Caraibi

I Péndele 'je témpe

PREFAZIONE
1. "Sfogare in dialetto certi sentimenti di solidarietà, di vicinanza a chi soffre C .. ) lo ritengo più vicino alla mia con­dizione mentale (. .. ). Per me l'uso del dialetto in poesia è dovuto ad una scelta letteraria con l'impulso, però, di una necessità interiore. Ritengo che le attività letterarie ed arti­stiche possano rivelare la più intima psicologia dell'uomo impegnata in esse e sono costituite alla maniera dei sogni, ma dopo aver scrutato la società nelle realtà più concrete dei vari rapporti del vivere comune. L'uso del dialetto mi accompagna meglio in questa scelta letteraria".
Così si esprimeva Luigi Susi, verso la fine degli anni '80, in risposta ad un questionario che avevo sottoposto ai colla­boratori del mio Panorama della poesia dialettale abruzzese (Edizioni dell'Urbe, Roma 1989). Benché scrivesse già da tempo, egli non era ancora uscito allo scoperto come poeta, assorbito com'era totalmente dalla sua attività di pittore. Eppure, letto qualcosa di suo che circolava tra gli amici, ne ebbi la netta impressione che si trattasse di una poesia nuo­va e non esitai ad includerlo, nonostante fosse sconosciuto, in un panorama antologico disegnato con criterio selettivo più che repertoriale.

Il tempo, devo dire, mi ha dato ampiamente ragione. Da allora, infatti, Luigi Susi ha partecipato ad importanti con­corsi regionali e nazionali, uscendone vincitore assoluto op­pure classificandosi ai primi posti. Ciò dimostra che una poesia nuova, se non si riduce a sterile sperimentalismo, non può fallire i suoi scopi, anzi ha una presa più stringente sull'anima dei lettori, anche di quelli più esigenti in fatto di valutazione critica.

Ma in che consiste la novità della poesia di Luigi Susi? Per dare una risposta esauriente, occorrerebbe fare un di­scorso troppo lungo, in questa sede, sulle ragioni che hanno portato, nel corso del Novecento, al superamento della poe­sia dialettale cristallizzatasi sulla pur grande tradizione dell'Ottocento. Si è addivenuti, sull'esempio della poesia ita­liana più avanzata nel cosiddetto scavo interiore, ad una poesia neo-dialettale che ha rotto con i temi e le forme del passato, notoriamente dominati dal gusto popolareggiante del bozzettismo folcloristico, della satira sociale, dell'ironia giocosa.
 
Ciò che più sorprende, almeno per chi lo conosce da vici­no, è che Susi par sia venuto attestandosi su posizioni inno­vative per impulso naturale e non per un atto di delibera­zione programmatica. Egli, cioè, ha volutamente ignorato il dibattito teorico che si è svolto su queste e altre questioni letterarie, per ubbidire unicamente alle sue urgenze inte­riori; e addirittura ha atteso più di un ventennio, per deci­dersi a raccogliere in volume una parte della sua produzio­ne dimostrando, con questo, un rigore verso se stesso che solo molto di rado si riscontra nei poeti di oggi.
 
2. Le poesie qui riunite, dunque, sono frutto di un'accu­rata selezione e appartengono a tempi diversi, talché si po­trebbe asserire che vi si rispecchia l'arco di una vita, per non dire -leopardianamente -la "storia di un'anima". Sud­divise in tre gruppi, secondo un criterio psicologico più che per nuclei tematici, consentono non solo di individuare i momenti più fecondi della vicenda esistenziale di Luigi Susi, ma anche di cogliere la somma delle emozioni e delle rifles­sioni che vi si accompagnano, in una trama di fatti e occa­sioni ricuciti col filo della memoria oppure desunti dal mag­ma incandescente dei nostri giorni.
 
Il volume si apre con un prologo, una sorta di premessa in cui l'autore enuncia sinteticamente i principi della sua poetica personale, intesi a definire natura e significato del­la propria ispirazione: la poesia è vista come una pastorella triste e solitaria, che si accosta alle "anime in pena" smar­rendosi nel "labirinto del pensiero" e, col suo canto, esprime "il prezzo della vita" e il conforto "della speranza", rivela perfino il segreto della gioia; se ne va pascolando "fra bian­cospini e rovi", scalza e povera nel vestire, si sofferma tra le macerie inebriandosi delle bellezze della natura e ridestan­do sentimenti di amore; e come una sorgente d'acqua pura, anche quando tace, emana serenità a tutti, in attesa che qualcuno la rimetta in cammino, con in testa la corona d'al­loro che giustamente le spetta.
 
