Paralipomeni dell’articolo sulla Pasqua con lunga coda a sorpresa su “bascula”, “bilancia” e altre simili bazzecole

di Pietro Maccallini

In questi giorni ho continuato a riflettere sulla possibilità di interpretare qualche piccolo brano del racconto biblico sul passaggio del Mar Rosso nel modo che ho mostrato, cioè indovinando le risonanze semantiche di una radice che, in quanto tenuta in vita per millenni nel racconto della tradizione, ha potuto aggregare intorno a sé molte parole attratte dall’affinità dei significanti.  E così, con l’aiuto dei dialetti, si possono fare scoperte mozzafiato riguardanti non solo l’idea di passaggio ma anche altri campi semantici, nei quali si entra con la furia di certi acquazzoni estivi che, tramutatisi improvvisamente  in grandine, si abbattono impietosamente sugli orti e i coltivi dei linguisti.                                                                 


Mi ha ispirato in questo caso l’italiano arcaico e dialettale peschio che ha diversi significati: ‘paletto, chiavistello, serratura, toppa della serratura[1](a Luco dei Marsi-Aq), rupe, sasso’. Nel significato di ‘altura, colle, monte’ ricorre in molti toponimi, soprattutto abruzzesi, come Pescocostanzo, Pescocanale, Pescosansonesco, Pescasseroli, ecc. Nel paese di Castellaffiume il termine significa esattamente ’luogo alto e ripido’[2], cioè una sorta di dirupo, di parete scoscesa, quasi verticale.  Linguisticamente il termine peschio presuppone un latino parlato pesc-ulu(m), pesclu(m), variante di pessulu(m) ‘chiavistello’, il quale, solo perché appartenente al latino classico, non può essere considerato come origine dell’altro: potrebbe essere il contrario, o si tratta piuttosto solo di varianti coesistenti da lungo ordine di anni. Si incontra anche la variante pestulu(m) da cui la forma senese pestio ‘chiavistello’, spagn. pestillo ‘chiavistello’.


Il significato di ‘buco’ inerente a quello di ‘toppa della serratura’ si ritrova a mio parere anche nell’altro termine abruzzese, simile al precedente, di pisc-óla, pësc-óla, pisc-ólla, ecc. ‘pozzanghera’, in cui deve essersi verificato un incrocio con un termine per ‘acqua’, ma anche in toponimi come  la grotta Pesco del Diavolo a levante di Leuca (Salento) dove la specificazione ripete tautologicamente il primo significato: esistono vari Passi (o ‘ponti’)del Diavolo in cui il diavolo non c’entra nulla se non perché il termine ha la stessa radice di gr. dia-bállō  ‘io attraverso, passo (faccio passare) oltre’ usata però nel senso figurato di ‘calunniare’.  Un altro bel toponimo è quello delle gole selvagge del Pesco Rosso nel Molise le cui pareti sono ‘rosse’: qui evidentemente si incontrano due significati, quello di ‘buco, passaggio’ e quello di ‘luogo alto e ripido (parete)’ che abbiamo riscontrato per questo termine nel dialetto di Castellafiume-Aq.  A questo punto non ci resta che richiamare alla mente l’ebraico pesach ‘passaggio’, trasformarlo legittimamente in un pesch-, parallelo a pascha ‘Pasqua’, sfruttando l’estrema mobilità, nelle lingue semitiche, delle vocali all’interno della parola, e come d’incanto ci ritroveremo a contatto col precedente termine pesco, che certamente ci tornerà utile a spiegare le due “pareti (muri) di acqua” che secondo il racconto dell’Esodo si innalzavano a destra e a sinistra degli Ebrei in marcia attarverso il Mar Rosso. Nel dialetto del mio paese si usava l’espressione pijjà nu péscë ‘prendere un pesce’ per ‘bagnarsi fino alle ossa’, quando uno non aveva potuto ripararsi all’arrivo della pioggia o di un acquazzone: il pesce qui coinvolto dovrebbe essere stato quindi termine per ‘acqua, pioggia’ che si ritrova in idronimi come fiume Pesc-ara, torrente Pesch-iera, ecc. ed è forse variante di irlandese uisce ‘acqua’.


