Caraibi

La Marsica orientale nel 1811

Torniamo a ribadire, con il prezioso supporto di dati archivistici alla mano, per chi ancora volesse esaltare le condizioni di «grande sviluppo di questo preteso Abruzzo Contemporaneo» e della Marsica prima e dopo l'Unità, che gia la «relazione» del Preside dell'Aquila del 1760, la «visita generale» di Giuseppe Maria Galanti (1795), il censimento statistica e «Annona» degli anni f 810-1815, l'inchiesta Franchetti (1873), quella Jacini (1882-1887) ed infine quella dello Jarach (1901), dimostrano ampiamente, al contrario, la grande arretratezza di tutta la provincia aquilana, alle prese con le solite persistenze e resistenze rispetto a quelle innovazioni necessarie per svecchiare il territorio comprendente tutto l'Appennino interno. 
 
La documentazione non manca di testimoniare che, al di la di una minoranza di possidenti terrieri o armentizi, sia essi laici o ecclesiastici, sufficientemente autonomi di risorse proprie e pochi contadini-proprietari, la maggioranza della classe rurale o «basso ceto», era costretta per sopravvivere ad emigrare per parecchi mesi, come ormai da secoli faceva, sui vasti e insalubri fondi dell'Agro Pontino, oppure a seguire la massacrante ed ormai «morente» transumanza verso le terre di Puglia. Nel caso della Marsica, anche la casta dei pescatori del lago di Fucino, non certamente «libera» o privilegiata, come molti ancora affermano con enfasi romantica, si trovo sempre rigidamente sottoposta a servitù di «Antico regime», durante i secoli passati che vanno dal medioevo e fino al Novecento, periodo caratterizzato dal dispotismo «dell'Eccellentissima Casa Torlonia» che, dopo il prosciugamento, si innalzo ad ultima potente «casta» zonale, esercitando notevoli soprusi, come da vecchia e retrograda consuetudine. 
 
Il regime di riformismo murattiano, messo in atto nel cosiddetto «Decennio francese», seppur travagliato da forte crisi interna e brigantaggio latente in quasi tutte le provincie del regno, tuttavia, aveva trovato il suo appoggio nella borghesia dei villaggi, delle città e dei piccoli borghi dell'Aquilano. Il rapporto centro-periferia per il controllo delle amministrazioni locali era stato affidato ai consiglieri provinciali e distrettuali, scelti tra un ristretto numero di notabili fedeli al regime francese, pronti ad assicurare allo Stato un regolare prelievo fiscale. Il contesto socio-economico nel quale si svolse l'inchiesta, condotta con zelo da questi organi pero solo consultivi, rivelera, alla fine, un chiaro meccanismo di «conoscenza-controllo» messo in atto dai Napoleonidi in tutto il territorio preso in esame.
 
I luoghi di verifica della statistica murattiana del 1811 rimangono le nostre povere contrade marsicane, smembrate in quel periodo dall'amministrazione napole.onica, proprio nella loro antica configurazione: Pescina, capoluogo di circondario appartenente al distretto di Sulmona, comprendeva i comuni di Collarmele, Ortona, Bisegna, S. Sebastiano; Aielli e Cerchio, invece, furono inclusi nel circondario di Celano, a sua volta dipendente dal distretto dell'Aquila, come pure Gioia, Lecce ed Ortucchio; in totale, la consistenza numerica della popolazione presa in considerazione, arrivava a 10.806 abitanti. In questa fase, il ministero dell'Interno voleva innanzitutto conoscere le condizioni dell'agricoltura per eventualmente attivare miglioramenti. Tra l'altro, era pure contemplata: la circostanza di ingrandire o rendere coltivabile i terreni; l'esigenza di risanamenti; lo stato dell'allevamento del bestiame; le effettive forze del paese nei riguardi del vettovagliamento giornaliero e quale produzione manifatturiera venisse adottata; insomma, tutto ciò che poteva essere oggetto di possibili e rapidi cambiamenti per controllare e contenere le dinamiche sociali del momento in un quadro di modernizzazione della regione. 
 
In tal senso, a questo già complesso questionario da redigere con accuratezza, si aggiunsero altre numerose incombenze che gravarono a livello locale sugli stessi protagonisti dell'indagine, riconosciuti, per il circondario di Pescina, nei medici Matteo Porreca, Felice Nicola Jacone e Modesto Musilli. I tre dottori riuscirono infine a raccogliere ampio materiale (e le descrizioni particolareggiate lo dimostrano), portando a termine un difficile lavoro di inquadramento dei dati a riprova di ampia competenza sul proprio territorio. Sotto la voce «Sussistenza e alimentazione della popolazione. Alimenti» dell'inchiesta murattiana, che riporta i dati del circondario di Pescina, si legge: «vi è Pescina istessa, che beve I'acqua del fiume Giovenco; e cosi la Villa S. Benedetto, la quale pero usa ancora I'acqua di varie sorgenti che le lascia attorno il lago Fucino. 
 
