Caraibi

Lo scherzo

Introduzione
Questa è la storia di un amore, nato, sul finire dell'adolescenza, nel cuore di Giuseppe e di Tina, due giovani che non hanno timore di affrontare l'iniziale ostilità dei genitori né la maldicenza delle pettegole del paese per giungere a coronare il proprio sogno di vita insieme. La storia è situata negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale e ripropone l'ambiente, i problemi, la mentalità, in una parola il "tempo" che scandisce le difficoltà incontrate dai due ragazzi.

 

L'Autore ne descrive le vicende con partecipazione e 'ìuasi con tenerezza attraverso il racconto che ne fa Fietro, il migliore amico di Giuseppe, depositario dei suoi sogni e delle sue confidenze e ne segue il decorso fino ai giorni nostri quando i due amici si rincoritrano, dopo tanti anni, ormai anziani. Pietro intatti è emigrato in Canada dove ha sposato Viola, ha avuto figli e nipoti ed ha "tatto fortuna" e solo ora, di ritorno al paese, ritrova, con indicibile commozione, il vecchio amico.

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Relazione sul libro: Lo scherzo

È, questo, di Luigi Del Grosso, un bello scherzo.
Uno scherzo che ci viene consegnato in punta di piedi e che ci lascia, sull'ultima pagina del racconto, a riflettere, da soli, su situazioni che, invece, sono da ognuno condivise in una sorta di coralità affettiva.
È la storia di un innamoramento.
Sembrerebbe scontato, banale. Chi tra noi non s'è mai sentito innamorato? Chi, tra noi, non ha mai avuto solo per un attimo la mente annebbiata dalle pulsazioni di un cuore che ha premuto tutta la sua forza sulla bocca dello stomaco? E chi non ha mai sentito inadeguate le sue parole per esprimere tutta la forza di quel sentimento?

loschrzo1Eppure, bisogna dare un senso alle cose, ai termini usati da Giuseppe, protagonista del racconto, per esprimere nelle sue giuste coordinate tutto quell'innamoramento. E forse ci possono essere d'aiuto le frasi sussurrate da generazioni di giovani che si accalcano all'uscita delle ragazze dalla funzione serale, sul sagrato canonico, al ritmo scandito dalle novene invernali, dall'Immacolata alla Candelora. Forse può esserci utile un indugio alla fonte con la conca di rame superbamente sorretta da una chioma fluente, mentre gli occhi, quei splendidi e larghi occhi color del ricordo, di soppiatto, si attardano a scrutare se altri sguardi, quelli del pettegolezzo, possano mai rovinare un attimo d'incanto.
E così si va.
Si va appresso a una ragazza ascoltando le ragioni del cuore.
E ci si va come per scherzo.

Ma le coordinate reali, lo scenario del racconto, racchiudono quel sentimento tra montagne brulle e pezzi di terra arata, in attesa del raccolto; coordinate di vita che non consentono lo scherzo. Esigono, quelle aspre coordinate, che le ragioni del cuore si pieghino alle ragioni dell'interesse.
E l'innamoramento diventa un lusso.
Non c'è tempo per scherzare.
In una sorta di sacralità laica, quei ragazzi al freddo delle novene devono fare i conti con la società patriarcale, con la famiglia che ambisce a unire i suoi poveri beni con quelli della futura sposa, al fine di costituire una seppur ricca miseria che consenta loro di perpetuare la specie a patire siccità o alluvioni.
E non fa sconti la famiglia contadina. Una sposa deve portare la roba, deve avere la biancheria da portare in dote, ma deve averne soprattutto un'altra, di dote: le sue braccia ed il suo ingegno dovranno essere capaci di non bruciare al canto delle cicale quanto accumulato con troppo sudore sui campi di grano. È una legge non scritta ma è la legge applicata.

Giuseppe si ribella a quella legge. Ascolta le ragioni del cuore, non va appresso alla roba, ma segue gli occhi belli della sua amata Tina. E comincia così, come per scherzo.
Saranno infatti le serenate portate da una comitiva di amici al chiarore di una mezzanotte complice e ruffiana, da Luigino, da Alessandro, Filippo, Gigino e Giovanni che trasformeranno quello scherzo in vero amore.
Racchiuderanno quell'amore nelle coordinate ideali sognate da Giuseppe.
E la fisarmonica di Paolo, la chitarra di Gaetano, il violino di Alberto, la mandola di Fulvio saranno sottofondo di un amore vero e sofferto come quello cantato alla radio da Rabagliati.
Ma l'amore no, l'amore di Giuseppe per Tina non si dissolverà mai al buio delle pene, sottolineate dalle struggenti note di una cumparsita strascinata fin sotto le finestre della bella amata. E Giuseppe glielo ricorderà: "Non ti scordar di me!"

È un sognatore Giuseppe.