Il significato di ‘paletto, chiavistello, catenaccio’ relativo a peschio collega a mio parere questo termine col trasaccano pasqu-alótte[3]: « “Pasqualotto”; è così chiamato il supporto della tavola da stiro con il quale si stirano le maniche delle camicie infilandovele dentro.  Ha la stessa conformazione della tavola grande alla quale è applicato, ma molto più piccolo».  Con queste parole definisce l’oggetto Quirino Lucarelli, facendo capire che si tratta di un’asse di legno, molto simile ad un paletto squadrato, ad una spranga.  Mi tornano allora in mente le parole con cui Alfredo Cattabiani, parlando del passaggio del Mar Rosso, indica il fatto che «Yaweh era saltato oltre le case o le tende  degli Israeliti, i cui stipiti e architravi o paletti erano stati segnati dal sangue del primo nato del gregge»[4].  Immagino che le parole ebraiche di questo episodio dell’Esodo, esprimenti il concetto di ‘stipite’ ed ‘architrave’, possano contenere anche altri significati come ‘palo, trave’. Avviene lo stesso per l’it. stipite, dal lat. stipite(m) ‘albero, tronco, palo, bastone’.   Balza allora evidente agli occhi la somiglianza tra la radice di pasqu-al-óttë ‘paletto’ e quella di Pasqua, attraverso però il significato del sopra descritto peschio ‘paletto’, il quale si configura come una variante del termine trasaccano, e  spiega così anche l’origine dell’episodio biblico suddetto: la radice della parola  Pasqua si era incrociata, in tempi lontanissimi, con altra simile che però significava ‘paletto’.  Il Lucarelli, nella spiegazione del termine, fa capire che propende, come fanno spesso anche i linguisti in questi casi, per una etimologia che chiami in causa il nome personale Pasquale,  usato scherzosamente ad indicare l’oggetto. Lungi da me un atteggiamento simile, che chiude a doppia mandata il problema, mettendoci definitivamente un macigno sopra.  La lingua è più severa ed essenziale di quello che sembra, essa indica quasi sempre direttamente l’oggetto da esprimere senza ricorrere ad espedienti metaforici o metonimici, senza fronzoli più o meno ornamentali. Basta scavare sotto la superficie per trovare l’osso duro.


