La tradizione della Panarda e i suoi rapporti con miti relativi ad antichissime divinità solari

Ritratto di Roberto Cipollone
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di Pietro Maccallini

Ormai tutti, o quasi, conosceranno la panarda, questo rituale della tradizione devozionale-culinaria abruzzese (su cui si tengono persino convegni) ma anche di altre zone dell’Italia centrale, che poteva protrarsi per tutta la notte del 16 gennaio, la vigilia della festa di sant’Antonio Abate, come nel paese marsicano di Villavallelonga-Aq, o poteva svolgersi in concomitanza con altre feste religiose come quella dello Spirito Santo a Luco dei Marsi.

 

  L’elemento sacro del rituale è indubbio, anche se in qualche caso (ad Antrodoco-Ri ) l’usanza si riduce ad una allegra ma modesta cena tra amici che si riuniscono in osteria o nella cantina di qualcunodi loro, dove la sacralità scompare del tutto e l’elemento conviviale è ridotto, per così dire, ai minimi termini.  Il rituale aveva vari significati: 1) quello sacrale, legato quasi sicuramente a motivazioni lontane, anche preistoriche, come cercherò di mostrare più sotto; 2) quello sociale di redistribuzione dei beni di sussistenza, in alcune occasioni fissate durante l’anno, tra un vasto strato della comunità la quale si ritrovava così più o meno riconciliata e affratellata in queste manifetazioni intorno ad una tavola piena di ogni ben di Dio, imbandita  da qualche famiglia benestante del paese; 3) quello, connesso al precedente, della dimostrazione della potenza e liberalità della famiglia o delle famiglie tradizionalmente deputate all’organizzazione del lauto convivio che poteva contare fino a quaranta-cinquanta portate.

Nella tradizione di alcuni paesi in cui si svolge la panarda naturalmente non poteva mancare qualche leggenda come quella relativa ad una donna della famiglia Serafini, la quale, avendo lasciata una neonata (o un neonato) a casa per recarsi ad attingere acqua alla fonte del paese, vide che essa veniva portata via da un lupo che la teneva stretta nelle sue fauci; la donna invocò S. Antonio che fece subito il miracolo: il lupo allentò la presa e lasciò cadere viva la figlioletta dalla bocca.  In seguito a questo fatto la donna avrebbe promesso di dedicare al Santo, lei e i suoi discendenti, una festa a fuoco.  In alcuni paesi si parla anche di un documento, non meglio identificato, che attesterebbe che nel 1657 ( a Ciciliano-Rm, Villavallelonga-Aq, L’Aquila) un tal Pietro Paolo Serafini già distribuiva una minestra di fave cotte ai poveri per tener fede alla tradizione relativa alla sua famiglia, iniziata dalla donna di cui sopra.  Ora, a parte il fatto che il documento è nominato ma non citato accuratamente o esibito, resta la considerazione che questa famiglia Serafini  dovrebbe essere ubiqua visto che di essa si parla come se fosse appartenuta, di volta in volta, ai diversi paesi che se ne appropriano.  Evidentemente il fantomatico documento vive solo nella tradizione orale oppure, se esiste, non farebbe altro che confermare la tradizione leggendaria della donna Serafini

I due nomi del mitico personaggio Pietro Paolo Serafini sono stati già oggetto delle mie ricerche, il nome Piertro nell’articolo San Zopito, san Pietro, Giove ed altro pubblicato nel mio blog (giugno 2009), e il nome Paolo  nell’articolo I santi Giovanni e Paolo di Cerchio pubblicato in un mio libro[1]. Questi nomi sono stati da me collegati con una divinità preistorica del Sole.  Per la verità per il nome Paolo presupponevo una connessione col termine greco paûla ‘ stasi, riposo, fine’, termine che, preceduto da Ian da cui ‘Gianni, Giovanni’, doveva dare il composto *Ian-paûla  a significare sol-stitium ‘solstizio’ (21 di giugno), pressappoco rispondente al giorno (26 giugno) in cui cade la festa dei due santi Giovanni e Paolo a Cerchio-Aq.  Ma ora avrei una proposta un po’ diversa.  Per il valore di ‘sole’ del termine ian basta ricordare che, all’origine, il dio latino Ian-u(m) ‘Giano’ era un dio della luce e che i fuochi di san Giovanni caratterizzavano fino a non molti anni fa le festività del santo in molti paesi nel periodo del solstizio d’estate. 

