La musica popolare ai confini tra tradizione e folklore
di Angelo Melchiorre
Per parlare di musica popolare, prenderò l’avvio da una canzone dedicata alla città dell’Aquila, una canzone che mi commuove tanto più oggi, quanto più abbiamo dinanzi ai nostri occhi le tragiche immagini del terremoto del 6 aprile 2009, il terremoto che ha quasi distrutto la mia bella città natale: Aquila bella mé.
L’ascolto di questa canzone ci pone un grande interrogativo: ci troviamo di fronte a un vero canto popolare, oppure dobbiamo rinunciare a questa definizione, e cercare di formulare una diversa classificazione dei canti che ci vengono proposti dai gruppi folklorici?
Se diamo ascolto a quanto hanno affermato illustri studiosi della materia (ad es., Alan Lomax, Diego Carpitella, Roberto Leydi, tanto per citarne alcuni), il vero canto popolare è caratterizzato dai seguenti elementi: è un canto orale e anonimo, che assume diverse varianti secondo il luogo e il tempo; nasce generalmente “in funzione”, e cioè all’interno o in connessione con un particolare contesto sociale, economico o politico (si pensi agli ormai scomparsi canti della mietitura, alle canzoni delle mondine, ai canti di guerra o a quelli della resistenza): è la cosiddetta “cultura subalterna” (come la chiamava Antonio Gramsci), che appariva contrapposta alla cultura delle classi dominanti, cioè alla “cultura egemone”; il linguaggio usato dai cantori (quasi sempre dialettale) è semplice e immediato, senza finezze stilistiche e, spesso, con una sintassi povera e frammentaria; e la musica è ugualmente spontanea, senza armonizzazioni particolari, a volte anche disarmonica e irregolare; gli strumenti musicali preferiti sono quelli della tradizione contadina e pastorale (cornamuse e zampogne, tamburelli, organetti), quelli dell’osteria o del carcere (piatti e posate), o anche la voce stessa (che fa da “bordone” alle parole del canto): si pensi, ad es., al “tralalero” genovese o al “bei bei” toscano.
Se è vero, dunque, tutto ciò, oggi non si potrebbe più parlare di canto popolare, in quanto sono scomparse quasi tutte le “funzioni” tradizionali. Di carattere popolaresco, allora, potremmo considerare solo alcune espressioni canore e musicali occasionali.
La canzone aquilana che abbiamo ricordato all’inizio non potrebbe rientrare in alcun modo nella categoria del canto popolare. Così come non potrebbero rientrarvi molte delle canzoni eseguite oggi dai gruppi folklorici.
Faccio un altro esempio: “La ullegna” è una delle più belle canzoni del coro “Folk Rio” di Roccavivi, canzone che avevamo già avuto il piacere di ascoltare in varie occasioni (a Roccavivi nel 2004, a Civitella Roveto nel 2006). “La ullegna” tuttavia non è una canzone orale e anonima (l’autore dei versi è Graziano Di Rocco, della musica il maestro Antonio Cedrone), non nasce “in funzione” (potremmo dire che è nata a tavolino), il linguaggio (anche se in dialetto) è strutturalmente ben congegnato, l’accompagnamento è dato da uno strumento abbastanza sofisticato, qual è la fisarmonica.
E allora? Come la mettiamo? La risposta può essere data se prestiamo attenzione ad alcune nuove definizioni di quello che una volta era considerato canto popolare. Poiché il concetto di “popolo” non è più quello di una volta, la musica folklorica oggi viene definita o come “musica etnica” o anche come “world music” (musica del mondo).
Il che ci permette di considerare valide e attuali anche le scelte operate dai gruppi folklorici, che pongono attenzione soprattutto al carattere etnico, regionale, delle canzoni da loro eseguite.
Così, dunque, si può parlare di canzoni abruzzesi, di canzoni alpine, di musiche sarde, di villotte friulane, di stornelli laziali o marchigiani, di “pizzica” salentina; e, per uscir fuori dai confini nazionali, di musiche del Mediterraneo, di sonorità africane, di musica brasiliana, di canzoni country, di ballate irlandesi, e così via.
Vorrei ricordare, in proposito, alcuni esempi di “world music” che, se da una parte si legano a tradizioni, costumi, lingua e musicalità di un particolare paese, dall’altra esprimono anche un modo nuovo di sentire e vivere la realtà musicale del nostro tempo.
Primo esempio: una ballata cantata da un folk-singer americano, assai famoso tra la prima e la seconda metà del ‘900: Woody Guthrie. Secondo esempio: un coro alpino, che accomuna nella singolare polivocalità maschile, tutte le regioni del Nord-Italia. Terzo esempio, una canzone sarda, eseguita secondo una tecnica particolare della Sardegna interna, quella detta a “sus tenores”. Quarto esempio: una “pizzica tarantata”, registrata in quel recente fenomeno musicale del Salento che è stato chiamato “notte della taranta”.
In questo panorama, dunque, si inseriscono molte associazioni corali marsicane, come il coro “Folk Rio” di Roccavivi che è, certamente, un elemento importante, molto importante, nel processo di valorizzazione culturale e turistica dell’intera Val Roveto.
Dal 1979, anno della sua fondazione dietro le sollecitazioni del professor Pietro De Paulis, allora sindaco del comune, e sotto la guida esperta di animatori culturali (come Francesco Romanelli e Graziano Di Rocco) e di eccezionali direttori musicali (come Antonio Cedrone e, oggi, anche Antonella Troiani) la sua attività si è sviluppata ulteriormente, coinvolgendo non soltanto le popolazioni locali, ma anche gruppi corali e comunità di mezzo mondo.
Al di là del Festival del Folklore, che è ormai da un ventennio il fiore all’occhiello di questo bel paese, il complesso corale di Roccavivi si è esibito in molti paesi europei e perfino nella lontana America; e, recentemente, in Francia ha offerto una concreta testimonianza del livello artistico raggiunto oggi dai bravi ragazzi della Valle Roveto.


















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