Quadro generale
Erano le 7,53 del 13 gennaio 1915. Improvvisamente la terra si mise a tremare così forte «da credere che stessero per crollare i cardini del mondo» (1); era il terremoto, uno dei più violenti e dei più lunghi che la storia sismologica di tutta Italia ricordi, superato solo dal terremoto del 1394 e da quello del 1885. Due scosse successive della durata complessiva di 60 secondi distrussero interamente Avezzano, la capitale della Marsica, seppellendo sotto le sue macerie 10.500 dei suoi 13 mila abitanti.
Non più di 2.000 superstiti riuscirono a porsi in salvo, i più nella vicina piazza Torlonia (piazza del Castello), mentre qualche animoso tentava di portare i primi soccorsi (2). Purtroppo il sisma non aveva ucciso soltanto il telefonista e il telegrafista e ferito gravemente il capostazione delle ferrovie, ma aveva annientato anche il distaccamento di soldati del 13’ fanteria, che avrebbe potuto apprestare qualche aiuto (3).
Altri centri abitati interamente distrutti o quasi, oltre Avezzano furono Sgurgola, Cappelle dei Marsi, Magliano dei Marsi, Rosciolo, frazione di Magliano, Pescina, Massa d’Albe, Lecce dei Marsi, Marano dei Marsi (4), Luco dei Marsi, Celano, Gioia dei Marsi, Scanno, Collarmele, Popoli, Trasacco, Sant’Anatolia, Corvaro, Torano e Spedino quattro frazioni di Borgorose, allora detta Borgocollefegato, Poggio Nativo, Sora, Isola de] Liri, Castel del Liri (5), ecc. In tutto 52 centri abitati distrutti. Anche Roma ebbe i suoi danni. Fu lesionato il colonnato del Bernini in Piazza S. Pietro e si apri una larga crepa nella scala a chiocciola, che conduce alla cupola della basilica di S. Pietro, di cui si ruppero anche tutti i vetri. A S. Giovanni cadde la statua di S. Paolo dal timpano della basilica; danni ebbero le chiese di S. Andrea delle Fratte, S. Ignazio, S. Carlo ai Catinari, S. Carlo al Corso, S. Maria del Popo]o, S. Callisto, la chiesta dei SS. Quattro, quella di S. Agata dei Goti, ecc. Gravi danni ci furono alle abitazioni di Rocca di Papa, Frascati, Zagarolo, Palestrina e Monterotondo. In quest’ultimo centro la magnifica torre secentesca, crollando, uccise un professore (Mignati) e due allieve (Anita Zampa di anni 14 e Nella Federici di anni 12).
A Penne cadde il campanile, e Giuliano di Roma ebbe gravissimi danni (6). Nella Marsica e nella Valle del Liri le perdite di vite umane furono gravissime, incalcolabili i danni. Alle ore 21 del giorno 14 un dispaccio dell’Agenzia Stefani confermava le agghiaccianti notizie: «I superstiti di Avezzano non sono più di 800. Le vittime superano le quindicimila. Nemmeno il castello ha resistito al formidabile urto. Nei paesi limitrofi di Cappelle, Magliano, Scurgola e Cappadocia urgono soccorsi. Occorrono camions e automobili per recare soccorsi alle vittime, non proseguendo il treno oltre Avezzano. Il sottoprefetto e il capitano dei carabinieri sono morti.
Sette soldati superstiti su settanta che erano accasermati ad Avezzano. Anche i Comuni di Paterno, Celano, Aielli, Cerchio, Collarmele e Pescina sono gravissimamente danneggiati. E’ confermata la gravità del disastro...». Il brano del comunicato Stefani, proprio con la frammentarieta e la inesattezza di talune notizie, conferma lo stato di confusione e la quasi impossibilita di sicure fonti di informazioni ancora dopo due giorni dal terremoto. Il mattino del 14 gennaio, il Giornale d’Italia usciva con questo titolo: ECATOMBE AD AVEZZANO ED A SORA. 25.000 MORTI NELLA CONCA DEL FUCINO E NELLA VALLE DEL LIRI.
Purtroppo, anche se la cifra ufficiale fu di 28.257 morti, il bilancio superò i 30.000, essendo perita quasi tutta la popolazione di quelle infelici regioni, o uccisa dal terremoto o per ferite dovute al terremoto.
Basterà ricordare che a Pescina il 17 luglio morì Santa D’Alanno per ferite dovute al terremoto. Ad Avezzano primo ad accorrere fu il vescovo, mons. Pio Marcello Bagnoli, che da Roma, dove si trovava, era subito rientrato in Diocesi, per portare ai morti la sua benedizione e ai feriti la sua paterna parola di incoraggiamento. Sul posto si trovavano già l’on. Bissolati, il Medico Provinciale de l’Aquila dott. Striscia con i due medici Properzi e Marengo, che si adoperavano per porgere le prime cure ed apprestare i soccorsi sanitari più urgenti. Poco dopo mezzogiorno, del giorno 13, spinto da un generoso impulso di solidarietà umana, giunse dall’Aquila Luigi Alberto Ognibene con tre camions carichi di materiale di soccorso. L’idea era stata sua; i camions erano suoi, suo gran parte del materiale (Giornale d’Italia del 24 gennaio). Il racconto che fece più tardi all’inviato del Giornale d’Italia fu raccapricciante: «Da ogni parte di sotto alle macerie si alzavano grida d’aiuto: Sant’Emidio! Sant’Emidio! Aiutaci!» (7). I primi 10 feriti giunsero a Tivoli su un treno volontario, che aveva proceduto, fermandosi ad ogni ponte, per accertarne la solidità. Interrogati, rispondevano: «Non c’e più niente! Tutto e spianato». E i morti? «Tutti sono morti; tutti.