Il nome di famiglia Serafini riconfermerebbe anch’esso l’incrocio con quello che doveva essere un antico termine per ‘sole, fuoco’, se il suo etimo ebraico indica ugualmente il ‘fuoco’: cfr. gli angeli chiamati Serafini, cioè gli angeli di fuoco, splendenti dallo stesso Dante indicati come “fuochi pii”  (Par., IX, v.77).  Il documento, scritto o orale che sia, sarebbe quindi una sorta di prontuario  riportante le varie denominazioni o attributi, accumulatisi nel tempo, di una stessa divinità solare finiti per indicare il nome e cognome di un personaggio legato alla panarda.  

Per il nome Paolo, invece della soluzione prospettata più sopra, si può pensare alla radice  pol, pul  ‘luminosità’ di cui parlo nell’articolo Parole sarde del Duls presente nel blog (giugno 2009) a proposito dei termini sardi impoddile, impuddile ‘alba’.   Non per nulla il paese San Polo dei Cavalieri-Rm era noto in passato come Castrum Sancti Pauli in Jana, in cui ricompare la radice ian di cui sopra.  Probabilmente sulla sommità del vicino Monte Gennaro vi era un’ara dedicata a Giano, come leggo in uno dei siti web, e nel secolo XIII non poteva mancare un’edicola o cappella dedicata a san Gennaro.  Anche il nome dei Monti Lucretili, di cui il monte Gennaro è parte, mi pare che possa richiamare un significato di luce, lucore (cfr. il personale lat. Lucr-etius ‘Lucrezio’ forse della stessa radice) ribadendo il mio ragionamento.  La specificazione di Cavalieri  non sarà dovuta al passaggio in loco dei cavalieri Templari o di altro tipo, come qualcuno suppone, ma a questo fantastico accumulo di termini significanti sempre la solita cosa: la presenza in loco del culto di una divinità del sole o della luce da tempi remotissimi. Per cavaliere nel senso di ‘luce, fuoco’ rimando all’articolo sopra citato Parole sarde del duls (2- Caddu).  Nei dintorni di San Polo esiste anche una valle Cavalera. 

Ora, tornando alla panarda, si comprende abbastanza facilmente che questa usanza doveva essere  collegata ad antichissime feste  in onore di qualche divinità pagana legata al sole o al fuoco, se la panarda è parte integrante di una festa a fuoco, come la tradizione vuole.  Alfredo Cattabiani, studioso di Storia delle Religioni e delle Tradizioni popolari, in una sua opera[2] così si esprime: «Oggi il periodo invernale, che dalle feste solstiziali conduce all’equinozio primaverile […] è contrassegnato  da feste e cerimonie di segno diverso; alcune orgiastiche, come il Carnevale, altre purificatorie e penitenziali, come la Candelora, il mercoledì delle Ceneri e tutto il periodo quaresimale; altre, infine, che rammentano, come Sant’Antonio, antichi riti per propiziare gli dei preposti alla fecondità e alla fertilità».  E, sottolineando il fatto della incertezza calendariale riguardante il periodo tra il solstizio d’inverno e l’equinozio primaverile e legata alle diverse date con cui si faceva iniziare l’anno (gennaio/marzo) nell’antichità e nel medioevo, così afferma a p. 19 dello stesso libro:« Per questo motivo ancora oggi il periodo compreso tra il solstizio invernale e la Pasqua  è costellato di feste, cerimonie e usanze che direttamente o indirettamente celebrano o si ispirano alla nascita del nuovo anno. Persino il Carnevale, come si spiegherà, è una festa di passaggio dal vecchio al nuovo anno».  Queste parole ci fanno capire che non esiste quasi festa del calendario cristiano che non affondi le sue radici nei riti, nei miti e nelle usanze delle arcaiche religioni italiche, greche ed orientali giunte in Italia durante la Repubblica e l’Impero di Roma e che, a loro volta, traevano origine dal lunghissimo periodo della preistoria.  E’ quindi cosa vitale per l’uomo moderno, scanzonato e dissacratore, cercare di individuare i molti rivoli che da epoche immemorabili arrivano fino a noi e che costituiscono la grande fiumana delle tradizioni antichissime attraverso le quali l’uomo indagatore recupera e salva quello arcaico e preistorico (che comunque, senza che ce ne avvediamo, è già dentro di noi) salvando, nel contempo, anche se stesso e sperando così di capirsi meglio, in modo laicamente aperto e consapevole, e non chiusamente confessionale.

