieri Parenti, il medico provinciale Briccia e altri due medici. I feriti che vennero raccolti dalle macerie sono curati in un carro ferroviario di soccorso, e man mano che hanno ricevuto le prime cure, vengono avviati verso Roma. 
A. ROSSINI «Corriere della Sera»; 14-1-1915
 
 

Ristabilito il servizio telegrafico con Avezzano, il deputato Sipari ha telegrafato al Messaggero in questi termini: «Il disastro e immane. Avezzano e totalmente rasa al suolo. Celano, Pescina, Luco dei Marsi, Trasacco si dicono seriamente danneggiati. Occorrono subito 25.000 uomini, pane, acqua, medici, barelle, legname per baracche. Il disastro supera quello di Messina per la violenza e per proporzione delle percentuali di feriti». Il Messaggero dice che dall’insieme delle ultime notizie raccolte dai feriti e fuggiaschi i paesi distrutti nella Marsica sarebbero: Avezzano, Cappelle, Magliano dei Marsi, Massa d’Albe, Collarmele, Cerchio, Celano, Ajelli, Paterno, San Pelino, Gioia dei Marsi, Scurcola Marsicana, Capistrello, Antrosano, Castronuovo. I paesi gravemente danneggiati e con morti e feriti sarebbero: Pescina, Ortona dei Marsi, San Benedetto dei Marsi, Ortucchio, Cocullo, Bisegna, Balsorano, Canistro, Civitella Roveto, Civita d’Antino, Castellafiume, Pagliara e Sorbo. Altri paesi danneggiati e pure con morti e feriti sarebbero: Tagliacozzo, Ovindoli, Cappadocia, Sante Marie, Poggio Filippo, San Donato, Santo Stefano, Roccacerro, Carsoli, Pereto, Luco e Trasacco. 
«Corriere della Sera», 14-1-1915
 
 

Stanotte sono arrivati i militi della Croce Rossa, i quali hanno subito cominciato a curare i feriti. I militi si sono subiti recati nel paese e alla luce delle torce hanno cominciato l’opera dei disseppellimento. Ma sono pochi e manca il materiale necessario per il salvataggio. Alcune squadre di volenterosi sono venute dai paesi vicini ed hanno cominciato l’opera umanitaria, ma hanno dovuto smettere subito, per mancanza dei mezzi indispensabili. Occorrono anche viveri per coloro che si prestano a questa generosa impresa. Episodi commoventissimi si verificano dovunque. Una bambina ha messo fuori una manina dalle macerie. Si sono avvicinati subito dei soldati ed hanno tentato di salvarla; ma per mancanza di mezzi hanno dovuto sospendere l’opera loro per paura di veder morire la piccina da un momento all’altro e quando hanno potuto ritentare l’opera si sono accorti che la povera creatura era già morta e accanto a lei si trovava il cadavere della madre. L’opera dei soldati procede sempre in modo mirabile. Ma i mezzi di cui dispongono sono inferiori ai bisogni. Urge assolutamente provvedere. In questo senso hanno chiesto provvedimento al ministero gli on. Sipari, Torlonia e Guglielmi che sono presenti sul luogo. 
«Il Mattino», 15-1-1915
 
 
La tragica notte Avezzano tra macerie e i sepolti.
Torno adesso da una rapida corsa attraverso la città. Si può dire che di Avezzano non sia rimasta letteralmente pietra su pietra. I pochi superstiti che si trascinano tra le macerie cercando i loro cari, non riconoscono più le strade. Il terremoto, rovesciando al suolo tutte le case, ha trasformato la ridente cittadina abruzzese in un cumulo di sassi. Qua e 1h, in qualche spazio rimasto libero, intorno a un fuoco improvvisato con rami di alberi, sono accoccolati o sdraiati su coperte alcuni feriti. Durante la notte si sono continuati i salvataggi. Una squadra di elettricisti romani ha estratto dalle macerie la figlia di un impiegato ferroviario, certa Ester Dominioni, di anni 18. Il padre, che era in servizio, ha fatto una trentina di chilometri a piedi per recar soccorso alla famiglia. Egli ha trovato la figlia ancora viva e dalle macerie e stata pure estratta viva la moglie, Luisa Dominioni. Un bambino e il vecchio padre sono stati trovati morti. Con l’aiuto di un distaccamento di soldati giunti da Aquila, i due feriti vengono trasportati su barelle improvvisate alla stazione e curati nei vagoni-ambulanza. Mentre seguiamo il triste drappello ci giungono dalle macerie fievoli richiami di sepolti. Di sotto un cumulo immenso di sassi una voce d’uomo, nel caratteristico dialetto abruzzese, lancia un supremo appello: Aiutateme! Aiutateme! Il lamento del sepolto non fa che accrescere in noi il dolore della nostra impotenza. 
A.R. «Corriere della Sera», 14-1-1915

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