Nel libro citato del Lucarelli si incontra la strana voce piscë  che, oltre ad indicare l’ urina, come avverbio  significa ‘in bilico’ (detto, ad esempio, di moneta che, cadendo, rimane dritta nel gioco di testa o croce) e che fa il paio con le due altre espressioni trasaccane pëscujjènnë ‘indugiando, in modo indeciso, dubbiosamente’ forma di gerundio avverbiale tratta dal verbo pëscuijjà ‘guazzare, battere i piedi in una pozzanghera come di solito fa un bambino’, denominale da pëscóla ‘pozzanghera’ di cui abbiamo già parlato. Simile è l’avverbio pëscujjùnë ‘in modo imbrattato, in modo indeciso, dubbioso’.  E’ chiaro che il significato di ‘pozzanghera’ non può aver dato origine a quello così diverso di ‘dubitare, dubbio, incertezza’.  Allora, secondo me, bisogna guardare alle forme bìscolo (veneto, lombardo), bìscul, vìscol, bàscule (friulano) ‘altalena, dondolo’[5]le quali differiscono dalle precedenti essenzialmente per l’iniziale sonora b-.  Ma la cosa più interessante è notare che la forma friulana bàscule richiama la bascula ‘bilancia (per grossi carichi)’ fatta derivare dal francese bascule, il cui etimo proverrebbe secondo i linguisti da fr. bas ‘basso’ e cul ‘culo’, perché nel gioco dell’altalena il sedere andrebbe alternativamente a battere al suolo.  Tanto è vero che il termine viene fatto discendere da bacule, deverbativo di baculer (sec. XV) ‘punire facendo battere (fr. battre) le natiche (fr. cul) contro il suolo’ in cui si sarebbe poi inserito bas ‘basso’. La definizione l’ho tratta dal dizionario Webster, s.v. bascule.  A dire il vero a me questa spiegazione è sembrata un po’ artificiosa: il verbo baculer ’battere il sedere’ potrebbe essere venuto direttamente dal lat. baculum ‘bastone’; in effetti il corrispondente verbo italiano bacchiare,oltre al significato di ‘percuotere i rami di un albero con una pertica per farne cadere i frutti’, ha anche quello conseguenziale di ‘far cadere i frutti per terra’.  Sul verbo si è poi esercitata l’etimologia popolare ricavandone i significati di cui sopra.  Infatti a me pare che sotto il fr. bascule ‘altalena, bilancia a bilico’ bisogna scorgere lo stesso fr. bâcle ‘spranga, sbarra, stanga (per chiusura di porta)’ la cui –â-  con l’accento circonflesso garantisce che precedentemente la parola era *bascle, molto simile alla radice di trasaccano pasqu-al-óttë ‘paletto’, variante di lat. pesclu(m) ‘peschio’.  Nella parola  bascule è stata proprio l’etimologia popolare ad evitare la scomparsa della s-. Che cosa ci entrerebbero, però, tutti questi pali, sbarre, spranghe con labascula ‘bilancia, altalena’?  Ma è semplice!  Spesso la bilancia viene indicata proprio dal suo giogo (in bilico) su un fulcro o perno: cfr. lat. iugum ‘giogo, bilancia’, gr. zyg-ón ‘giogo, bilancia’, gr. stathmós ‘pilastro, stipite, bilancia’, gr. zygó-stathmos ‘bilancia’(composto tautologico). Il lat. trutina ‘ago della bilancia, bilancia’ di ascendenza greca prende il nome dall’ ago che segna il peso e che comunque è sempre una ‘punta, puntello, asticella’. Purtroppo la forma mentis che ci ritroviamo ora, e che ci induce spesso in errore quando si tratta di individuare un etimo, è quella di chi è abituato, dalle parole da tanto tempo specializzatesi, a rintracciare un significato che sia altrettanto specializzato, preciso, esatto, andando praticamente contro la naturale corrente della Lingua che si è mossa dal generico per arrivare allo specifico (la vicenda di fr. bas-cule ‘altalena’ insegni!).  Soffermandoci ancora su bascula, già Ottorino Pianigiani (1845-1926), famoso magistrato linguista, nel suo dizionario etimologico, presente in rete, metteva in guardia contro l’etimo che derivava la parola dal francese, data la presenza dei friulani bascli, bascul ‘altalena’.  Evidentemente i linguisti provano, tanto per scherzare, sentimenti filogallici o hanno calcolato che le voci friulane sono posteriori alla data della prima attestazione del termine bascula in italiano (1890), cosa difficilissima da provare.