Ora, a me sembra che intorno alla figura di Sant’Antonio, patriarca del monachesimo realmente vissuto, a quanto pare, in Egitto tra il 250 e il 356 d. C., si siano via via raccolti riti,usanze, e aneddoti diversi provenienti sicuramente da altre feste precristiane, le quali non potevano del resto volatilizzarsi da un giorno all’altro, pena la perdita della identità di una comunità, ma semplicemente ebbero a subire un processo di contaminazione, adattamento e rinnovamento all’interno delle nuove feste e della nuova mentalità cristiana che spesso veniva calata dall’alto.  Nell’ambito della saga del Santo, ad esempio, le famose tentazioni  che egli ebbe a provare nei confronti di attraenti giovinette, penso che possano farci trarre in ballo addirittura la figura mitica di Adone (si noti la forte assonanza dei due nomi Antonio e Adone) a cui, in gran parte del Medio Oriente e in Grecia erano dedicate le cosiddette Adonie, feste che poi si diffusero a Roma e in Italia e che ad Atene, nell’ equinozio di  primavera, si svolgevano in forma privata, ed erano distinte in due fasi contrapposte: nella prima si susseguivano lamentazioni e pianto da parte delle donne per la morte prematura di Adone, nella seconda si celebravano le gioie, le mollezze e i piaceri (favoriti senz’altro dalla coincidenza del nome divino col gr.hēdoné, dorico hadoná ‘piacere, gioia, voluttà’) dell’amore del dio e di Afrodite e soprattutto quelle dell’amore fuori del matrimonio: la festa si trasformava così in vere e proprie orge.  Una lontana eco del dualismo morte/vita è possibile avvertire, a mio avviso, nella storiella del neonato della donna Serafini, storiella che analizzerò meglio più sotto. Adone, frutto di un amore incestuoso, era una divinità rappresentata nel mito come un giovane di straordinaria bellezza (ancora oggi si usa il termine in tal senso), tanto da essere conteso da due dee, Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, e Persefone o Proserpina, regina degli inferi.  Zeus, il Giove dei Greci, stabilì che il giovane dovesse rimanere per una parte dell’anno, quella fredda, nell’Ade, gli inferi dei Greci: questo fatto è indice sicuro, secondo me, della vera e originaria natura di Adone, quella di un dio solare che nei mesi invernali si ecclissa, scompare o sembra perdere il suo vigore per risorgere vivo e vegeto a primavera.  Adone fu ucciso da un cinghiale, in greco kápros ‘cinghiale, porco’, aizzatogli contro da Persefone o Ares o Efesto o Apollo, a seconda delle versioni: questo particolare dovrebbe chiarire l’origine della caratteristica, assunta da Sant’Antonio nel corso del tempo per l’incontro con altra tradizione, che lo vuole protettore degli animali particolarmente legato al maiale, caratteristica che originariamente non gli apparteneva, come  risulta dalla vita del Santo scritta dal discepolo Atanasio.   Ecco profilarsi, poi, in estrema lontananza la figura del dio egizio Aton, il disco solare nascente, manifestazione del dio Sole, adorato come unico dal faraone Ekhn-aton, nome che significa ‘servo di Aton’. Uno dei nomi biblici di Dio, Adonai, credo debba essere messo in contatto sia con Aton che con Adone, sebbene il nome ebraico e quello greco siano normalmente riferiti ad un termine semitico che significa ‘padrone, signore’: ma più che questo o quel significato (con le relative funzioni e attribuzioni del dio) che il nome ha assunto lungo i millenni attraverso  il gioco degli incroci con termini di lingue e dialetti vari, a noi interessa svelare possibilmente la sua natura profonda originaria. Il sole che ci illumina e ci riscalda vivificando e fecondando la Natura a primavera , ci riconduce dritti dritti alla tradizione, tuttora viva in molti paesi come Cerchio-Aq, dei falò accesi in onore di Sant’Antonio.  Anche l’ herpes zoster, nome scientifico della malattia che provoca arrossamenti della pelle, è chiamata comunemente fuoco di Sant’Antonio.  Non sarà un caso se il culto del Santo è sentito in modo particolare in molti paesi del catanese (Nicolosi, Aci Sant’Antonio, Misterbianco, Camporotondo Etneo, Pedara, ecc.) ai piedi del vulcano.