Nel circondario di Gioia vi e Manaforno, ove la distruzione degli acquidotti di Fonlacciano, fa che si beva comunemente acqua piovana, raccolta in piccole cisterne, o quella d/ certi fossi, scai'ali per dare lo scolo a una palude. Ortucchio beve I'acqua del lago Fucino; e alcuni casali di Lecce, quella del fiume». Unici due comuni che attingevano l'acqua direttamente «alla fonte naturale e allo stesso sito ove sorge», bevendo quindi acqua purissima, risultavano essere Bisegna e San Sebastiano. Tuttavia, le acque del circondario di Pescina, formavano, «tenute a riposo ne ' vasi, del sedimento». In parecchie fontane «costruite a guisa di abbeveratoi, cosi che per attingere I'acqua vi si tuffano le mani unitamente a ' vasi si di legno, che di rame: vi bevono gli animali, e talvolta vi si tira l'acqua, per lavarvi li stesso al di fuori i panni lordi, cosa disgustosa e pericolosa per la salute». Ad Ortona, Collarmele e Cerchio «la vasca e male ideata, ed incomoda la posizione, specialmente nella fontana addetta alle lavandaie». La mancanza di buoni acquedotti, quindi, faceva si che in autunno ed in inverno, mesi di solito molto piovosi, l'acqua delle fontane traboccasse con una certa impetuosità fin dentro l'abitato, dove le strade si riducevano ad un ammasso di fanghiglia, rendendo quasi impossibile il transito ad uomini ed animali: «In Manaforno, gli adquedotti di Fontacciano sono pressocche distrutti: in Lecce le conserve dell'acqua meritano restauro».
 
Appare, ulteriormente drammatico, il capitolo dedicato al «Cibo ordinario». Le popolazioni dei piccoIi centri usavano in prevalenza alimenti misti «di animali e di vegetali» ma tendevano piu «all'erbivoro»; all'Aquila, capoluogo di provincia, ed in altri comuni dove ancora era estesa l'industria della pastorizia, come Sulmona, Tagliacozzo, Gioia, Bisegna e San Sebastiano gli abitanti erano molto più carnivori. La diligente rilevazione, precisava in proposito: «Si deve pero confessare, che I'inclinazione al vitto vegetale dipende bene spesso dall'abitudine e dalla miseria, che obbliga altrui, mal suo grado, ad appigliarsi a quel cibo che piu agevolmente puo procurarsi. Allora si cade in malattie asteniche, in languori, e simili altri patimenti». Tanto accadeva pure nella stessa Pescina, salvo alle «poche famiglie di proprietari e capitalisti». Appariva, pertanto, e assiduamente: «essi sono onnivo-i, mangiano cioè tutto quello che il proprio istinto gli detta e le proprie facoltà gli permettono di provvedersi». La notoria e diffusa povertà del ceto rurale, forni agli estensori dell'indagine, il pretesto per trarre amare considerazioni: « La classe de ' campagnuoli geme in questa provincia nella più pertinace miseria ed avvilimento: ecco donde nasce anche il deperimento dell'agricoltura». 
 

Autore testo: 

Fulvio D'Amore

Fulvio D’Amore – Ricercatore, conferenziere e saggista, socio della Deputazione Abruzzese di Storia Patria dal 1994, nato ad Avezzano (AQ) il 08/08/1948 ed ivi residente in via Vidimari n. 64, 67051 Avezzano (AQ), tel. 0863/ 412514- Cell. 3463049364.

Vincitore per la saggistica del premio speciale giuria Premio Internazionale “Giuseppe Scaccia” 2004.
 

Pubblicazioni

 

  1. Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’Unità, Amministrazione Provinciale L’Aquila, 1994.

  2. Intorno al materiale archivistico della Marsica, «Incontri Culturali dei Soci», IV, Estratto anticipato del Bullettino della «D.A.S.P.», Borgo S.Pietro, 25 giugno 1995.

  3. Alcuni episodi del brigantaggio post-unitario nel cartaceo della Biblioteca di S. Maria Valleverde di Celano, Estratto anticipato del Bullettino della «D.A.S.P.», L’Aquila, 1996.

  4. L’azione pastorale del vescovo dei Marsi Francesco Vincenzo Layezza nelle relazioni al re di Napoli (1777-1792), Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, annata LXXXV (1995), L’Aquila, 1996.

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