Storia e protostoria del territorio

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La Conca del Fucino era occupata da un ampio bacino lacustre, prosciugato nel secolo scorso dal Principe Alessandro Torlonia, che raggiungeva un’estensione di oltre kmq 200; ad esso fanno corona a nord i monti del gruppo Velino-Sirente e, a sud, il gruppo dei Monti della Marsica.

Il lago Fucino non aveva affluenti diretti se non il fiume Giovenco ad est; l’unico asse fluviale rilevante era l’Imele-Salto posto ad ovest del lago, che metteva in comunicazione il territorio marsicano con la Sabina. Il territorio che gravita intorno al bacino lacustre appare quasi totalmente interessato da rilievi montuosi anche di un certo rilievo, eccezione fatta per tre o quattro conoidi pianeggianti disposte ai margini dei principali letti fluviali, quali il Giovenco, che nasce nei pressi delle sorgenti del Sangro (Gioia Vecchia) sfociando sul lago nei pressi dell’attuale comune di San Benedetto dei Marsi, il Rio Tana-Fosso Macrano, che nasce a sud (sorgenti Sangro-Passo del Diavolo) e giunge al lago nei pressi di Ortucchio, il fossato di Rosa, che da sud sbuca nel Fucino presso Luco dei Marsi e l’Imele che attraversa i Piani Palentini.

Il territorio fucense è stato, a partire dal dopoguerra, uno dei territori abruzzesi maggiormente indagati per quanto riguarda soprattutto le fasi più antiche della preistoria (Paleolitico, Neolitico ed Eneolitico). Tale fervore di ricerche e stato principalmente opera di Salvatore Maria Puglisi, dell’Università di Roma, e di Giuliano Cremonesi e Antonio Mario Radmilli, recentemente scomparso, dell’Università di Pisa (RADMILLI 1977). Il settore privilegiato dalle ricerche universitarie nell’ambito del bacino fucense è stato soprattutto quello compreso fra Trasacco e Ortucchio; questo elemento non deve essere trascurato nelle analisi storico-topografiche del comprensorio in quanto porta inevitabilmente ad una sopravvalutazione delle presenze archeologiche in quest’area specifica.

Le ricerche delle due prestigiose Università italiane e, negli anni più recenti, della Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo, anche con l’ausilio dell’Archeoclub della Marsica, hanno portato alla conoscenza di un cospicuo numero di siti archeologici (ben oltre duecento) distribuiti sia lungo tutti i margini dell’antico lago che nelle varie fasi della preistoria.
 
Edward Lear ricorda questo stupendo territorio con queste parole:
« Allorchè giungemmo al valico dovemmo confessare di essere stati ben ripagati dei nostri sforzi dalla vista della bellissima Marsica. Alla nostra sinistra i bianchi picchi del Velino. alto più di settemila piedi, apparivano oscurati da minacciosi cumuli di nubi, mentre un selvaggio intrico di montagne chiudeva tra la foschia quel lato della scena. Molto più giù, nella splendente luce del sole, si stendeva la lunga striscia blu del Lago del Fucino, con la sua bella pianura punteggiata di boschi e di villaggi scintillanti. Oltre il lago si innalzava la montagna di Celano... ». Oggi la Marsica, dopo il prosciugamento del lago, e sempre bella, ma il suo volto e mutato. Scrive Ignazio Silone: « Sulle carte topografiche della Penisola, la Marsica e facilmente reperibile. Nella parte centrale, all’altezza di Roma e a uguale distanza dall’Adriatico e dal Tirreno, L’occhio trova senza difficoltà L’indicazione di una piccola superficie piana, di forma quasi ovale, circondata da montagne e intersecata da brevi segni a guisa di inferriata. E la conca del Fucino con i canali che la dividono a scacchiera. II Fucino non e tutta la Marsica, ma gran parte di essa... ». 
 
Il lago Fucino la cui superficie media – era il terzo dei laghi d’Italia per estensione, dopo il Garda e il Maggiore e il più grande dei laghi carsici della penisola – raggiungeva i 155 chilometri quadrati. IL suo asse maggiore, da nord-ovest a sud-est era di circa diciannove chilometri, quello minore di circa undici. L’altezza media sul livello del mare era di 669 metri e la profondità massima di circa ventidue metri: misure puramente indicative perché varianti col livello delle acque. Capriccioso e variabile era il regime del lago, e lo era da sempre poiché era privo di emissari naturali mentre veniva alimentato da numerose sorgive e dai corsi d’acqua di tutta la zona, di cui il maggiore era il Giovenco che sfociava nel lago presso Pescina. Da sempre torse no, perché nel Pleistocene il lago, ben più alto, varcava la soglia di Cappelle e occupava anche i Campi Palentini, lambendo le falde del Velino. Allora il Salto era il suo emissario naturale, accanto allo stesso Liri che raggiungeva attraverso la sella alle spalle del Salviano. Unico sfogo naturale delle acque era una serie di inghiottitoi presso la sponda occidentale, la cosiddetta Pedogna o Petogna. « In realtà – osserva Luigi Lopez.
 