Un altro tratto della saga del Santo che colpisce il linguista è il pane.  I cosiddetti pani o panini o panette di Sant’Antonio vengono offerti in occasione della sua festa in varie parti d’Italia.  Nella vicina Villavallelonga-Aq si organizzano, appunto, le pan-arde e si offrono anche pan-ette.  Non è pertanto azzardato mettere in rapporto questi nomi col famoso pan-ettone di Natale, in milanese pan-atόn, termineche nel secondo membro –atόn, lungi dal costituire un suffisso accrescitivo, richiama a mio avviso il nome del dio  Aton o di Adone: è ampiamente noto che la festività del Natale ha sostituito quella pagana del Sol Invictus (Sole Invitto). Anche le Vestali, custodi a Roma del sacro fuoco, nella festa del 9 giugno dedicata a Vesta, chiedevano alla dea abbondanza di pane per la famiglia.  La voce pane  riconduce anch’essa a divinità solare, come ha ben visto  Giovanni Semerano, semitologo recentemente scomparso.  Il dio campagnolo Pan, raffigurato come un mezzo caprone che amava circolare soprattutto sotto il sole meridiano, era –dice Semerano[3]- il Sole stesso: gli Ebrei passavano con gli occhi bassi davanti all’immagine del Penû’El, cioè la ‘faccia (penû) di Dio’.  Il termine ebraico penû corrisponde ad accadico pānu ‘aspetto, volto’ e deve essersi qui incrociato con la radice di gr. pan-όs ‘fiaccola’ per il valore di ‘luce’.  Mirabili i versi del Carducci, nella poesia Davanti San Guido, relativi a questa divinità: E Pan l’eterno che su l’erme alture /A quell’ora e nei pian solingo va / Il dissidio, o mortal, de le tue cure / Ne la diva armonia sommergerà.

Il lat. pane(m) ‘pane, cibo’ si incrocia dunque col nome divino causando tutto il resto.  Anche la pan-arda  poteva aver avuto il significato di semplice ‘pane, cibo’ come ci fa supporre il gr. árt-os ‘pane, cibo’ e la possibilità, quindi, di un composto tautologico *pan-artaMa questo stesso composto poteva indicare il sole se è vero quello che ho letto in un sito sulla panarda, e cioè che in arabo ardo significa ‘fuoco’.  Del resto il lat. ard-ere ‘ardere, bruciare’ confermerebbe la cosa se solo si abbandonasse il suo etimo tradizionale che lo lega alla radice as- (cfr. ted. Asche ‘cenere) la quale, secondo me, ne è solamente una vaiante.  L’usanza di preparare e offrire fave cotte  (a Villavallelonga e altrove) può benissimo richiamare le Pianepsie (gr. Puan-épsia= cottura di fave) in onore di Apollo, divinità solare.  Anche qui il termine púan-os ‘fava’ potrebbe essere il risultato di un adattamento della radice pan di cui sopra, da un precedente *pan-épsia ‘calore, ardore, sole’: cfr. gr. pan-ephth-όs  ‘del tutto (pan-) cotto, purificato dal fuoco’ ma in origine probabilmente solo ‘purificato dal fuoco’; gr. pam-phaín-o ‘risplendo, brillo’ con radice raddoppiata; gr. Pán-dia ‘festa di Zeus in Atene’, con i due membri dallo stesso significato di ‘luce’; gr.Pan-amáreia , feste celebrate nel villaggio di Panamara, presso Stratonicea, città della Caria, in onore di Zeus Pan-ámaros . Notare come il secondo membro vada a combaciare con gr. émar, hēméra, dorico améra ‘giorno’, accadico êmar, âmar ‘giorno’; ecc.             

A ben riflettere, la sopra citata leggenda della donna Serafini che, alla vista del lupo che reca tra le fauci il suo neonato, invoca il Santo che le concede la grazia di salvarlo facendolo improvvisamente scampare da sicura morte, si inquadra alla perfezione nella struttura ideologica della mentalità preistorica circa la morte del Sole nel solstizio d’inverno, che però subito (in realtà sembra fermarsi per tre giorni influenzando probabilmente anche la credenza cristiana della morte e resurrezione di Gesù compiutesi nel giro di tre giorni) rinasce a ridare la vita ai poveri mortali.  Inoltre, come ho già indicato nell’articolo Con questi chiari di luna (dicembre 2010), nel commento in risposta ad Angus Walters, si incontrano radici come l’etrusco lupu ‘morte, morire’, sscr. lopa ‘assenza’, sscr. lopo ‘ammutolimento’ il cui significato di ‘morte’ può nascondersi, appunto, dietro la figura del lupo della leggenda.  Anche la donna del racconto potrebbe essere uno sviluppo del sintagma  l’Adone > la donna, una volta scomparso il suo culto e perdutasi la memoria del nome stesso, finito in un racconto leggendario e quindi sottoposto a reinterpretazioni di comodo. Le donne tentatrici di sant’Antonio nel deserto potrebbero essere ancora una lontana ma chiara eco delle molli e lascive Adonie dell’antichità.  Il neonato (o neonata) verrebbe ad essere, così, il simbolo del Sole risorto (Sol Invictus) come nella tradizione cristiana del Natale e del  bambino Gesù.  Anche di Adone, nel grande santuario fenicio della dea Astarte a Biblo, dopo le lamentazioni per la sua morte si celebrava la rinascita e l’ascesa al cielo. Inoltre il Cattabiani, a p. 163 del libro citato, recita: «L’originario Adone fenicio, non ancora ellenizzato, adorato in tutta l’area mediterranea era in realtà un dio babilonese e sirio, Tammuz, al quale i fedeli si rivolgevano chiamandolo Adon, ovvero Signore.  Tammuz doveva dimorare sei mesi all’anno negli inferi, come il sole quando si trova al di sotto dell’equatore celeste.  Dopo i pianti rituali per la sua morte, si festeggiava la sua risalita alla luce, quando egli si ricongiungeva con la dea Ishtar, analoga come funzioni all’Afrodite greca.

