Il prosciugamento
Il prosciugamento del lago Fucino e la bonifica delle paludi pontine facevano parte di un più ampio quadro progettuale che per primo Giulio Cesare aveva avuto in animo di realizzare. Questo quadro progettuale prevedeva anche la costruzione del porto di Ostia e la canalizzazione dell'istmo di Corinto. Le ragioni di queste opere vanno ricercate nel tentativo da parte di Giulio Cesare di dare risposta al gravi problemi sociali presenti nell'impero Romano. In prima istanza vi era il problema dell'approvvigionamento del grano. La canalizzazione dell'Istmo di Corinto avrebbe reso più breve e meno pericolosa la navigazione al vascelli che trasportavano grano dall'Oriente così la costruzione del porto di Ostia poteva offrire alle navi stesse un sicuro riparo sulle inospitali coste del Lazio.
Il prosciugamento del lago Fucino e la bonifica delle paludi Pontine avrebbero potuto fornire a Roma una riserva di grano nel periodo in cui non fosse stato più possibile trasportarlo dalle province lontane. Inoltre permetteva il recupero di terre fertili da assegnare al veterani delle molte guerre combattute, evitando così di provocare disordini soprattutto da parte della plebe. Per il Fucino si voleva anche dare soddisfazione alle richieste della popolazione marsicana che vedeva ad ogni pie sospinto le proprie terre devastate dalle acque del lago. Cesare fu ucciso prima di poter realizzare questi grandi progetti, che rimasero « sulla carta » per lungo tempo.
Fu Claudio a riprendere in epoca successiva il progetto della costruzione del porto di Ostia, dell'acquedotto costruito nell'immensa pianura del Vesuvio, e del prosciugamento del lago Fucino. Certamente, nel riprendere e nel realizzare questi progetti Claudio fu sospinto e consigliato dal suo protetto che troveremo poi come sovrintendente alle opere per la costruzione dell'emissario. Narciso, come ci documenta Svetonio, fece intravedere a Claudio la gloria e la popolarità che avrebbe acquistato nel realizzare parte del grandioso progetto che Cesare, stimato e benvoluto da tutto il popolo, aveva avuto in animo di fare, e gli enormi guadagni che ne sarebbero stati ricavati. Certamente la costruzione dell'emissario del lago Fucino va ascritta tra le grandi opere di ingegneria costruite da, Romani, e suscita ampio interesse soprattutto per lo studio delle tecniche di costruzione che furono poste in atto e che richiesero anni di duro e laborioso lavoro. Non per nulla intorno a questo emissario molto e stato scritto, molte polemiche si sono aperte e molte domande sono poste, ad alcune delle quali, a tutt'oggi, non si e ancora data risposta.
Così, ad esempio, non sappiamo ancora con certezza se Narciso, sovrintendente al lavori, fosse un emerito imbroglione, preoccupato solo di accumulare ricchezze. o un tecnico coscienzioso che più di quel che ha fatto non era in grado di fare. Un'altra domanda, che per secoli gli studiosi si sono posti, e se i Romani prosciugarono tutto, o in parte. o non prosciugarono affatto il lago Fucino. Gia gli scrittori Romani, tra cui Plinio il Vecchio, Dione Cassio, Sparziano, Marziale, Svetonio, cominciarono a polemizzare sui risultati o sull'efficienza dell'opera, nonché sui motivi per cui era stata costruita. Ci si deve rendere conto che la preoccupazione fondamentale di codesti scrittori, più che di informare sulle caratteristiche tecniche, era una presa di posizione politica o di carattere tipicamente giornalistico, se e vero che molto spazio viene dato alla descrizione dell'inaugurazione dell'opera e delle cerimonie che L'accompagnarono, con stile che oggi potremmo definire da rotocalco.
Per ritrovare pertanto documentazioni atte ad erudirci sugli aspetti tecnici, dobbiamo rifarci al reperti che possiamo avere a disposizione, e allo studio e agli appunti che sull'emissario romano ci hanno lasciato gli ingegneri costruttori dell'emissario Torlonia. Prima del suo prosciugamento, il lago Fucino distava da Roma poco più di 100 Km. Possiamo ritenere che la sua superficie media si aggirasse intorno al 16.000 ettari, ma a causa delle variazioni del suo livello, questa superficie era soggetta a notevoli mutamenti. Questo lago, coronato dalla catena degli Appennini, che qui si apre quasi ad anfiteatro con distanze pressoché uguali sia dal mare Tirreno che dall'Adriatico, e comprende le valli dell'Aterno e del Liri, riceve le acque che discendono da questa corona di Appennini. La roccia di cui sono formati i monti che circondano il suddetto bacino del Fucino e formata da calcare argilloso, da arenarie, da sabbia silicea e calcarea.