Una volta assodato quanto sopra si fa strada nella mia mente il sospetto che anche l’it. bilancia  non la racconti molto giusta quanto al suo etimo, accettato credo da tutti i linguisti.  Essa deriverebbe dal tardo lat. *bi-lancia(m), strumento formato o munito di due (lat. bis) piatti (lat. lance(m)’piatto’) come a volte sono le bilance.  Ma io ho l’impressione che anche in questo caso, come in quello di bi-dente (cfr. l’artic. L’italiano “bidente”… dell’aprile 2010), il termine bi-lancia non sia stato coniato improvvisamente dal nulla, data la sua natura descrittiva più che direttamente indicativa,  senza l’appoggio di una base più semplice e sia invece la reinterpretazione di un precedente termine che va segmentato in bil-ancia,  il cui primo membro coincide con quello, ad esempio, di  bili-dente ‘bidente’ (a Pescina-Aq): l’elemento bili- ha lo stesso valore di ‘dente’ del secondo membro, e quindi poteva significare anche ‘punta, perno, stanghetta, birillo, tronco (cfr. gallico bilia ‘tronco’), ecc.’, tutti concetti adatti ad esprimere il ‘giogo’ della bilancia’ o anche il ‘perno’ o la ‘cerniera’ su cui essa oscilla.  Ricordiamo il toscano billi ‘gioco dei birilli’, il sardo nuorese bill-illa, bill-edda ‘piccolo pene’, ligure bel-ìn ‘membro virile’,fr. bill-ette ‘piccolo ceppo, bastoncino’, fr. bill-ard , inizialmente ‘stecca da biliardo’, ingl. bill ‘becco, punta, promontorio’, ingl. billy ‘manganello’ (non mi passa nemmeno per la testa l’idea, tanto cara ai linguisti, di derivarne l’etimo da Billy, diminutivo di William ‘Guglielmo’), serbo-croato biljka ‘pianta’, ucraino byl ‘stelo d’erba’, gr. bél-os ‘dardo, giavellotto, spada, pungiglione’, gr. bel-ónē ‘ago’, ecc. Con molta probabilità, allora, l’elemento appartiene a questa vasta famiglia di cui dovrebbe far parte anche l’italiano bil-ico, dell’espressione in bil-ico che, a mio avviso, richiama lo spagn. en vilo‘in bilico, col fiato sospeso’.  L’etimo che solitamente si dà per bil-ico è quello di (om)-belìco, il punto centrale di un corpo che generalmente è quello che tocca un altro corpo su cui bilica. A me questa pare un’altra etimologia un po’ infelice che comunque lascerebbe fuori il corrispondente termine spagnolo che potrebbe riallacciarsi anche all’ungh. villa ‘forchetta’.  E non è da considerare affatto cervellotico nemmeno l’accostamento del ted. billig ‘equo, giusto, ragionevole, a buon prezzo’ al termine in questione, perché i suoi significati collimano tutti con un eventuale significato originario di ‘in equi-librio, equilibrato’[6].  La radice, manco a farlo apposta, si ritrova in voci abruzzesi[7]come scianna-vèllë‘altalena’ (scritta çanna-vèlle dal Bielli, per distinguere il suono della fricativa palatale sci-, sce-, più marcato, da quello della fricativa palatale ç- , “più tenue e dolce”, come lui si esprime. Si tratta in effetti di pronuncia scempia o doppia dello stesso fonema), vell-arë ‘altalena’ (a Rivisondoli-Aq).  Il primo costituente di scianna-vèllë corrisponde a quello di abr. sciannë ‘zana, culla’(da a.a.t. zaina ‘cesto’) ma anche a ted. Zain ‘verga’.   Interessanti le altre voci simili come scianna-nùculë ‘altalena’ il cui secondo membro dovrebbe derivare, per metatesi, dal tardo lat. cunula(m)’culla’, ma è più probabile che sia variante del meridionale naca ‘culla’ (si incontra, infatti, nel sito internet DeScrivendo una poesiuola: Bella la nicula nacula / fatta di sole e di luna / ci si dondola e si gongola coi tuoi versi… Allora diventa chiarissimo l’it. nicchiare ‘tentennare, esitare, titubare’, da *nicul-are, *nicl-are , per il quale si fanno supposizioni le più varie e fantasiose, e contemporaneamente si spiega perché il lat. nuc-em ‘albero del noce, noce’  —estraibile dal secondo elemento  di scianna-nùculë—  nasconda nel suo interno, come ogni altro nome specifico di albero (la stessa cosa avviene per gli animali) e come ho sostenuto con forza in altri articoli, il valore generico di ‘albero, tronco, palo, stanga’, concetto che in questi casi vediamo connesso appunto con quello di ‘giogo della bilancia’); scianna-vìculë ‘altalena’ il cui secondo costituente si riallaccia all’ingl. weigh ‘peso’; a. norreno vaga ‘culla’; ted. Wiege ‘culla’; ted. Waage ‘bilancia’; ted. Ge-wicht ‘peso’; ingl. wiggle ‘dimenarsi’; ted. Woge ‘onda’;  it. meridionale voca, voga ‘altalena’; it. tra-bucco (tra-bocco, tra-vocco) macchina da pesca tipica delle coste abruzzesi chiamata tecnicamente bilancia, costituita da due antenne di legno ancorate ad un pontile, che sostengono una grande rete; fr. tré-bucher ‘inciampare, barcollare, cadere, tra-boccare (di peso, bilancia)’; it. tra-bocchetto; it. tra-bocco‘macchina da guerra simile alla balista, per lanciare proiettili’; it. bac-ula ‘trabocchetto situato anticamente dinanzi alle porte di una fortezza’. L’elemento –bucco, -bocco, -vocco, vac- richiama il provenzale buc ‘busto, tronco’, ted. Buche ‘faggio’, ingl. beech ‘faggio’, ingl. bough ‘ramo’, lat. bac-ulu(m) ‘bastone’, gr. bák-tron ‘bastone’, spagn. viga ‘trave’ (cfr. sardo nuorese-logud. fache ‘ramoscello che si brucia alla bocca del forno’ che richiama lat. fagu(m) ‘faggio’, incrociatosi con lat. face(m) ‘face, fiaccola’). L’elemento tra- è tautologico rispetto all’altro e, a mio avviso, richiama l’ingl. tree ‘albero’, germanico tra ‘albero’ (cfr. abr. scian-drë [8]‘altalena’ il cui