«Tammuz diventò in tutto il Medio Oriente il dio della morte e della resurrezione: lo ricorda anche il profeta Ezechiele, scandalizzato perché persino le donne di Gerusalemme si lamentavano per la sua morte all’ingresso del tempio che guardava a settentrione.  E penetrò pure nel mondo ellenistico non solo con il nome di Adone, ma anche con quello di Pan (il grassetto è mio) perché Tammuz era detto il Pammegas, ovvero “l’universalmente grande”, “il sommo”; sicchè nell’età imperiale il Pan classico assunse anche, per analogia fonetica, le funzioni di Tammuz ».  Mi permetto di osservare, però, che la radice pan, nel senso da me supposto di ‘luce’, circolava in Grecia già abbondantemente prima del periodo imperiale, come si può desumere dai casi presi in esame più sopra.  E allora è ammissibile (è tutta una catena!) che anche l’appellativo pám-megas del dio fosse solo la sua veste greca del periodo ellenistico la quale però nascondeva il significato originario di luce in ambo i membri: si pensi al lat. mic-are ‘palpitare, scintillare’ per il secondo membro e non si arricci il naso se faccio appello anche al nome dell’arcangeloMika’el (Michele)‘chi come Dio?’, significato che a mio parere era solo la reinterpretazione, che dava il via alla immancabile storiella biblica della presa di posizione di Michele nei confronti delle schiere degli angeli ribelli, di un significato più antico che doveva indicare la natura divina di questo serafino, solitamente espressa dal concetto di luce.  L’ebraico El ‘Dio’ e l’arabo Allah, credo che bisogna avvicinarli al gr. hélē, heílē, aléē ‘calore solare, caldo’, gr. helénē ‘fiaccola, fuoco di sant’Elmo’.  Si tenga presente anche il personale Helénē ‘Elena’, figlia di Zeus e Leda.

Ora, prendendo lo spunto dal Pám-megas (cfr. gr. pân ‘tutto’, mégas ‘grande’), mi viene in mente che sia Sant’Antonio che il suo discepolo e biografo Atan-asio (si noti la somiglianza delle due radici con quelle di Adone e di Aton) avevano l’appellativo di ‘grande’, sicchè più che un’ombra di dubbio mi pare proiettarsi soprattutto sull’autenticità del secondo personaggio come autore della Vita di Antonio, per quanto  quest’ultima sia ormai considerata sicura opera del nostro Atanasio, patriarca di Alessandria d’Egitto, vissuto nel IV sec. d. C.  C’è anche da confrontare questo nome con quello della dea Athēnâ ‘Atena’, dorico Athána (dea con varie funzioni), figlia di Zeus, dio della luce diurna.  Per cui le famose feste Pan-athénaia ‘Panatenee’ dedicate ad Atena Poliade vanno intese, da parte mia, come ‘feste della dea Pan-atena’, evidentemente altro nome perduto di Atena, col secondo membro omosemantico rispetto al primo sopra analizzato, e non come ‘feste di tutti gli Ateniesi’.