Non c’e più nessuno; non c’e più niente». Purtroppo era vero, e, per colmo di sventura, erano perite anche tutte le autorità che, in qualche modo, avrebbero potuto apprestare qualche soccorso: il sottoprefetto di Avezzano De Pertis, il sindaco Bartolomeo Giffi, il presidente del Tribunale, il pretore, il capitano dei carabinieri, ed erano periti anche i medici del luogo, i dottori Rainaldi, Sferra, Solone, Gasbarri. Era salvo solo il dottore Edoardo Corbi, che più tardi sara generale medico e Direttore dell’ospedale militare del Celio in Roma, e salvo era pure il Segretario Comunale Michelangelo Colaneri. Il primo treno di soccorsi giunse ad Avezzano alle ore 18,40 del successivo 14 gennaio, cioe due giorni dopo il disastro. Trasportava 300 soldati dell’8l’ fanteria e 200 bersaglieri al comando del maggiore Martinengo di Villadamo, che aveva ai suoi ordini altri quattro ufficiali, tra cui i tenenti Mariano e Deramo, una compagnia di sanità, 100 zappatori, i mezzi di soccorso della Croce Rossa (pochi in verità) e quelli del Vaticano, guidati da don Orione e don Guanella (8).
Si lavoro al lume di fiaccole, mentre i soldati si affiancavano ai gruppi di generosi accorsi dai paesi vicini; non molti: una squadra di volontari da Arsoli, guidata dal parroco, un’altra da Carsoli, guidata dal sindaco e dal parroco; tre volontari da Tivoli, 24 da Roma. Commovente l’iniziativa del parroco di Castel Madama, che, riuniti 20 giovani, attrezzati di pale e zappe, li guidò ad Avezzano, un po’ a piedi e un po’ in treno. Furono i primi ad arrivare. Ad essi poi segui una vera folla di volontari, giunti da ogni parte d’Italia (9). Un altro treno di soccorsi giunse la sera dello stesso giorno 14 gennaio con una compagnia di zappatori, una compagnia di sanita, 100 carabinieri, due serbatoi d’acqua, due carri ambulanza con attrezzi, medicinali, disinfettanti ed altri 500 uomini di truppa. Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio poté essere messo in funzione un vastissimo ospedale da campo dove i feriti venivano fatti affluire, mentre si iniziava l’opera della Croce Rossa, che si era improvvisamente sistemata con un pronto soccorso in un vagone ferroviario, dinanzi al quale era stato posto un tavolo per le necessarie registrazioni. Frattanto medici e infermieri, materiale sanitario, medicinali, disinfettanti cominciavano a giungere con sempre maggiore frequenza.
Da Napoli giunsero, con un nutrito personale sanitario, tre padiglioni Doker e 500 tende da campo con una grande quantità di materiale vario e medicinali (10). Un nobile gesto di solidarietà fu compiuto dalla Signora Page, moglie dell’ambasciatore americano a Roma. Non avendo potuto il Governo Italiano accettare la sua offerta in danaro a causa della delicata situazione politica internazionale, la gentile Signora fece acquistare 10.000 lire di coperte e poi le fece distribuire ai paesi della zona di Sora. Altre migliaia di coperte furono distribuite, sempre per sua cura, nei paesi della Marsica. Frattanto si moltiplicavano gli attestati di solidarietà inviati al Governo da ogni parte del mondo, mentre nei luoghi del disastro l’opera di soccorso e di assistenza non conosceva soste. Generoso, qualche volta eroico, fu il comportamento delle infermiere, quasi tutte volontarie, come la maggior parte dei medici. Esse, dirette dalla Dama della Croce Rossa, signora Orlando Kaiser, erano le più direttamente e continuamente impegnate. Le loro bianche figure passavano incessantemente da una tenda all’altra, portando medicinali, viveri, doni, e, quando non avevano altro, un sorriso ed una parola di incoraggiamento. Profondamente radicato nel cuore di tutti rimase il ricordo della signora Le Maire, infermiera della Croce Rossa, che a Magliano dei Marsi, a Rosciolo, a Massa d’Albe riuscì a salvare tante vite umane (Giornale d’Italia del 24 gennaio).