Fuor di metafora, ovviamente scontata nella sua arcadi­ca semplicità, per Luigi Busi la poesia deve farsi specchio della vita, testimone inquieta delle pene e delle gioie del vivere, fedele interprete del male che ci affligge, ma anche indagatrice delle "radici d'amore", e suscitatrice di speran­za. Nel dialettico rapporto tra il male e il bene che è a fonda­mento del nostro esistere, sembra che Luigi Busi dia mag­giore risalto al momento del male, in sintonia con la linea montaliana largamente dominante nel Novecento.
 
Tutta la prima parte della raccolta, infatti, porta il segno di un'angoscia esistenziale che grava sull'uomo come un destino invincibile: la vita è sentita come "ne viàjje de stén­te i travàjje", oppure come un susseguirsi di naufragi, una valle percorsa dal vento del dolore che tutto travolge e di­strugge, con la sola prospettiva di un tramonto di "cenere grigia", che prelude ad una notte senza stelle ed, infine, ad un nuovo giorno "di luce annebbiata" (cfr. Natrejùrne a cun­tà ... , J'utime tramante).
 
Nel dubbio che il bene sia destinato a soccombere, il poe­ta vede agonizzante perfino la speranza e vorrebbe farsi tra­scinare dalla bufera, per liberarsi da "quésta piana nfètta,/ che spànna add6re, i còpre ferménte di màrcije i lota", e per andare lontano, salire in alto, "a i céle de Ile mùsiche divi­ne" (cfr. A i vénte, Urle de vénte e odije).
Un sogno impossibile, questo, ovviamente, poiché la sor­te dell'uomo è legata al tempo e allo spazio in cui gli è dato  di vivere, sorte in tutto simile a quella della Croce che se ne sta solitaria sulla montagna, con quel Cristo che sembra chiamare e implorare il cielo a braccia aperte, "cùmma a cercà léche aje nfinìte" (cfr. La croce a Mont'Aute).
 
3) Una visione desolata della realtà, pertanto, appena riscattata da quel segreto anelito all'infinito. Anelito che nella seconda parte della silloge ha modo di alimentarsi per altre vie, sulla scorta di motivazioni meno amare.
Deciso a farsi scudo della cultura contro le insidie del dolore e gli assalti della barbarie in nome dell'ignoranza (cfr. I libbre de tatone), il poeta, pur convinto che è il destino a tessere la tela dell'esistenza nella "resécca piana de j'affàn­ne", è propenso a credere che i secoli in cammino facciano l'uomo più libero e, anche se "l'alba nuova" è sempre lonta­na, se "pòrta déntre i ségne de Ila féde", il filo della speran­za ne trattiene l'anima "fra tènnere llusione e mille sogne", disponendosi a cantare in ginocchio "i salme 'jje perd6ne" (cfr. I péndele 'je témpe).
 
Se è pur vero che tutti abbiamo "na croce che chiamane destine", occorre tener duro e resistere "cùmma règge i rùve a je vrecciàre, addo le frane, i vénte a schiaravènte, i pié­gane, ma i rùve 'n s'adderrùpa" (= come resiste il rovo negli aridi dirupi,! dove frane, la violenza del vento, lo piegano, ma il rovo non precipita (cfr. Rìggete)).
Ma, per poter resistere, bisogna guardarsi dai rischi e dagli inganni, non abbandonarsi ciecamente alle favole, co­gliere le cose belle della natura, difendere i valori che nobi­litano l'uomo, come la famiglia, l'amicizia, la solidarietà (cfr. Poème a lla ggioia, Addore de vita, Poème pe echi sòffre, Ìnne a lla vita).

Bisogna, ancor di più, credere che la vita sia un dono che non va sperperato, anzi va goduto per quello che è al mo­mento attuale, senza smarrirsi nel labirinto dei ricordi o delle ansie per il futuro, e senza disperarsi per il fantasma della morte che ci attende come un sonno eterno, in cui tutte le inquietudini si disperdono o si placano.