Le Petogne, che si trovavano al piedi del Monte Salviano, fra Luco e L’emissario, erano due, la grande e L’altra, detta la ”Petogna piccola”. Erano ponore, cioè meati sotterranei che disperdevano le acque del Fucino come avviene in ogni lago carsico. Infatti, fosse il bacino del Fucino originariamente una fossa tettonica o fosse una vallata, e pacifico che su di esso agi intensamente il carsismo. Le Petogne si estendevano un tempo – secondo la testimonianza del Febonio – per oltre due jugeri, e cioè cinquemila metri quadrati. « In tempo di piena – testimonia il Gattinara – L’acqua del lago formava un vortice spaventevole e allorché il borea infieriva (erano famose le improvvise burrasche del Fucino che si gonfiava paurosamente formando onde altissime) spingeva barche, legni abbandonati, fascine per la pesca e altri corpi galleggianti: esso vortice a poco a poco li attirava a se, il meato si otturava e le acque, senza questo esito, occupavano vaste zone di terreno. 
 
Ne potevasi usare mezzo di sorta per riaprirlo, tanto era il pericolo di venirne assorbiti e solo dopo mesi e mesi, con L’infradiciarsi di quei combustibili si riapriva ». II nome Petogna può essere accostato a quello del Pitonio, il fiume che si dice attraversasse il Fucino senza mischiare le sue acque con quelle del lago per poi, secondo quanto erroneamente ritennero Strabone ed altri antichi autori, immergersi nelle viscere de! la terra e quindi riemergerne presso Subiaco nella fonte della celebre Acqua Marcia. Del resto anche Plinio, nella sua Naturalis Historia (ll, 106) non nutriva alcun dubbio sull’origine dell’Acqua Marcia: « Vocabatur haec quondam Aufeia, fons autem ipse Pitonia. Oritur in ultimis montibus Pelignorum, transit Marsos et Fucinum lacum Romam non dubie petens » e, per di piu, osservava in un altro passo, che non sempre le acque dei fiumi si mescolano col mare e con i laghi, « ut in Fucino lacu invectus amnis ». Da varie cause, quindi, derivava la grande inconstanza del livello lacustre che in tempi relativamente recenti portava a inserire o a cancellare dalle mappe catastali circa 3000 ettari di terreno. 
 
Si ha notizia di un notevole accrescimento delle acque avvenuto nel 128 a.C. a causa del quale il Fucino allago tutt’intorno la pianura per cinque miglia. Scriveva il Del Re nel 1835, che tuttavia fu un anno di eccezionale decrescita delle acque, « Oggi del Fucino di forma pressoché ellittica, comprende un’aia di circa 47 miglia quadrate e ha un giro di circa 32 miglia italiane, un asse maggiore di circa 12 da Luco a Ortucchio e un asse minore di circa 5 e mezzo da Trasacco e Celano » (il miglio italiano era di m. 1481). Secondo L’Hassert (pag. 136), la superficie del lago era nel 1793 di chilometri quadrati 145, di 165 nel 1816, di 135 pochi anni dopo e di 158 nel 1861. Fra il 1793 e il 1816 la profondità del lago giunse fino a m 36,50, mentre, generalmente, andava da 10 a 22 metri. 
 
Citiamo un esempio di crescita eccezionale offertoci dal Rivera: « Non v’ha memoria ne tradizione di esservi mai stata escrescenza maggiore di quella del 1819. Ortucchio rimase affatto isolato in modo che era forza far uso di barche per uscir fuori alla campagna. Le stalle e le abitazioni situate alle falde della collina furono sommerse e in gran parte distrutte; e nell’antica chiesa principale (S. Orante) le acque s’innalzarono al di sopra dell’altare maggiore. In Luco. Trasacco e San Benedetto quasi tutte le stalle e le abitazioni meno elevate soggiacquero alla stessa distruzione ». Il bestiame doveva essere portato al pascolo in barca...

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