primo elemento rimanda al tipo scianna- già incontrato). Il meridionale voca, voga sopra citato, quindi, non può assolutamente, per il suo stretto rapporto con i termini precedenti e con l’elemento abruzzese –vìc-ulë ‘altalena’, essere spiegato come derivante da un greco parlato *baukân ‘dondolare’, come alcuni affermano[9]. Lo stesso italiano voga  si configura allora come una ritmica oscillazione di remi, come se si trattase dei bracci di una bilancia. Si incontra in Abruzzo anche scianna-fìcura ’altalena’, per incrocio di –vìculë con fìcura ‘albero del fico, fico, fichi’. Ma è più probabile che dietro la componente -fìcura operi l’idea generica di ‘palo’, come per -nucula. D’altronde essa si ripresenta, insistente, anche in sciáncula-ficura‘altalena’ il cui primo membro abbiamo la fortuna di poter individuare nei vari abruzz.  scianculїà, sciancujà, scianchїà ‘trimpellare, vacillare (degli zoppi)’, significato che fa proprio al nostro caso. Formalmente esso si presenta come ampliamento dei precedenti scianna-, scian-.Che l’elemento -vèllë non sia da considerare un risultato di un precedente *wi(ks)lom dalla radice di –vic-ulë ‘altalena’ (cfr. lat. velum ‘vela’ fatto derivare da *wekslom come fa pensare il diminutivo lat. vexillum ‘vessillo’) mi pare che lo attesti anche la stabilità della radice vel(l)-, bel(l), bil(l)-, in tutti i vari esempi su riportati.  Il ted. Welle ‘onda’ può spiegare l’ altalena, e la stessa radice che significa anche ‘rullo, cilindro’ può arrivare ad indicare anche un’ escrescenza (cfr. aiellese cucca-vèlla ‘gallozzola’), tronco, palo, pianta come in ted. Well-baum ‘albero da fusolo’ (così traduce il mio vocabolario, ma probabilmente si tratta di ‘palo’ —cfr. ingl. beam ‘trave, giogo della bilancia’, ingl. boom ‘braccio della gru, boma’,  ted. baum-eln ‘ciondolare, penzolare’—): l’elemento Well-  non può qui significare ‘onda’ ma deve avere tautologicamente lo stesso valore di ‘fusolo’, cioè ‘palo’ che si conficca sul fondale di una laguna per la mitilicoltura. Cfr. abruzzese véllë[10]‘sala, pianta palustre le cui foglie lunghe e strette servono ad impagliare segge, rivestire fiaschi, ecc.’. Il termine bilico, nel suo aspetto ‘ondoso’,si ritrova, a mio parere, tale e quale anche nell’ingl. billow ‘ondata’, che si confronta con m.a.t. bulge ‘ondata’, m.b.t. bülge ‘ondata’, ingl. bulge ‘escrescenza, protuberanza, rigonfiamento’, dan. bölge ‘onda’, ingl. bilge ‘gonfiarsi, rigonfiarsi’; nel suo aspetto ‘arboreo’ riaffiora nell’ingl. willow ‘salice, battitoio, mazza (non perché fatta di legno di salice!)’, dal m.ingl. wilghe ‘salice’, in cui esso combina l’idea di ‘flessibilità’ con quella di ‘palo, albero’ di ingl. balk ‘trave’: ma nel verbo to balk ‘tentennare, titubare’ riaffiora la natura ‘ondivaga’ della radice che significa anche ‘ostacolare, bloccare’ come to bilk ‘ostacolare, imbrogliare’.  Cfr. i seguenti vocaboli tratti dal vocab. del Bielli: valëc-arèllë ‘altalena che si fa con due travi (cfr. ingl. balk ‘trave’) di cui la superiore a bilico’; vàlëchë ‘gualchiera, oscillazione’; valëchїà ‘muovere con movimento di altalena (es. nem pòzzë valëchїà lu vraccë ‘non posso muovere liberamente il braccio’.  Stupendo l’epiteto Eliconio (gr. Helikónios) di Poseidone, dio del mare! da una radice (w)elik- che in questo caso resuscita il concetto di ‘onda’, anche nel senso di rotondità, protuberanza, rigonfiamento della terra (cfr. il monte Elicóna, sacro ad Apollo e alle Muse) oltre a quello di ‘salice’ e di  ‘elica’. Cfr. i nomi dei fiumi Elic-ona e Belic-e in Sicilia con trattamento diverso della semivocale iniziale w- : nel primo essa cade, nel secondo si trasforma in labiale sonora.  I significati delle radici oscillano a 360° trascolorando rapidamente e radicalmente con l’indeterminazione tipica delle particelle subatomiche; non ci inganni —pena l’impossibilità di metterli veramente a nudo—  la loro relativa fissità con  cui ci sembrano ben installarsi in questa o quella parola, in questa o quella lingua!  Ad Osimo nelle Marche si incontra il bel termine sdìngola per ‘altalena’ che, con ogni evidenza, appartiene alla famiglia germanica di ted. Stengel ‘stelo’, ted. Stange ‘stanga, pertica, palo’, ingl. sting ‘aculeo, pungolo, stimolo’ che combina l’idea di ‘stelo, puntello’ con quella preponderante di ‘puntura’.  Sembra di stare a parlare di dialetti germanici, non italiani! Molti di essi difficilmente sono dovuti alle invasioni barbariche dell’alto medioevo, e allora bisogna considerarli provenienti da strati linguistici preistorici: -vìc-ulë ‘altalena’, ad esempio, ha la stessa radice di lat. via(m) ‘via’, (da *weghya), ted. Weg ‘via’, ingl. way ‘via’, dall’idea di ‘movimento, trasporto’ di lat. veh-ere ‘trasportare, andare a cavallo, in vettura, ecc.’ che subito trapassa a lat. vect-em ‘leva, sbarra, stanga, mazzeranga, chiavistello’.  Non bisogna però pensare che questo termine abbia la motivazione profonda nel movimento che, come leva, imprime negli oggetti spostati o sollevati, ma solo nella spinta, diciamo così, interiore che fa crescere un arbusto o una pianta (cfr. ted. Trieb ‘spinta, impulso, istinto, germoglio, rampollo’).  La nominazione chiama, per così dire, le cose col loro nome non in base alla funzione che svolgono ma in base a quello che sono.  Un principio, questo, che farà scoprire diverse false etimologie.
 



