Ulteriori riflessioni sul termine "scuola"
di Pietro Maccallini
Mette certamente conto riflettere un po’ sulla radice di greco skh-olé ‘occupazione studiosa, scuola, tempo libero, ozio’ di cui al precedente post. Essa è fatta coincidere con la radice del verbo ékhō ‘io ho, posseggo’ la quale, come ogni studente di liceo classico sa, presenta le tre forme ékh-, sékh-, skh- di cui la prima senza la spirante iniziale. Il significato di ‘avere’ è il principale, diciamo così, fra i tanti altri, non sempre ben armonizzabili di primo acchito tra loro, espressi dal verbo, come quello di ‘allontanar(si), desistere, cessare’ che è il contrario di quello di ‘occuparsi di, intrattenersi, persistere’. Proprio da questo mi pare che alcuni linguisti facciano derivare il sign. di ‘studio’ del sostantivo, ma questa linea interpretativa cade una volta che si assume che la parola, come dimostra la voce abruzzese scólë[1]’spazio tra un correntino e l’altro nei soffitti’, aveva in qualche antica parlata non registrata anche il significato di ‘spazio (libero), distanza’ che non poteva verosimilmente derivare da quello di occupazione, studio e neanche da quello di tempo libero, l’altro significato della parola. Molto più sostenibile mi pare allora porre alla base di tutti questi significati quello di spazio tout court, più concreto di quello di ‘tempo’, già adombrato nel significato del verbo schol-ázō ‘essere vuoto, sgombro (detto di luogo)’, e con possibilità di riferirlo sia a luogo che a tempo, come avviene per il lat. spatiu(m) ‘spazio’. Una conferma di questo viene anche dal lat. scholam labri et alvei, espressione vitruviana[2]che secondo Ottorino Pianigiani[3], il quale accenna in verità solo alla schola(m) labri, indicava negli stabilimenti termali lo spazio intorno alle vasche (alveum e labrum, che non erano in questo caso sinonimi e svolgevano funzioni diverse) dove si attendeva, stando seduti, magari conversando con i vicini, il proprio turno per il bagno. Una specie di corsia con sedili marmorei, dunque, ad un livello probabilmente ribassato rispetto a quello del pavimento della stanza. La schola(m) doveva essere termine secondo me antichissimo, imparentato con abruzz. scólë di cui sopra e incrociatosi con la voce skholé più o meno recente di provenienza greca che, pur derivando dalla stessa radice, aveva assunto però un valore apparentemente distante e discordante. Il tempo libero dalle penose incombenze quotidiane e favorevole alle ricreative attività spirituali avrà fatto sorgere, secondo quello che molti sostengono, l’altro significato di ‘studio’, interpretazione alquanto diversa da quella di ‘occupazione studiosa’ la quale, anzi, appare in contrasto con essa. Il lat. vac-are ‘essere vuoto, libero, ozioso, ecc.’ (cfr. lat. vacuum ‘vuoto, libero, ozioso’) presenta la stessa ricchezza di significati, a volte problematica e contraddittoria, tanto che vacare studiis, ad es., può significare sia ‘dedicarsi agli studi’, intendendo studiis come dativo di fine, sia ‘non occuparsi, tenersi lontano dagli studi’, intendendo studiis come ablativo di privazione. Ma, a ben riflettere, è da scartare questo ragionamento per cui prima si deve avere tempo libero a disposizione e poi ci si dedica agli studi o altre occupazioni. E’ molto più realistico, tenendo presente il significato di abruzzese scólë (ignoto ai linguisti), evitare il passaggio mentale, un po’ artificioso, che collega il tempo libero allo studio, ed intendere direttamente vacare studiis come un ‘dare spazioagli studi’ cioè un aprirsi ad essi dedicandovisi magari con passione, indipendentemente dalla circostanza di avere tempo o meno. Nell’identica espressione vacare studiis dal significato opposto lo spazio non è più quello, magari all’interno di noi, che si apre ed accoglie, ma al contrario quello che pone una distanza tra noi e lo studio.
