Il vastissimo significato d’origine delle parole
di Pietro Maccallini
Ogni tanto, sfogliando il Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli, faccio qualche incontro che mi costringe a fermarmi e a riflettere, benchè io stesso sia abruzzese, come dinanzi al sostantivo femminile langhe (la –e- è la vocale indistinta) ‘Sensazione molesta di aridezza nella gola, spesso con tosse stizzosa; sete ardente; voracità; malattia dei cani che li fa ansimare; filo di midolla che si estrae dalla coda dei gattini’.
Dai significati di ‘sete ardente’ e di ‘voracità’ (quindi ‘fame’) sono spinto a pensare che queste due condizioni, espresse dalla parola, di chi è senza cibo e acqua siano derivate quasi sicuramente da una medesima radice esprimente in origine tensione verso gli oggetti del desiderio come avviene per il lat. ad-pet-itu(m) ‘inclinazione, desiderio, brama, assalto’ (da cui l’it. appetito) che rimanda al verbo ad-pet-ere, il quale grosso modo ha lo stesso significato fondamentale di ‘movimento (più o meno energico) verso qualcuno o qualcosa’. Anche l’abruzzese francarse ‘avventarsi per aggredire, mordere, ghermire’, connesso con voci simili per ‘essere affamato’, ‘fame’, rientra nella stessa dinamica (cfr. l’articolo Commento ad un saggio di Ottavio Lurati [...] presente nel mio blog, giugno 2010). Questa supposizione per langhe ‘fame’ trova immediato riscontro nei verbi ingl. to long for ‘desiderare ardentemente, bramare’, to long to do ‘non veder l’ora di fare, essere impaziente di fare’, ted. ver-lang-en ‘esigere, pretendere, volere, chiedere’ (cfr. sostant. ted. Ver-lang-en ‘desiderio vivo, brama’, dan. läng-sel ‘bramosia’), ted. lang-en ‘allungarsi, estendersi, giungere, pigliare, afferrare’, italiano fam. al-lung-are ‘porgere, dare, affibbiare (uno schiaffo)’ tutti, quindi, col significato originario di ‘al-lung-ar(si), tender(si), ecc.’, il quale dovrebbe spiegare anche quello di ‘filo di midolla [...]’ se inteso come una sorta di ‘tendine’. E’ superfluo ricordare che gli aggettivi long, lang significano ‘lungo’ rispettivamente in inglese e tedesco. Che la mia supposizione non sia peregrina me lo conferma l’altro lemma lang-uorne ‘persona, cosa lunga’ il quale attesta la solidità della radice lang in terra abruzzese (peccato che il Bielli non nomini i paesi dove il termine ricorre!) col significato fondamentale di ‘lungo’. Si incontra anche il lemma lang-óune ‘ghiotto, ghiottone’ con il frangimento della vocale accentata –ó- diventata –óu-, che ritorna alla ‘voracità’. Il significato di ‘sete ardente’ fa capire che la radice in qualche parlata poteva piegarsi a rappresentare la ‘tensione’ o l’ ‘ardore’ anche della fiamma (cfr. ungher. lang ‘fiamma’) come viene riconfermato dal lemma al-lang-anìte ‘riarso dalla sete’ (da non confondere con l’aiellese al-laccan-ìte ‘fiacco, debole’ da confrontare forse col lat. lachaniz-are ‘essere languido’ di derivazione greca). L’ ansimare del cane, dovuto a malattia, secondo la spiegazione del Bielli, è evidente che può trapassare al concetto di ‘spasimare’ per qualcuno o qualcosa oppure semplicemente a quello di respirare con difficoltà, trafelare perchè si è, magari, troppo corso: in questo caso, infatti, nel mio paese di Aielli si usava il verbo riflessivo al-lang-àsse<*allangarsi che pendeva già però verso il significato di ‘sfinirsi, stancarsi’, prossimo a quello di lat. langu-ere ‘essere abbattuto, stanco, ecc.’
