Qualcuno li ascolti
di Marco Ciaffone
"Se non altro, in questi giorni i miei operai non sono in giro a fare perdite". Pensare che una persona che si trova in questa situazione possa ascoltare chi gli dice che "non è il caso di bloccare il paese per farsi sentire" è ingenuo, nel migliore dei casi.
Un dato su tutti: il Paese intero ha teso l'orecchio verso una categoria in mobilitazione solo quando la stessa è stata in grado di bloccarlo e fargli mancare frutta e verdura sugli scaffali dei supermercati. Specchio di una realtà nella quale si è tirato a campare ignorando problemi risolvibili volta per volta, fino ad arrivare ai forconi che risalgono la Penisola e ai tir che ne ostruiscono le arterie di transito.
Sembra dunque una resa dei conti, alla quale nessuno si può sottrarre. E' giusto che si preservino la legalità e i diritti del cittadino consumatore, così come la tenuta di un'economia che, già in crisi, di certo no si giova delle perdite verticali di questi giorni. Tempi e modi sono stati sbagliati e fuori luogo? Può darsi. [...]
Ma in ogni caso i problemi e i disagi sono reali e restano dove sono. Non possiamo perciò considerare agitatori senza scrupoli dei padri di famiglia esasperati dalla sensazione di dover pagare una crisi generata altrove. E che sentono di non avere più nulla da perdere.
Guardando al nostro territorio, se davvero i contadini del Fucino decideranno a ore di prendere parte ai blocchi, potremmo ritrovarci a documentare una situazione di mobilitazione con pochi precedenti. Affacciatevi sul Fucino per provare a stimare quali potrebbero esserne le dimensioni.
L'aspetto peggiore è la contrapposizione che si è creata tra manifestanti e sigle, tra mobilitazione e rappresentanza. Chi manifesta in queste ore ha perso la fiducia in tutti i soggetti che negli anni hanno avuto il compito di tutelare i loro interessi di fronte al potere statale.
Il problema è che un'agitazione figlia di un disagio concreto ma priva di un disegno e piattaforme precise genera un terreno dove possono pescare a piene mani populisti e demagoghi. Con conseguenze devastanti, potenzialmente incontenibili visti anche i numeri in campo. Bisogna invece sfruttare questo clima di agitazione per imporre quelle modifiche e quelle regole ormai improrogabili per un mercato che presenta il conto di tutte le sue storture.
Chi dice di rappresentare i lavoratori e lo fa in buona fede deve quindi assumersi le responsabilità di ascoltare anche coloro i quali hanno scavalcato le prassi e gli schemi ai quali eravamo abituati. In questi giorni abbiamo visto invece il solo impegno delle forze dell'ordine nel tamponare le conseguenze a livello di ordine pubblico. Per il resto il silenzio della politica al di là delle frasi di circostanza e la latitanza di altri importanti pezzi del sistema.
Insomma, la mobilitazione potrebbe cambiare marcia in pochissime ore. E' il caso che qualcuno, di riflesso, inizi a togliere il freno a mano e proponga un percorso politico una volta tanto disegnato sulle esigenze di chi ha sopportato l'assottigliamento della propria ricchezza finché non ha visto in faccia la soglia della povertà.
Gasolio, pedaggi, tasse sulle proprietà agricole, una poco equa rete di distribuzione dei prodotti della terra. Non è solo affare di chi guida i trattori e di chi coi tir ne trasporta la produzione. E' affare di ogni marsicano perché la nostra economia gira intorno a quel reticolo di strade che solcano la Conca. Nonostante ci stanno spingendo a pensare, giorno dopo giorno, che potremmo anche stravolgerne i connotati.
























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