150° dell’Unità d’Italia
di Romolo Liberale
Italia. Torbido fra la nebbia ed increscioso/esce su Roma il giorno/fiochi i suon de la vita, un pauroso/silenzio è d’ogn’intorno. Sono i primi versi di una poesia del 1868, compresa nella fustigante raccolta Giambi ed Epodi, con cui Giosuè Carducci descrive il cupo scenario entro cui si compie l’atroce spettacolo di due teste tagliate a due giovani nati all’amore e ai quali l’idea di una Italia Unita sta tra il crepuscolo di un potere che consuma le sue ultime nefandezze e l’aurora di un sogno che si realizza e al quale l’avvenir sorride.
Stimolato dal titolo di un bel libro recentemente pubblicato in Spagna – “Despertar la palabra que duerme” – sono andato a risvegliare pagine dormienti nelle quali giacciono memorie di martiri dimenticati. E l’ho fatto innanzitutto per rispondere, sul filo di un impegno civile e culturale, alle sollecitazioni perché nelle celebrazioni dell’evento unitario che ci fecero nazione quando già i maggiori paesi europei lo erano da secoli, si vada, oltre la macrostoria, anche nella microstoria, per ricordare quanto anonimo sangue è costato il processo unitario che si concluse con la Breccia di Porta Pia.
Ricordavo di aver letto, molti anni fa, quell’ode del Carducci il cui titolo sembra coniato per essere scolpito alla base di un monumento: Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti - Martiri del Diritto Italiano. Chi erano Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti? Erano giovani cospiratori contro il potere temporale della chiesa e sapevano che l’idea di una Italia Unita poteva realizzarsi alla condizione di restituire alla chiesa stessa la dimensione spirituale per la quale era stata fondata. In tal senso i moti risorgimentali, e gli ideali unitari che li ispiravano, costituivano un decisivo contributo a liberare la chiesa dagli affanni, dalle congiure, dai delitti, dai veleni che ne avevano segnato la storia del suo lungo potere nelle regioni chiamate in latino “Patrimonium Sancti Petri” corrispondenti a quelli comunemente chiamati in italiano Stato della Chiesa. E’ qui, alla sommità di questo Stato, che imperava Pio IX, fatto papa nel Conclave riunito al Quirinale il 14 giugno 1846, mentre nei territori negati all’unità degli italiani cresceva il fermento delle idee liberali e unitarie.
Pio IX rimane nella storia della chiesa una delle figure più discusse sulla quale si sono esercitati storici, teologi, analisti e finanche autori di gustose, e talvolta feroci, pasquinate che tuttavia rendevano abbastanza verosimili la mentalità e le irriverenze dei ceti popolari. Rimane celebre quella che seguì la elezione di papa Mastai-Ferretti al soglio pontificio: “Il Concilio è convocato/i vescovi han decretato/ che infallibili due sono/ Moscatelli e Pio Nono”. Cosa c’entra un Moscatelli in questa pasquinata? La satira è impertinente perché, in quegli anni, sulla scatoletta dei fiammiferi, una ben visibile scritta pubblicitaria, diceva: “Moscatelli-infallibili”, dove per Moscatelli si indicava il fabbricante degli zolfanelli e, per infallibili, si indicava il dogma della infallibilità che il papa attribuiva a se stesso e a tutti i papi passati e futuri. Ancor più feroce è la pasquinata anticlericale che ribattezzò l’I.N.R.I. della croce - che va per Jesus Nazarenum Rex Judeorum - in “Io Non Riconosco Infallibilità”.
I veementi strali carducciani indirizzati contro Pio IX - “hostilis maximus” dell’Unità d’Italia – mettono in bocca all’inventore della propria infallibilità, finanche una sfida a San Pietro il quale, secondo la narrazione evangelica, si limitava più modestamente a maneggiar di spada e solo per tagliare orecchi, cosa ben diversa dal truce uso della mannaia per tagliar teste. E papa Mastai-Ferretti così lo sfida: Antecessor mio santo, anni parecchi/ corsero da la tua gesta/ a te, Piero, bastarono gli orecchi/ io taglierò la testa. E non una, ma due di teste quel giorno rotolarono nel cesto del patibolo eretto dallo Stato della Chiesa contro il diritto italiano evocato dal Carducci.