Nel dialetto di Villa Santo Stefano nel Frusinate, il termine langa significa semplicemente ‘fame’ e lanc-one indica la persona ‘golosa’, come il suo sosia abruzzese sopra citato lang-óune.<?xml:namespace prefix = o />
Questa radice lang, così vistosamente malleabile coi suoi vari significati di lunghezza-estensione-arrivo-presa-sete-fame-ardore-respiro affannoso-tendine-,ecc. mi rafforza nel convincimento che i significati profondi delle parole siano sempre molto più generici di quanto solitamente i linguisti pensano, e che, di conseguenza, essi siano destinati a combaciare tra loro, a mano a mano che si procede a ritroso nella storia delle parole. Questi significati, anzichè soffermarsi su aspetti particolari, marginali o secondari del fenomeno da rappresentare, come talora danno ad intendere etimologie ufficiali disturbate in realtà da qualche incrocio che fa apparire il termine appositamente confezionato per quell’epifenomeno, puntano al contrario al sodo e all’essenziale avvicinandosi via via sempre più al significato genericissimo che giace al fondo delle parole. Questo fatto naturalmente risulta particolarmente ostico alla nostra mente, abituata da sempre a distinguere una parola dall’altra, un significato dall’altro corrispondenti ai vari aspetti ed entità del reale. In altri termini il linguaggio come noi lo conosciamo, per quanto riguarda i significati, è figlio di una nostra volontà di distinzione semantica di un unico concetto originario (essere, vita, forza) realizzata storicamente anche attraverso l’aiuto della varietà degli innumerevoli significanti, più che un sistema che già dalle sue origini possedeva o produceva concetti belli e distinti gli uni dagli altri. La radice lang ritorna accompagnata da una sua variante nell’espressione, sempre tratta dal Bielli, va linghe langhe ‘va lemme lemme’ che richiama per il significato il ted. lang-sam ‘lento, lentamente, adagio’ ma che in più risente dell’effetto prodotto dalla iterazione con alternanza vocalica che arieggia, pur non essendolo, un’onomatopea o, meglio, un fonosimbolismo. Si incontra comunque anche la forma solo raddoppiata lènghe lènghe ‘lemme lemme’. Nei manuali di linguistica si legge che la forma lang ‘lungo’ è propria del germanico dove si ha solitamente il passaggio della vocale indoeuropea –o- ad –a- (cfr. lat. longum ‘lungo’). Ma, come si vede, le regole elaborate dagli studiosi non sono così tassative come si crede, perchè parte della realtà linguistica presa in esame spesso può nascondere il suo vero volto per diversi motivi, non ultimo quello conseguente alla estrema elasticità dei significati. A me sembra chiaro pertanto che, quelle che sono etichettate come trasformazioni, siano in realtà in gran parte semplici sostituzioni di forme preesistenti, autonome le une rispetto alle altre.
La presenza nell’espressione linghe langhe della variante linghe (da non spiegare come creazione artificiale opposta a langhe, ma come entità autonoma, sebbene con lo stesso significato) mi suggerisce che anche il lat. lingua(m) ‘lingua’ non debba essere riportato, come solitamente avviene, al lat. arcaico dingua ‘lingua’ ricorrente in ambito indoeuropeo come nell’ingl. tongue ‘lingua’, ted. Zunge ‘lingua’. A mio avviso si tratta semplicemente di altra parola che sostituisce l’antica. Il lat. ling-ere ‘leccare’ è composto della stessa radice. Il fatto è che dietro queste parole si cela (ma non troppo) il significato di ‘protuberanza’ e, più in fondo, quello di ‘spinta, tensione’, il quale è precedente e sovraordinato a tutti gli altri che la radice nelle varie lingue può assumere, compreso quello di ‘lunghezza’: cfr. lat. lingua(m) ‘lingua, lingua di terra, promontorio’; sardo logud. longu ‘pene’ che, naturalmente, in quanto protuberanza, non tiene conto della sua lunghezza e così ci dice anche che esso circolava già prima dell’arrivo del latino in Sardegna (si ricordi che lat. penem ‘pene’ significava anche ‘coda’, in quanto protuberanza, e lo stesso cliché si ripete per lo spagnolo cola ‘coda, pene’ e per il ted. Schwanz ‘coda, pene’); log. ling-rone ‘allampanato, magro’; log. longh-iriddu ‘smilzo’; logud. long-ariddone, long-arione, longh-ei, longh-eu ‘spilungone, perticone’; sardo campid. láng-iu ‘esile, magro, smilzo, smunto’; campid. lang-iori,lang-esa ‘esilità, magrezza, macilenza’, campid. lang-inu ‘esile, gracile, mingherlino’(cfr. ingl. lank ‘alto e magro, lungo e sottile, allampanato’), ingl. to ling-er ‘attardarsi, idugiare’, ma anche ‘desiderare ardentemente, bramare’ nei dialetti (che naturalmente non è un’alterazione di long, come taluni pensano. Ma perchè, in effetti, non potrebbe essere il contrario? Che nell’inglese come noi lo conosciamo la forma long’lungo’ è centrale non è affato garanzia che le cose siano state sempre così!) ; suffisso ingl.–ling,-lings col valore di ‘direzione, estensione, misura’ come in east-ling (scozzese) ‘verso est’; ingl. arcaico link ‘fiaccola, torcia’ che, a mio avviso, si riallaccia all’ungher. lang ‘fiamma’ sopra citato. Da notare che anche il lat. macru(m) ‘magro’ richiama il gr. makrós ‘lungo, grande, largo, esteso, profondo’.