La morte, come per tutti, così anche per Susi è l'unica certezza della vita, con la differenza che per lui essa rappre­senta realmente la fine di tutto: munito di convinzioni pro­fondamente laiche egli non crede a castighi e premi eterni. Quello che conta, a suo giudizio, è racchiuso in questo mon­do: qui l'uomo può farsi immortale, cioè può vincere la mor­te privilegiando al massimo la vita con l'esercizio quotidia­no del bene e con le risorse segrete dell'amore. Amore per le cose buone, amore per le cose belle, amore per gli umiliati e gli offesi, amore per chi soffre ingiustizie, amore per i propri cari, tra cui primeggia la donna, nella figura di madre, spo­sa e figlia.

4. Alla donna è dedicata tutta l'ultima parte della silloge: creatura nata "pe lla sé sa a débbole e nnocènte", ma dive­nuta ormai "sangue e carne a v6cche de rapàce". Il giorno in cui la si festeggia, il poeta ne invoca il perdono per chi la inganna, la tradisce, la tortura, per chi le strappa i figli spez­zandole "le ràdiche 'lla vita", condannandola a sopportare ferite che nessuno risana (cfr. Mimose pe nne jùrnei.

All'amore per la donna, e per la sua donna in particolare, Luigi Su si ha dedicato versi meravigliosi, ricollegabili solo in parte alla tradizione petrarcheggiante, sempre fiorente nella poesia italiana. Vien da pensare che l'astratto ideali­smo non si addica alle sue corde se non nei momenti di mag­giore abbandono: "J'am6re, quije vére/ è vase di violétte i ciclamìne,! che sbòtta de prefùme, de caI6re;/ è s6ne de viu­lìne che ntrasìnte,! mmà stìsse 'n sénne a ggòde i paradìse;/ è delicàte, d6ce,! mmà i cante de Ila mamma alle cunnijà i cìtije" (cfr. Amore che rrenàsce).

Più spesso l'amore è sentito come passione travolgente, che lo lascia "stìse a lla bbattiggia/ addo i silènzije è mmàr­me, è ggéle" (cfr. Sogne trùuele d'amore); oppure come un'aquila "spennàta, che 'n tè cchiù vvéle e nìde" (cfr. Nòtte nquèta). Il poeta ne soffre, ovviamente, e non si rassegna al tempo che passa facendosi sempre più grigio, sovraccarico "di cicuta, ortica e spine" (cfr. Nen me rassegne), Egli sente di essere "còre e alma e carne", ma anche "spirde de chel6m­ba, / che spànne all'aria l'onde de je v6le bbianche" (cfr. I segrètei. Egli sa, soprattutto, di venire "da Ila nòtte cupa 'je mistére, / addo gne cc6sa nt6rne è scàjja 'nne segrète che 'n ze svèla" (= dalla notte cupa dei misteri! dove ogni cosa in­torno/ è scaglia di un segreto che non si svela).

E certo, or­mai, di dover solo "rimestare" ansie e desideri nella sua "so­litudine di fuoco", si aggrappa alle speranze sbiadite che gli frullano nell'intimo "mma st6rme de penziére sparpa.ijàte", e si augura che nella valle amara in cui si ritrova, priva di albe e di tramonti, non gli accada di sognare "le spìghe bbi6n­de de Ila valle d'òre", divenute anch'esse "de sap6re amare" (cfr. Valle d'ore ... valle amara).
5. La raccolta si chiude con una sorta di celebrazione del­la "parola", intesa come testimone e interprete del cammino della civiltà: nata ai primordi della storia, "pe sberrità pen­ziére, léngue i v6cche", è diventata via via "sf6ghe 'Ila me­mòria quande sbòtta", è cresciuta "a scèrne le bb6ne da Ile màle", per raccontare sogni, per scuotere "i ségne 'Ila viltà", per distinguere il pianto del dolore dal pianto della gioia, così come il vero dal falso, la sincerità dall'inganno.

Diventa "l'alma de Ila pénna", naturalmente, la parola non assolve solo le insostituibili funzioni della comunicazio­ne di utilità ordinaria, ma anche il ruolo privilegiato della bellezza artistica. E così, a ben riflettere, la chiusa del libro ci riconduce alla premessa, per ribadire un concetto fonda­mentale, molto caro a Luigi Susi e cioè che se la parola ap­partiene alla storia dell'uomo, nel bene e nel male, non può non essere testimonianza di vita anche quando viene chia­mata ad assumere le forme della poesia. 
 
  Vittoriano Esposito 
 

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