[1] Cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi,Grafiche Cellini, Avezzano-Aq 2006, p. 127.



[2] Cfr. Dante Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq  2007, p. 216.



[3] Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà  F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, p. 543.



[4] Cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Mondolibri S.p.A. Milano 2004,  p.167-68.



[5] Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani,  UTET  Torino 1998, p. 80.



[6]  Anche il lat. iustu(m) ‘giusto’ ha molto probabilmente  a che fare con la ‘bilancia’ se si pensa che la sua forma arcaica, attestata nell’iscrizione del cosiddetto Lapis niger del foro romano, sarebbe iovest- (da *ioves, *ious, ius ‘diritto’): il che mi dà  l’opportunità di citare il termine juvë ‘giogo’ del mio dialetto di Aielli e di altri paesi della Marsica, il quale, quindi, potrebbe essere non corruzione di lat. iugu(m) ‘giogo’, ma una sorta di variante originaria di esso.  In effetti deve significare qualcosa il fatto che la dea latina Iustitia ‘Giustizia’ veniva rappresentata con una bilancia in mano.  Nel Vocabolario abruzzese di D. Bielli, citato più sotto, la prima definizione che si dà di juštë è ‘giusto, di peso’ (es. vojjë lu juštë ‘dàmmi il peso giusto’).  Vi si riporta anche la voce jóvë ‘giogo’.



[7] Cfr. Domenico Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.



[8] Cfr. Domenico Bielli, cit.



[9] Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, cit., s. v. vozzica, p. 468.



[10] Cfr. Domenico Bielli, cit.



 


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