Sul promontorio di Micale, nome fortemente assonante col Mika’el  sopra citato (gr. Mykálē, odierno  Samsun Daği ‘monte Samsun’), si ergeva intorno all’800 a. C. il Pan-iόnion, punto d’incontro delle dodici città ioniche dell’Asia Minore, e tempio di Poseidone Eliconio.  Ma sta di fatto che Pan-iόnios era anche un epiteto di Apollo, dio del sole, e che Ione, il mitico fondatore della stirpe ionia, era figlio di Apollo e Creusa.  Per di più il termine Samsun, con cui è noto oggi in turco il promontorio, rimanda chiaramente, a mio parere, al biblico Sansone, nome solitamente fatto risalire all’ebraico Šimšōn derivato da šemeš ‘sole’ (accadico Šamaš ‘dio Sole’) con il suffisso diminutivo  -ōn, come se fosse quindi ‘piccolo sole’.   Qui è bene ribadire che, contrariamente all’idea comune che il termine Panionio derivasse dal fatto che tutti gli Ioni dell’Asia erano soliti riunirsi nel tempio di cui sopra, bisogna invece prendere atto che esso fosse uno dei tanti nomi con cui nel lontanissimo passato veniva indicata una divinità solare, come nel caso già visto delle Panatenee, e che è molto più probabile che quel luogo, sacro alla divinità suddetta, avesse successivamente provocato l’abitudine di riunirvisi, dato che lo voleva il nome stesso del tempio o anche solo del luogo, secondo il significato del greco storico.

L’attributo di Atena Poli-adepiù sopra nominata, non credo che possa essere inteso, come si fa, nel senso di ‘protettrice della polis (città)’  perché, a mio parere, si collega per il primo membro alla radice di gr. poli-όs ‘bianco’ e a tutta la storia, sopra riferita, relativa al paese di San Polo dei Cavalieri.  Inoltre sono venuto a conoscenza, qualche tempo fa, di un santo che non conoscevo nemmeno, benchè ne avesse scritta una biografia, per la verità agiografica e leggendaria, nientemeno che san Girolamo, padre della Chiesa.  Il suo nome è san Paolo di Tebe in Egitto.  Strano e misterioso santo, questo Paolo, che si ritirò nel deserto a vivere da eremita (è considerato il primo) ma anche per salvare la vita durante la persecuzione di Decio iniziata a metà del III secolo e finita di lì a qualche tempo.  Paolo preferì però restare eremita, solo, senza un discepolo, e senza la compagnia di libri: non una parola ci è arrivata che caratterizzasse il suo modo di essere e la sua mentalità: silenzio assoluto, se non fosse per la narrazione leggendaria di Girolamo.  Il motivo, secondo me, è dovuto al fatto che non di figura realmente vissuta si deve essere trattato ma del coagularsi di storie mitiche intorno ad un fantomatico personaggio, che, al limite, poteva anche essere esistito ma rimanendo sepolto sotto una congerie di racconti fantasiosi scaturiti, però, nei modi interessantissimi che sappiamo, intorno a nomi di entità divine tradizionali. Paolo riusciva a vivere perché un corvo  gli portava ogni giorno del pane: anche in questo caso ritorna il benedetto pane della pan-arda, insieme a sant’Antonio che andò alcuna volta a trovarlo.  Il corvo può essere l’equivalente del termine regionale pola (si noti l’assonanza con Paolo, Polo), che indica, appunto, un gracchio della famiglia dei corvidi o altro tipo di uccello.  La città di Tebe nell’Alto Egitto (oggi nota come Luxor), presunta patria del Santo, era in effetti un importantissimo centro religioso: essa era nota come la città di Ammon-Ra , la massima divinità corrispondente allo Zeus greco.  E’ curioso, ma non tanto, che anche la Tebe dell’antica Grecia, aveva una rocca Cadmea fondata, secondo la tradizione da Cadmo, un antico dio solare secondo alcuni.  La croce di sant’Antonio a forma di tau (T) se da un lato richiama l’ebraico tāw ‘segno, croce’, dall’altro esige una connessione con ingl. thaw ‘fondere, sciogliersi (per il calore)’, lat. tabe(m) ‘liquido di sostanza che si scioglie o decompone’, termine che assuona molto bene con quello di Tebe (gr. Thêbai), con lat. tep-ere ‘essere tiepido, ardere d’amore’, accadico tebû(m) ‘levarsi su’ detto dell’aurora[4].