L’espressione avere, sentire un languore allo stomaco credo, per quanto detto sopra, che non si debba spiegare solo col significato di ‘sensazione di vuoto’ allo stomaco: su di essa aleggia senz’altro il significato di fame,morsi della fame non dovuto soltanto al contesto ma anche all’incrocio di langu-ore con termini come abruzz. langhe ‘fame’.
Le voci marsicane al-laccan-ìte (ad Aielli) ‘fiacco, debole’; al-laccan-ìtu[1] (a Rocca di Botte) ‘sfinito, spossato, infiacchito’; al-laccan-ìte (a Trasacco) “dicesi di stomaco in preda ai languori della fame[...] dicesi anche di persona magra”[2]; al-lancan-ìte[3] (a Luco dei Marsi) ‘illanguidito (per fame)’ con l’inserimento della nasale –n-, mostrano un evidente incrocio tra la radice del lat. lachaniz-are ‘essere debole’(da gr. láchan-on ‘ortaggio’) e quella di abruzz. langhe ‘fame’ o ‘magrezza (non ricavata quest’ultima, però, direttamente dall’idea di fame, ma da quella di allungamento o assottigliamento provata dai rispettivi termini sardi di cui sopra)’. La forma al-lancan-ìte ‘illanguidito (per fame)’ di Luco dei Marsi, se paragonata al sopra citato abruzz. al-langan-ìte ‘riarso dalla sete’, ci conferma che la radice in questione poteva essere usata indifferentemente per esprimere la fame o la sete, concetti ben distinti ormai in tutte le lingue, credo. Ma probabilmente lo erano già ai tempi remoti cui risalgono queste antiche parole, perchè poteva darsi che nella parlata di un paese in cui, ad esempio, al-langan-ìte significava ‘riarso dalla sete’, esistesse tutt’altra parola per indicare la nozione di ‘fame’.
P.S. Mi sono accorto che anche il nome della nota subregione piemontese delle Langhe, costituita da una serie di colline dalle creste appuntite rincorrentisi, può ricevere luce etimologica da quanto sostenuto sopra sulla radice lang: basta pensare al sardo log. longu ‘pene’, così chiamato in quanto ‘protuberanza’, per convalidare il significato del termine langa ricorrente nei dialetti delle Langhe per ‘cima, cresta, punta’ in riferimento alle suddette colline. Ma la radice, secondo la corrispondenza speculare di cui ho parlato in diversi articoli, poteva assumere anche il significato di ‘conca, avvallamento, ansa di fiume’.
Leggo ne I Dialetti Italiani, Cortellazzo-Marcato, UTET, Torino, 1998 sub voce (a)nànca: «sf. (salentino; pugliese; abruzzese e campano:langa). ‘Ultimo tratto della coda dei gatti e cani’. Dal greco anánkē ‘necessità (di mangiare)’, che si ritiene abbia sede in un nervo posto nella coda dei piccoli animali, ai quali viene asportato per evitare loro di diventare troppo voraci. Dalle varianti langa, lanca proviene il denominale allancà(re) (calabrese) ‘essere affamato’ e l’agg. allancatu (siciliano) ‘affamato, famelico’». Mi domando stupito come si possa credere che tutti questi significati connessi con la radice lang, lank (la quale spiega anche le punte delle Langhe in Piemonte nonchè i numerosi, credo, oronimi Lang-berg, Langen-berg di area germanica, ‘monti lunghi’ sì, ma in altezza, cioè semplicemente ‘monti’ per la maggior parte) siano potuti svilupparsi da una credenza così singolare da apparire quasi incredibile. Per me si è di fronte alla solita storia, ormai quasi tediosa, nonostante la sua carica linguisticamente e culturalmente rivoluzionaria: non è stata la credenza a dare origine a tutto il resto, ma quest’ultimo a generare la credenza! Da ciò emerge un’altra grande verità: le parole, in un contesto adatto, rivelano sempre una naturale vocazione mitopoietica. Il concetto di ‘coda’ o ‘punta’, in quanto protuberanza, rientra benissimo nel significato profondo della radice lang: è chiaro allora che sarà stato l’incrociarsi, nell’ambito di uno stesso dialetto –anche in tempi immediatamente successivi-, dei due significati di ‘coda’ e di ‘fame’ espressi dalla stessa radice, a provocare l’immancabile spuntare della credenza in questione che, in tal caso, non ci lascia almeno a bocca aperta circa il suo formarsi. La voce (a)nanca, poi, ha tutta l’aria di un incrocio della voce langa ‘coda, punta della coda’ con il greco anánkē (cfr. la trafila la langa>l’ananca>la nanca) di cui si dà, nell’opera citata, il significato di ‘necessità (di mangiare)’ con un indebito inserimento del significato di ‘mangiare’ non riscontrabile in greco: esso, non comparendo nemmeno nella parola sottoposta ad incrocio (‘ ultimo tratto della coda di gatti