Dobbiamo al paziente e sofferto acume di un oscuro cronista dei tempo,
Gaetano Sanvittore, il raccapricciante racconto della cattura, del processo, della condanna e della esecuzione capitale dei due giovani cospiratori. Il giorno scellerato era quello del 23 novembre 1867. Narra il cronista: “Erano terminate le messe, quando entrò nella cappella il cancelliere Passerini, incaricato di ricevere il testamento dei due condannati. Quel pover’uomo di cancelliere aveva un cuore che non era assolutamente fatto per la sua carica; era tutto agitato e contraffatto in volto, e balbutiva nell’annunziare a Monti e Tognetti il motivo della sua venuta”. Il cancelliere aveva certamente nella mente l’orrore che accompagnava, nello scenario vaticano, le esecuzioni capitali: ecco il motivo della sua agitazione, del suo volto “contraffatto”, del suo balbutire. E quando, alle cinque in punto di quel mattino, l’orologio delle Carceri Nove diffuse i suoi rintocchi, udirono “uno scalpitìo di cavalli” e il “ruotare di due carrozze”, i due giovani prigionieri rabbrividirono. L’ora scellerata stava per scoccare e il Carducci dà ancora la parola a Pio IX: Un forte vecchio io son; l’ardor de i belli/ anni in cuor mi ritrovo/ la scura che aprì ‘l cielo al Locatelli/ arrotatela di nuovo. E mentre il solerte boia si ingegnava, con sadico godimento, ad arrotare la mannaia, nelle Carceri Nove il macabro rito del supplizio faceva il suo corso. Il personaggio incaricato di accompagnare i due giovani al patibolo, era tal Monsignor Pagni il quale, aperte le porte ferrate della cella, guardò i condannati e, “atteggiato il volto all’espressione della benignità religiosa”, così parlò: “Cari figlioli, ho una buona notizia da darvi. Sua Santità, il beatissimo Padre dei fedeli, mosso a pietà del vostro stato, e per darvi una prova del suo paterno amore, nonchè della sovrana clemenza, manda ad entrambi...” Ognuno può immaginare quale tumulto nella mente, e quale gioia nel cuore, di due condannati a morte che già sentono il freddo della lama sul collo, potettero suscitare le mielate parole del monsignore. Per questo esclamarono all’unisono: “La grazia!”. L’untuoso prelato, per nulla turbato dalla trista missione cui era preposto, e aggiustate le labbra “a cul di gallina” per darsi l’aria di pietoso bonario, riprese il discorso: “Manda ad entrambi la sua apostolica benedizione”.
Da più parti fu chiesta la grazia per i due patrioti. Si era scomodato perfino Vittorio Emanuele II con una perorazione al papa, tanto ardita quanto ingenua, dimenticando l’ostinato e altero silenzio papale al cospetto di una lettera di Cavour, dai toni suadenti e ragionevoli, per togliere la chiesa dalle implicazioni del regime temporale che confliggevano con la sua natura di entità spirituale. “Santo padre – aveva scritto Cavour – rinunziate e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesto da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche...Quello che Voi non avete mai potuto ottenere...noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare in Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato”. Vi sono fatti che, per il modo e il momento in cui avvengono, acquistano un indiscutibile significato simbolico: l’ostinazione del rifiuto della grazia papale ai due condannati a morte, è il sigillo alla ostinazione del rifiuto delle ragioni espresse nella lettera di Camillo Benso Conte di Cavour. Ed anche su questo - e come su altro lo diremo più avanti - torna ad esercitarsi l’impertinente Pasquino: “Come la pianta della fede langue/ se con gran cura il prete non l’innaffia/ di lacrime e di sangue”.