  Il nome del villaggio in cui sant’Antonio sarebbe nato, cioè Coma (oggi Qumans, o Quemar come attestano altre fonti? Sarebbe interessante chiarire la questione) contiene richiami a suoi attributi caratteristici o a sue rappresentazioni tradizionali.  Il greco kόma ‘chioma, barba’ dà ragione, infatti, della sua lunga barba bianca oltre che dell’omerico Apollo dall’intonsa chioma (si ricordi che Cuma in Campania era centro del culto di Apollo); il gr. kôma, atos ‘sonno profondo, coma’ richiama la storiella secondo cui il Santo si sarebbe rinchiuso per un certo periodo in una tomba vicino il paese di Coma e ne sarebbe stato portato via privo di sensi da suoi concittadini che lo condussero nella chiesa del paese dove si riprese (cfr. anche l’assonante gr. kaûma ‘ardore del sole estivo’), mentre gr. kômos ‘processione bacchica, festa con danze e canti, gozzoviglia, banchetto, allegra brigata, ecc.’  mi riporta mirabilmente al lontano tempo che fu, quando da ragazzetto partecipai ad una di queste allegre compagnie che il 16 di gennaio andavano la sera di casa in casa  a chiedere cantando qualche cibaria (nu scácchjë dë saucìccia ‘un rocchio di salsiccia’) a nome di Sant’Antonio (uno di noi nelle vesti del Santo)  da consumare il giorno dopo insieme e in allegria.  Questo è un tratto che lo riaccosta alla figura di Pan: al v.43 dell’Inno a Pan, uno del corpus attibuito tradizionalmente ad Omero, è detto infatti che gli dei lo chiamarono Pan, perché a tutti aveva rallegrato l’animo, quando suo padre Ermete lo aveva portato da loro subito dopo la nascita. Nello stesso inno (v. 2) Pan ha l’attributo, tra i diversi e interessanti da studiare, di philό-krotos ‘amante del clamore’ il quale insieme al dio Krόtos, suo figlio, ci porta a gr. krόt-alos ‘crotalo, sonaglio’ e forse al campanello, attributo costante di Sant’Antonio.  Ma della stessa origine deve essere l’urlo terribile che il dio usava emettere, suscitando panico, quando veniva disturbato (in questo fatto, e nel suo amore per la solitudine, ci sarebbe una certa contraddizione con la propensione all’allegria di cui abbiamo parlato: ma tutto si spiega se accettiamo che queste attitudini del dio sono il prodotto casuale di incroci di termini i più vari nel significato). A ben riflettere, panico deve trarre il significato non da ‘(terrore) che promana da Pan’ ma dal concetto originario e fondamentale della radice, e cioè ‘agitazione, tremore, terrore’, il quale poteva dar ragione di quello di ‘eccitazione’ alla base a mio avviso del significato di ‘luce’ o di ‘sole’.  Da ricordare Kômos, dio dell’allegria e del piacere, nonché la kōm-oedía ‘commedia’ che ci riconduce alla questione dell’origine della commedia e a quella che è, secondo me, l’ipotesi più realistica, come ‘canto del kômos’, della compagnia di persone in allegria che partecipavano a processioni di carattere dionisiaco o della fertilità come le falloforie, mascherate in forma zoomorfa, lasciandosi andare a scherzi o battute farsesche. A dimostrazione di quanto sia stata realistica la possibilità di questi incroci di termini nel passato, è bene notare, a proposito di kômos, la presenza della voce cum-acchie[5] nel dialetto abruzzese che significa ‘moltitudine di bestie, persone o cose simili, cricca’  ma anche ‘territorio, vicinato’ accostandosi così anche alla voce greca kômē ‘villaggio, rione’, gr. kôm-étes ‘abitante del villaggio, vicino’.   

Anche Pan, come gli eremiti, amava la solitudine di luoghi deserti o più frequentati dagli animali che dagli uomini, e allora come non collegare l’attributo di eremitaproprio del Santo, condiviso con san Paolo di Tebe, a questo dio eal nome della divinità greca Ermete, continuato nel periodo ellenistico dalla figura leggendaria o divina di Ermete Trismegisto, il quale sapeva chiudere ermeticamente come inventore dell’alchimia?  Sant’Antonio stesso, non fu invitato da altri eremiti, secondo la tradizione, a isolarsi più radicalmente dal mondo, finendo per sigillarsi in una tomba scavata nella rocca presso il paese di Coma, da cui fu portato via senza sensi dai suoi compaesani, come abbiamo visto più sopra? A questo punto la mia fiducia nella veridicità dell’esistenza anche di sant’Antonio tocca il punto più basso ma si sente più sicura nell’opporsi a quanto gli studiosi hanno concluso su di lui.  Naturalmente è sempre possibile che qualche eremita di tal nome sia veramente esistito, ma si deve comunque fare i conti, per cercare la verità sulla sua vita, con tutta questa congerie di notizie leggendarie che ne adulterano irrimediabilmente i tratti.  