e cani’), non può allora che essere spiegato come valore aggiunto extralinguistico, introdotto artificiosamente nel gr. anánkē’necessità’ (il quale d’altronde fa solo una fugace e marginale apparizione nella storia), come per divinazione, a causa della credenza di cui si parla, e al solo fine di far quadrare tutta la supposizione. La credenza, però, recalcitra purtroppo a porsi, senza una motivazione, all’origine di tutta la faccenda, perchè anch’essa abbisogna, a mio avviso, d’un terreno di coltura da cui le proprie radici assorbano sostanze nutritive che, trasportate dalla linfa alle varie parti della piantina, ergentesi fiduciosa alla luce del sole, diano contemporaneamente alimento a loro e alla libera, gratuita, magica, sbrigliata fantasiosità autoreferenziale degli eventuali osservatori di questo miracolo della crescita, soprattutto se privi di un bagaglio di adeguate e profonde conoscenze scientifiche che li guidi sulla difficile strada di sceverare il molto falso dal vero. Fantasiosità che dà forza e sostegno ad ogni sorta di supposizioni, in specie quelle che si lasciano incantare dalle dicerie correnti e non scorgono la stretta connessione tra i variegati e vigorosi ramoscelli fiori foglie della pianta e la sotterranea e incolore essenzialità delle sue radici, le quali, pure, alimentano se stesse e tutte le altre parti della pianta con lo stesso nutrimento tratto dal terreno. Amen.
Esiste inoltre la possibilità che il lemma (a)nanca, nell’opera citata, sia dovuto solo alla ricostruzione fatta dal rispettivo estensore (Cortellazzo) o, più verisimilmente, agli autori delle opere di riferimento, se egli, elencando la bibliografia (DEI, ss.vv. allancàre,langa, nanca; Rohlfs 1964), non cita una forma attestata ananca (di cui, però, potrebbe farsi menzione all’interno di queste opere che purtroppo non posseggo). Essa sarebbe stata allora fallacemente ricostruita e tirata in ballo come pezza d’appoggio per l’introduzione del presunto etimo indicato nel gr. anánkē ‘necessità’, dato che la forma nanga potrebbe comodamente essere spiegata come normale dissimilazione di un precedente la langa. E per questa stessa via potremmo anche riapprodare ad ananca (nel caso in cui quest’ultima voce ricorresse veramente nei dialetti), ma solo come esito finale, e non come punto di partenza, della trafila la langa>la nanga>l’ananga, dato anche il persistere a lungo del greco in aree del meridione.
Mi scuso con il lettore, ma ho scoperto or ora, nel citato libro Biabbà A-E di Quirino Lucarelli (relativo al dialetto di Trasacco-Aq), il lemma al-lang-an-isse<-irse ‘desiderare ardentemente, morire dalla voglia, desiderare un cibo, farsi venire l’acquolina in bocca’, un po’ diverso dal citato part.ps. allaccanìte dello stesso dialetto trasaccano, e che puntualmente conferma il mio ragionamento fatto all’inizio, nemmeno per un istante dubbioso sulla necessità di mettere in stretta connessione la radice di abruzz. langhe ’sete ardente, voracità, ecc.’, di ciociaro langa ‘fame’ con l’ingl. to long for ‘desiderare ardentemente, bramare’ e il ted. Ver-lang-en ‘brama’. Si incontra nello stesso libro del Lucarelli anche il lemma langhe ’aridità di gola, stizzosità della gola’, presentato però come sostant. maschile.
Con tutti questi riscontri si può sicuramente confermare l’esistenza in diversi dialetti centro-meridionali di una radice antichissima lang per ‘fame’, ‘sete’, ‘ardente desiderio’ ed altro, indipendentemente dai suoi presunti o veri rapporti con gr. anánkē ‘necessità’, e strettamente imparentata con note radici dell’area germanica.
[1] Cfr. Mauro Marzolini, “...me ‘nténni?” , Tofani editore, Alatri-Fr, 1995, p. 197
[2] Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003, p. 154
[3] Cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, p. 43



Commenti
mi complimento per
mi complimento per l'articolo, tuttavia escluderei la connessione ananke/lang
Ritengo che invece il rapporto con le lingue germaniche della radice lang sia più plausibile.
GRANDE PROF.. sei
GRANDE PROF..
sei imbattibile...
grazie
Cesare D.C.
Caro ex alunno Cesare Del
Caro ex alunno Cesare Del Campanile,
sono io a ringraziare te, che mi ricordi una età (felice?) ormai lontana anche per te. Spero che la vita non ti sia grave (ricordi Leopardi?)e che il futuro ti riservi buone cose. Saluti
Pietro Maccallini
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