La scena dell’ esecuzione della condanna nella Piazza dei Cerchi, al centro della quale era stato eretto il patibolo, ricorda molto il “lavoro” della instancabile ghigliottina francese durante il Terrore. A differenza del Carducci che definisce simbolicamente quel giorno “torbido” e “increscioso”, quella del supplizio dei due condannati nel cuore della cristianità, era una giornata del dolce autunno romano e “i primi raggi del sole nascente facevano scintillare il ferro massiccio dal taglio obliquo, aguzzo, lucente”. L’orologio delle Carceri Nove batteva esattamente le ore 6.30 del mattino quando, uno dopo l’altro, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, inginocchiati e col collo posato sul ceppo, sentirono scendere, implacabile, la lama “dal taglio obliquo”. Il boia, raccolte quelle teste e tenendole per i capelli, “le mostrò da ogni parte agli zuavi schierati”. L’orrore del Carducci non ha freni: si fa messaggio per i posteri, e la crudeltà dell’evento infiamma lo spirito del poeta il quale, viaggiando col pensiero nel futuro ardentemente agognato, contrappone ancora una volta il duplice delitto compiuto al di là del Tevere alle speranze nutrite nella sponda opposta. E punta ancora una volta il dito accusatore contro Pio IX: Due tu spegnesti; e alla chiamata pronti/son mille ancor più mille.
La Sacra Consulta aveva concluso, soddisfatta e benedetta dal papa-re, la sua opera nefanda che rimarrà nella memoria del posteri “un’onta senza nome”. Eppure Pio IX , quando nel 1848 sente salire il movimento rivoluzionario contro l’oppressione papalina, cerca di arginarlo emanando alcune riforme come l’amnistia a tutti i detenuti politici, la creazione di uno Stato composto da laici, l’approvazione di una Costituzione. Queste riforme, pur limitate e giudicate come inizio di una apertura alle idee liberali, suscitarono un tale entusiasmo intorno alla figura del pontefice, che alcune gazzette dell’epoca, immaginando una marea di voci acclamanti, scrissero: “Pio, Pio, Pio, tutta l’Italia sembra un pollaio”. Ma il pollaio dal facile entusiasmo fu presto ridotto al silenzio con la discesa delle truppe di Napoleone III le quali, dando man forte agli zuavi di Sua Santità, vanificarono le speranze liberalizzanti dei sudditi dello Stato pontificio.
Se le efferatezze di quegli anni sono un “onta senza nome”, come ce le rimandano gli accorati versi carducciani, vi sono nomi che vanno ricordati per dividere quelli che pagarono con la vita il sogno dell’Italia Unita, da quelli che ispirarono e attuarono le ignominie del potere temporale della chiesa. Al centro di questa evocazione spiccano i contrapposti nomi luminosi di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti e i vituperati nomi di Giovanni Maria Mastai-Ferretti, papa Pio IX, e Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia dello Stato della Chiesa, truce personaggio in servizio attivo per lunghi anni, morto a Roma nel 1869, un anno dopo aver decapitato due umili e generose figure di patrioti e un anno prima che si compisse l’evento unitario di cui oggi l’Italia democratica e repubblicana celebra il 150° anniversario.
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Commenti
E fantastico e viva Internet.
E fantastico e viva Internet. Navigando e cercando il remoto preromano delle terre dei marsi, dei Superaequum e dei Peligni ho trovato questo scritto che devo leggere con attenzione. A Castel di Ieri, il 5 settembre del 1860 63 elettori aventi diritto deliberarono il plebiscito di adesione al regno d'Italia. Sono passati 150 anni, ma la storia si intreccia sempre con l'uomo. TANTISSIMI AUGURI. LUCA
Chi si rivede!!! Romolo
Chi si rivede!!! Romolo Liberale!! Quanto ancora ha bisogno questa Marsica di te. Ciao!!
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