Ma è un sognatore che non si lascerà intimidire più di tanto da una società in via di trasformazione. Vedrà con occhi preoccupati, quelli sì, i convogli tedeschi che si ritireranno dal fronte dopo la disfatta. Vedrà con occhi interessati i tempi e i ritmi della città, avvolto nel grigioverde della sua divisa militare, ma col cuore legato sempre alla sua terra ed al suo amore.
"Lassù, a Milano, ognuno fa per sé, non come da noi..." racconterà a Pietro, amico di serenate, amico di struscio sul sagrato serale delle novene invernali e complice del suo amore contrastato dall'interesse e dal pettegolezzo.
Non si piegherà Giuseppe all'ognuno fa per sé, alle ragioni del progresso frettoloso e, in una bella pagina del racconto, riferirà a Pietro di aver letto sui giornali come, un giorno, l'uomo scenderà sulla luna. Ma non saranno queste le farneticazioni del sognatore, saranno queste le ragioni di un ragazzo che non vuole subire il progresso, vuole solo cavalcarlo. Per Pietro, al contrario, le navi vanno sull'acqua e gli aerei riescono a volare, ma quale strada prendere per arrivare fin sulla luna?

"T'ho raccontato queste cose" risponderà Giuseppe "perché sono convinto che in futuro ci sarà un cambiamento così radicale e se io trovo ora il modo di vivere una vita dignitosa senza essere costretto a far lavorare Tina nei campi, ebbene, allora avrò raggiunto lo scopo di un futuro tranquillo e, spero, felice".
È qui che Giuseppe, protagonista del racconto, fonde la sua vita e la sua esperienza nel vissuto di Luigi Del Grosso. È sostanzialmente in questo passo che l'autore svela quanto possa essere autobiografica quell'esperienza di vita e quell'anelito di riscatto sociale.
E non è più uno scherzo.

Anche se Luigi ci dice, sempre in punta di piedi, di aver scritto il racconto come farebbe un nonno affettuoso per lasciare un piccolo regalo ai suoi nipoti, non è più uno scherzo.
Non voglio ora svelare come va a finire, non voglio togliere a ognuno il gusto di fermarsi a riflettere sull'ultima pagina del racconto, ma voglio sottolineare come non sia uno scherzo distogliere le risorse familiari dal lavoro dei campi per destinarle a una cooperativa edilizia fondata per la ricostruzione post bellica.
Non è uno scherzo dover fare i conti con le lungaggini di una pubblica amministrazione che poco si cura, nei pagamenti, delle urgenze di sopravvivenza delle famiglie di quelli che hanno lavorato.
Non è uno scherzo veder partire, uno per uno, i soci fondatori alla volta delle Americhe o dell'Australia.
Non è uno scherzo lacerarsi il cuore così, nel temere di veder affondare tutto il sogno di una vita.

Ma Giuseppe, o Luigi che dir si voglia, solleva la testa.
Torna a programmare la sua vita, fa bagaglio d'ogni esperienza, anche di quelle negative. E fissa comunque una data. Si fa i conti col raccolto, anche se la rugiada gli brucerà le lenticchie, lui porterà Tina sull'altare.
E lo farà in una splendida giornata di gelo. I cortei degli sposi partiranno da punti diversi del paese, si faranno strada tra la neve spalata per l'occorrenza e si uniranno in chiesa per attraversare la piazza, sulla via del ritorno, quella domenica di febbraio in cui persino un oratore politico, che dall'alto del balcone comunale stava tenendo un comizio, si sarebbe fermato un attimo, solo un attimo, per augurare eterna felicità a quella coppia di sposi che va incontro al suo futuro, nonostante tutto e nonostante tutti.
E Pietro sussurrerà all'orecchio dello sposo, dell'amico: "Stai attento! Ricorda che questa volta non è uno scherzo!"

È in tali termini che va letto e considerato Lo scherzo di Luigi Del Grosso, lo scherzo di una vita.
E si aggiunge, questo scherzo, ai tanti scherzi che un'ormai vasta schiera di scrittori locali ci propone per far sì che ognuno, tra noi, possa fermarsi, se lo vuole, come quell'oratore sul balcone, ma stavolta, giusto per interrogarsi.
Per chiederci, in questa società distratta, lo scopo e il fine ultimo del nostro agire.

La nostra moralità, i nostri comportamenti: incapaci talvolta a distinguere il giusto dall'opportuno restiamo sempre travolti nel leggere dei tempi andati, e ricordiamo solo per un attimo di essere stati popolo di emigranti restando sempre e comunque distratti di fronte ai moderni migranti, quelli che zappano ora la nostra terra, la nostra roba, per non lasciarla abbandonata.
Ma dobbiamo trovare la forza, così, per scherzo, solo l'attimo di uno scherzo, per far tesoro di questa storia condivisa per guardare avanti. Per dare un futuro a questa terra.

E anche questo non è più uno scherzo.

Orazio Mascioli

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