Vi sono pure resti di fossili organici e sono presenti solfati di calce, alabastri, marmi bianchi e venati. Si intende, da studi fatti, come le acque di questo lago trovassero sbocco naturale in meandri sotterranei, come riferisce Ignazio Stile nella sua « relazione del lago Fucino ». « ... (le acque)... sen vanno eziandio per interni occulti meati nelle viscere dei monti vicini, ovvero assorte in alcuna profonda caverna che si apre in qualche falda a contatto col lago; com'e appunto quel sito detto la Petogna, ossia bocca del Pitonio, ove i vortici della superficie e 'I rumor che s'ascolta indicano il naturale ingorgarsi cola delle acque fucensi ». Comunque non era sempre garantito lo scolo costante delle acque, sia per intasamenti sia a causa di altri fenomeni naturali. Gli apporti idrici che il lago riceveva, dai torrenti dei monti che lo circondavano, erano controbilanciati, oltre che da modeste filtrazioni, attraverso il calcare fessurato della catena del Salviano, dalla sola evaporazione. Pertanto il lago era soggetto ad una forte instabilità del suo livello e di conseguenza provocava L'inondazione dei territori rivieraschi.
Come abbiamo gia ricordato, fu sotto il regno di Claudio che venne costruito il primo emissario teso ad uno stabilizzarsi del livello lacustre e ad una utilizzazione delle terre sottratte al lago. Per lo sbocco naturale dell'emissario, fu scelto il fiume Liri, distante circa sei chilometri dal bordo del lago. Presupponiamo che debbano essere stati condotti studi preliminari da parte dei tecnici di Claudio, sia su rilievi planimetrici sia sulla natura del terreno. Le fonti di informazione ci attestano che tali lavori furono affidati a Narciso, che esercitava funzioni di consigliere, o meglio di segretario di Stato, presso Claudio. Leon de Rotrou ci attesta, rimarcando inoltre L'« abilità » e L'« accortezza » (forse meglio dire « furbizia ») di Narciso, che questi si rivolse a qualche ingegnere « d'alta capacità » per L'elaborazione del progetto, e che tale progetto ottenne necessariamente L'approvazione di un consesso di ingegneri, che, in certo qual modo, sedeva in Roma « qual comitato superiore dei pubblici lavori ».
Sempre il de Rotrou afferma che quel progetto fu approvato e Narciso prese a regolare egli stesso L'esecuzione, a suo grado, senza che L'autore del medesimo ne ebbe parte alcuna. Afferma sempre il de Rotrou che il potente « favorito » (cioè Narciso) era posto « al di sopra di ogni censura » e che « se ne valse coll'imprudenza di un furfante, a cui si era resa sicura L'impunità ». Non siamo in grado di dire se le affermazioni del de Rotrou possano essere veritiere o meno, e neppure se il progettista fosse Narciso stesso o L'« Ingegnere di Alta capacita '. Infatti il de Rotrou non dichiara quali siano le fonti da cui ha tratto tali informazioni, o se si tratta di sue supposizioni. Possiamo certamente affermare, comunque, perché ce lo dice Svetonio ed altri scrittori romani - che Narciso fu il sovrintendente alle opere. Il progetto dell'emissario di Claudio consisteva nella costruzione di una galleria, che passava sotto i Campi Palentini e sotto il monte Salviano e metteva in diretta comunicazione il lago Fucino col fiume Liri. Durante i lavori per la costruzione del nuovo emissario Torlonia, si constato come la lunghezza dell'emissario romano fosse di m 5642,60 ed avesse un dislivello di m 8,44 tra la soglia dell'imbocco a monte e quella a valle, con una pendenza pari al 1,5 per mille.