Anche il titolo di abate che questo santo, vissuto essenzialmente come un anacoreta, e non come un cenobita, mi suona perlomeno un po’ strano, anche se nei siti web che parlano della sua vita talora si accenna o si parla dei  suoi seguaci. Ma io, a giudicare con i miei sensi acutizzati da queste ricerche, ho motivo di supporre che i seguaci del Santo siano la materializzazione metamorfica, alquanto in contrasto con la sua forte vocazione all’isolamento,  dei componenti del kômos ‘compagnia (allegra)’ di cui sopra.  Euripide usa il termine ad indicare uno stuolo di colombe (cfr. Ione, v.1197) che si calano, dal vicino tempio di Apollo, nel padiglione dove Ione sta offrendo un banchetto agli ospiti. Il termine è usato non tanto perché le colombe (péleiai) assomiglino alle compagnie di uomini che allegramente si spostano da un luogo all’altro in occasione di alcune festività, quanto perché questi nomi sono carichi di valori simbolici, scaturiti dal gioco che conosciamo. Le colombe risiedevano stabilmente nel tempio di Apollo, come in quello di Zeus a Dodona, dove addirittura le sacerdotesse ne assumevano il nome.  E questo perché? Ma basta frugare nel significato del vocabolo per capirlo: il nome si incrocia con gr. peli-όs ‘grigio, canuto, pall-ido, livido, scuro’ e quindi anticamente doveva combaciare con quello di qualche attributo di divinità della luce (cfr. anche la radice pol sopra analizzata per san Paolo), così come avveniva per il kômos, di cui abbiamo parlato abbastanza.  Euripide era stato da giovincello al servizio di sacerdoti di Apollo e, curioso com’era, si sarà ben istruito sulle usanze e tradizioni liturgiche della divinità.  C’è da supporre allora che anche l’appellativo di abate, riservato a sant’Antonio, dal latino cristiano abbate(m), a sua volta dall’originario aramaico āb ‘padre’, attraverso il gr. abbâ, non ce la dica tutta la sua storia.  La radice è stata da me presa in esame a p. 92 del libro citato Meditazioni linguistiche in cui, oltre a riportare il parere di Giovanni Semerano, espresso a p. 29 della sua opera citata, sul nome diAp-ollo composto a suo avviso da ebraico ap’faccia’, siriano appe ‘viso’, ecc. e da accadico ellu ‘luminoso, chiaro’, facevo notare che alcuni anni prima della pubblicazione dell’opera da parte di Semerano, in un mio opuscolo[6] avevo sostenuto anch’io la segmentazione Ap-ollo del nome del dio del sole, basandomi su quello del mitico Oleno, figura originaria della Licia e collegata al culto di Apollo Delio, nonché su parole come gr. hélē, heílē, aléē ‘calore del sole’ più sopra citate. Per la radice ap- tiravo in ballo la variante gr. haphé‘accensione’ , il dorico Háph-aistos ‘Efesto, dio del fuoco’, il cretese ab-élios ‘sole’, il cui secondo membro richiama gr. hélios ‘sole’, e persino Aba, città della Focide con antichissimo oracolo di Apollo.

Traendo le somme non si può non concludere, a mio parere, che (a parte qualche errore, sempre possibile, nei miei accostamenti) le favole, le leggende e i racconti della tradizione rarissimamente sono, per così dire, un parto diretto e volontario della fantasia degli uomini: essi costituiscono piuttosto un impagabile tesoro di nomi e usi e fatti antichissimi, accumulatisi lentamente attraverso i millenni e pervenuti fino a noi in questo modo ingenuo e immaginoso proprio di ogni tradizione, mitopoietica  di per sé . La quale è opera, per così dire, di tutto un popolo che vi ha letteramente trasfuso, senza rendersene conto, un vastissimo patrimonio di parole e di credenze di epoche diverse e spesso lontanissime che la alimentavano  nei modi che ho cercato di spiegare.

 

                                                     ABSIT  INIURIA VERBO

 



[1] Cfr. Pietro Maccallini, Meditazioni linguistiche, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq  2007, pp. 160-64.

[2] Cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Edizione Mondadori S.p.A., Milano 2004, p. 121.

[3] Cfr. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario, Paravia Edizioni Bruno Mondadori Editori, Milano 2001, p. 28.

[4] Cfr. Giovanni Semerano, op. cit. p. 256 e n. 40.

[5] Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq  2004.

[6] Pietro Maccallini, Dèi e miti del Mediterraneo, Tipografia  Di Censo, Celano-Aq 1998, p. 30.

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