L’idea di ‘spazio’, di cui parlavamo, sottende in genere un significato di ‘estensione’ che è alla base anche di quello di ‘colle, punta, capo’, e così torniamo alla radice delle numerose Punte Secche di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente. E in effetti, manco a farlo apposta, il verbo ékh-ō nella forma intransitiva significava anche ‘mi estendo, sporgo, mi elevo, penetro, ecc.’. Pertanto è altamente probabile che in qualche parlata preistorica circolasse un sostantivo corrispondente col significato di ‘punta, capo’ rimasto poi attaccato ai toponimi suddetti. Inoltre questo movimento di estensione può configurarsi originariamente sia come un tendere verso qualcosa a cui si dedica attenzione e studio, sia come un distaccarsi e allontanarsi da qualcosa che produce significati opposti di disattenzione e disinteresse oltre che diprivazione, cessazione, mancanza, vuoto. E quest’ultimo significato si riavvicina a quello dispazio, intervallo, ecc. Pertanto l’analisi fatta sopra di lat. vacare studiis ‘darsi agli studi’ è valida finchè si rimane nel significato storico del verbo vac-are ‘essere vuoto, sgombro, privo, ecc.’ che però in una fase preistorica poteva ancora possedere il significato di ‘movimento’, che è uno di quelli originari delle radici, ed arrivare così, per questa strada, a quello di ‘andare verso, attendere a qualcosa, studiare’. In questo senso anche il gr. skholé ‘studio, scuola’ (attività che tutti sappiamo essere in effetti non un divertimento ma un’occupazione faticosa anche se può senz’altro essere addolcita dal grande piacere della conoscenza) può emanciparsi del tutto dal significato di ‘tempo libero, ozio’, che pure la parola per altra via aveva, e significare direttamente occupazione, studio senza mediazioni di sorta. Il verbo lat. vag-are, vag-ari ‘vagare, errare, propagarsi, estendersi, diffondersi’ potrebbe esserne un indizio. Interessante, per l’ambiguità della direzione del movimento, è il verbo greco khōré-ō ‘dar luogo, far posto (richiamando il sign. di lat. vacare sopra proposto), cedere, recedere, procedere, avanzare’ la cui radice, manco a farlo apposta, è quella di khórē ‘spazio vuoto tra due cose, spazio, regione’, di khōr-íz-ō ‘separo, distacco, divido’ e dell’aggettivo khêr-os ‘vuoto, privo’.
L’altro significato, pertanto, di skholé , collegato a quello di ‘tempo libero’, e cioè ‘tregua, cessazione, riposo, pausa’ mi pare un invito a supporne uno, per così dire sotto traccia, di ‘interruzione, intervallo’ riferibile sia a tempo che a luogo, e quindi molto adatto per spiegare il signif. di abruzz. scólë ‘spazio fra un correntino e l’altro’. C’è ancora da notare che la radice skh- di questo verbo (s)ékh-ō poteva anche, per altra strada, incrociarsi e confondersi con quella del verbo gr. skhá-ō ‘incido, taglio’ da collegare probabilmente al lat. sec-are ‘troncare, tagliare, attraversare’ e caricarsi così di un’idea di ‘taglio, passaggio, bocca’ riscontrabile in vari toponimi.