La sezione di questa galleria riscontrata nella parte meglio conservata doveva corrispondere a circa 10 mq di superficie nei tratti in cui la galleria attraversava la roccia, e che non aveva quindi le pareti rivestite di muratura; le sezioni risultano essere molto irregolari nella forma, anche se non si allontanano molto dalla superficie normale di mq 10. Dai ritrovamenti archeologici, da alcuni bassorilievi, dalle documentazioni lasciateci soprattutto dai costruttori dell'emissario Torlonia, possiamo individuare quale fosse la tecnica usata dagli antichi romani per la costruzione dell'emissario. In prima istanza dobbiamo rilevare che i lavori furono eseguiti ad una profondità che varia da m 37 a m 130 e che questo comportava difficoltà per la areazione e per il trasporto dei materiali. I Romani superarono questa difficoltà costruendo una serie di pozzi cosiddetti di servizio, posti a distanza, che raggiungevano il piano della galleria. L'ing. Cozzo nel suo scritto Ingegneria Romana, osserva che nei campi Palentini, normalmente la distanza dei pozzi era di m 400, in modo che L'avanzamento si riduceva ad una lunghezza di m 200 sia a monte sia a valle di ciascun pozzo, e, che in alcuni casi questa distanza venne ridotta con L'apertura di alcuni pozzi sussidiari, intercalati per speciali esigenze di avanzamento.
Questi pozzi servivano sia per dare areazione alla galleria. sia per il sollevamento dei materiali di scavo, sia per L'introduzione di quelli di rivestimento. Questi pozzi avevano in genere una sezione quadrata di m 4,30 di lato. Da ciascun pozzo lo scavo della galleria avveniva nelle due direzioni una verso monte e L'altra verso valle della galleria. Lo scavo veniva eseguito secondo L'andamento tracciato in precedenza in superficie e riportato in profondità mediante fili a piombo. A seconda della natura del terreno, questi pozzi non erano armati affatto o lo erano parzialmente. In alcuni si nota esserci stato posto anche un completo rivestimento murario delle pareti, per lo più in laterizio. Questo rivestimento, che e stato riscontrato principalmente nel tratto compreso tra la montagna e il lago, aveva lo scopo evidente di contrastare le infiltrazioni che la vicinanza del bacino lacustre poteva originare.
Deduciamo come questi rivestimenti dovevano essere fatti dai Romani in piena regola d'arte, e ci pare dimostrino come i Romani avessero una perfetta conoscenza dei materiali costruttivi ed in particolare delle malte leganti. Infatti sia L'ingegner Afan de Rivera che L'ingegner Brisse, entrambi autorevolissimi personaggi per quanto riguarda gli studi sull'emissario di Claudio, sono concordi nel dichiarare che le murature romane, dove non erano infranate, richiedevano mine per essere demolite. I Romani non si servirono delle malte composte da calce e pozzolana estratta dalle cave fucenti, perché erano ben coscienti delle loro proprietà fisiche e chimiche e sapevano molto bene che non avrebbero a lungo resistito a contatto con L'acqua. Mi sia concesso osservare che, anche riguardo a questo argomento, ci troviamo di fronte alla spietata critica dei costruttori dell'emissario Torlonia. Il de Rotrou, in particolare, accusa: « I Romani, che pur conoscevano bene L'uso della pozzolana e le sue proprietà, non se ne sono mai serviti comeche i loro pozzi ne attraversassero spessissimi banchi » (memoria del 1861).
Notiamo come questa non sia ne la prima, ne L'ultima « frecciata » che i costruttori dell'emissario Torlonia scagliarono contro i costruttori Romani. Ci sembra che un tale atteggiamento, più che alla preoccupazione di una obiettiva e scientifica ricerca nello studio dell'emissario di Claudio, mirasse a dare risalto e lustro alla capacita. al genio e alla perizia degli ingegneri francesi, costruttori dell'emissario Torlonia. Ma non solo loro, bensi anche il Betocchi, collaudatore del moderno emissario, ancora nel 1872 non disdegnava ad ogni occasione di far rilevare L'imperizia e la disonesta dei Romani: « Procedettero i Romani in modo svergognato e ladro ». Lo scavo della galleria procedeva sia a monte che a valle di ciascun pozzo per una lunghezza che raggiungeva al massimo m 200. Deduciamo che questa lunghezza, già di per se non indifferente, doveva rappresentare il limite consentito alla tecnica antica dalla difficoltà di aereazione e di direzione sotterranea.