Fra l’altro a Magliano essa istituì una tenda per le partorienti ed un’altra che chiamo «tenda del latte» per l’assistenza alle puerpere. Il giorno 15 gennaio, dietro precise istruzioni del Presidente del Consiglio, on. Antonio Salandra, il comm. Lutrario, Direttore Generale della Sanita, inviava il seguente soccorso sanitario: Un ispettore generale di sanità, un medico provinciale con medici e squadre di soccorso; 6 medici della Croce Rossa con infermieri, materiale da campo e medicazioni di pronto soccorso; 10 medici militari e 5 unita ospedaliere e 1 furgone di materiale sanitario. Ad AVEZZANO: Un ispettore generale di sanita, 1 medico provinciale, il medico provinciale dell’Aquila, 6 medici della Croce Rossa con infermieri, materiale da campo, medicinali e pronto soccorso; 10 medici militari, 5 unita ospedaliere.
La direzione sanitaria di Avezzano fu assunta dal maggiore medico Riva, di origine romana (diventerà poi generale e comandante dell’ospedale militare del Celio); l’ospedale da campo venne posto sotto il comando del prof. Pomponi. La città venne divisa in sei zone sanitarie, ciascuna con un proprio posto di soccorso. Comandanti delle sei zone furono il capitano medico Marotta, il cap. med. Jose con il tenente Peretti, il cap. med. Moneca, il cap. med. De Frana, il cap. med. Manzeri, il cap. med. Biliotta (11). Il comando di tutte le forze militari operanti nelle zone terremotate fu assunto dal generale Guicciardi, che affido la zona di Avezzano al ten. col. Clavarino, il quale, per Avezzano, divise le truppe in sei zone, analogamente a quanto avevano fatto i corpi sanitari. Un drappello della 12’ compagnia dell’ottavo reggimento di fanteria venne inviato ad Aielli sotto il comando del tenente Troili; un altro, al comando del capitano Calamara e dei tenenti Boccuccia e Lanza, fu distaccato a Paterno.
Altri altrove. Cominciavano a giungere da Roma le colonne automobilistiche di soccorso. Si trattava quasi sempre di macchine messe a disposizione da famiglie private. Il 15 gennaio il corrispondente da Tivoli del Giornale d’Italia segnalava il passaggio di una colonna di 150 automobili con materiali di soccorso diretta ad Avezzano. Lo stesso giorno giungeva nell’infelice città della Marsica il grande scienziato Guglielmo Marconi per mettere al servizio delle superstiti popolazioni il suo genio e la sua competenza per l’impianto di una stazione radiotelegrafica. Il 16 gennaio il Consiglio dei Ministri nominava Commissario del Governo per le zone sinistrate il comm. avv. Secondo Dezza, ispettore generale del Ministero dell’Interno. In quello stesso giorno, secondo quanto registra l’Osservatore Romano, giunse ad Avezzano un secondo ospedale da campo, che pose le sue tende sul viale, che conduceva alla stazione ferroviaria.
I feriti ormai avevano piena assistenza e i più gravi, dopo qualche intervento urgente, venivano trasportati con le barelle sui treni ospedale ed avviati a Roma, dove erano stati messi a disposizione, oltre ad alcune cliniche private come la clinica Bastianelli e la clinica ostetrica Pestalozzi, i seguenti ospedali: Policlinico, S. Giovanni, Santo Spirito, S. Stefano Rotondo, S. Giacomo, S. Cosimato, Ospedale militare del Celio, Bambin Gesu, Fatebenefratelli. Sua Santità Benedetto XV aveva già disposto, fin dal giorno 14 gennaio, l’allestimento del Pontificio Ospizio di Santa Marta. I profughi, circa 20.000, vennero alloggiati in edifici appositamente requisiti ed attrezzati (12), oppure negli alberghi cittadini. Il primo treno con 240 feriti giunse a Roma alle 18,30 del giorno 15 gennaio (13). Poi i treni si successero quasi ininterrottamente, portando feriti, profughi, sinistrati, dispersi, bambini rimasti orfani o che si erano smarriti e poi anche soldati e civili, feritisi durante la generosa opera di soccorso.
Si faceva strada frattanto un sordo malcontento tra le popolazioni superstiti della Marsica, del Cicolano e della Valle del Liri, le tre regioni maggiormente colpite dal sisma. Occorrera ricordare infatti che il terremoto non aveva colpito la sola città di Avezzano, bensì tutta la Marsica, quasi tutta la regione del Cicolano fino a Perugia, la Valle del Liri fino a Cassino e del giorno 15 gennaio (13). Poi i treni si successero quasi ininterrottamente a Sulmona (14) ed a L’Aquila; ad ovest, Tagliacozzo, Sora (15) e tutta la regione degli altipiani fino ad Arcinazzo ed a Subiaco (16); in tutto 150 centri abitati fra distrutti, parzialmente distrutti, devastati e danneggiati. Ed anche la si attendevano soccorsi, che invece, a torto o a ragione, si diceva fossero stati concentrati solo ad Avezzano. Rendendosi interprete di questi malumori, il Messaggero del 18-19 gennaio proponeva l’istituzione di altri due campi di concentramento di materiale di soccorso uno a Sora ed uno a Castellammare.