La contraddizione tra il significato di ‘tempo libero, ozio’ e quello di ‘occupazione, studio’ espressa dalla radice continua nell’avverbio skholêi ‘a tutt’agio, lentamente’ ma anche ‘con fatica, penosamente’. L’avverbio mi pare che ponga, ancora una volta, una netta separazione tra i due significati, non potendo a mio avviso il secondo derivare dal primo, dato che la pena e la fatica del secondo poco hanno a che fare con la divagazione dello studio, concetto del quale si sostiene la derivazione da quello ricreativo di tempo libero espresso da skholé. La verità, dunque, sta nel riconoscere la contrapposizione irriducibile dei due significati nel contesto della lingua greca storica, pur essendo essi un legittimo sviluppo di una medesima radice e di un significato genericissimo originario situato molto indietro nel tempo. Sembra al profano una cosa impossibile che una radice esprima concetti contrapposti nettamente. Ma la realtà ci insegna che questo è possibile. Tutti sappiamo che esistono mandorle dolci e mandorle amare. Si tratta di prodotti della pianta del mandorlo specializzatasi a generare un frutto dolce o amaro, come del resto lo stesso mandorlo fa parte delle oltre 2000 specie della famiglia delle Rosacee, comprendente erbe, arbusti ed alberi tra i quali ultimi si annovera la maggior parte dei più comuni alberi da frutto: melo, pero, ciliegio, pesco, susino, mandorlo, nespolo, sorbo, albicocco, cotogno. Si direbbe che una legge dinamica di somiglianza/diversità si annidi in tutte le espressioni della Natura apparentemente diverse e che il Linguaggio, per l’esigenza di cogliere quelle diversità superficiali che spesso danno luogo alla formazione di coppie di concetti contrapposti, che aiutano del resto molto la comunicazione, ci fa surrettiziamente credere che le parole di cui fa uso debbano necessariamente far capo, fin dalle origini, a significati diversi e contrastanti tra loro. Ma contrariamente a quanto pensava Aristotele con la logica della non-contraddizione (A non è non-A) ora, con la teoria quantistica, si va diffondendo una logica eraclitea della contraddittorietà complementare che però, a pensarci bene, ricucendo in qualche modo insieme le diversità, mi sembra strizzare anche l’occhio all’Essere immutabile parmenideo-severiniano. La famosa espressione eraclitea secondo la quale la via in su e la via in giù sono un’unica ed identica via ci fa capire che anche Eraclito di Efeso (VI-V sec. a.C.) cercava per gli opposti, l’un contro l’altro armato nella realtà, una superiore conciliazione che andava nella direzione più profonda e quasi paradossale dell’unità dell’Essere. La linea che divide (o forse dovremmo dire unisce) la veglia dal sonno, ad es., è certamente molto sottile e svanisce in un istante tanto che potremmo definire il sonno una veglia inconsapevole o uno svanire improvviso e inconsapevole della veglia nel sonno e la veglia, all’inverso, come lo svanire improvviso e inconsapevole del sonno nella veglia o perfino come un sonno consapevole se l’essere svegli è essenzialmente un rendersi conto di qualcosa, ben poco se pensiamo alla nostra vasta ignoranza delle cose fondamentali e profonde dell’immensità dell’Universo e del mondo microscopico subnucleare. Il quale, oltre tutto, ha norme e leggi sue proprie che non rispondono a quelle che il nostro cervello ha elaborato nella lunga marcia di adattamento della famiglia degli Ominidi alla realtà macroscopica circostante, suscitando in noi poveri uomini un ulteriore motivo di spaesamento, se è vero —come è vero— che lo stesso Einstein non riuscì a capacitarsene, vita natural durante.
Tornando alla lingua si può notare che le frasi tedesche aus dem Wagen steigen ‘scendere dall’auto’ e in den Wagen steigen ‘salire in auto’ mostrano che l’infinito steigen, in quella lingua, mantiene ancora un significato generico di ‘dirigersi, andare’ non specializzatosi ad indicare solo quello verso l’alto o quello verso il basso, anche se il sostantivo Steigen significa già ‘salita’. Il corrispettivo verbo greco steíkhō aveva sostanzialmente lo stesso significato di ‘dirigersi, avanzare’ mentre il sanscrito stignoti si era specializzato nel significato di ‘salire’.
Linguisticamente ho già fatto notare[4]che, nel caso delle vie in salita e in discesa, ciò che le unisce in profondità, almeno limitatamente a certi vocaboli, è il concetto originario comune di percorso, movimento. .
[1]Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.
[2]Cfr. Vitruvio, De architectura, V,10,4.
[3]Cfr. O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana sito web http://www.etimo.it/term=scuola
[4]Cfr, il mio post La verità fa paura dell’ottobre 2011.



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