L’epigrafe di Santa Maria in Cellis. Approfondimenti
di Luciano del Giudice
I lettori ricorderanno che su "Il Foglio di Lumen" n. 24 ho segnalato una epigrafe (fig. 1) incastonata nel campanile della chiesa di Santa Maria in Cellis a Carsoli (Aq) riservandomi di fornire successivi chiarimenti. Così ho chiesto un parere al professor Timo Sironen, già noto a Carsoli per aver illustrato nella sala consiliare del nostro comune i contenuti di una epigrafe in lingua osca rinvenuta nella frazione di Poggio Cinolfo (1).
Il docente si è reso disponibile insieme ai colleghi prof. Mika Kajava e prof. Olli Salomies dell’università di Helsinki in Finlandia. La nostra discussione si è svolta tramite e-mail ed è stata avvincente. Nel primo scambio epistolare il problema affrontato dai professori finlandesi è stato quello di stabilire a quale alfabeto riferire i caratteri incisi. Accettando l’ipotesi che si tratti di caratteri latini e che l’epigrafe è murata nel verso giusto potremmo leggere: «FHLL». Se pensiamo che sia stata murata capovolta potremmo leggere VHIT o anche IHT, ossia delle espressioni che non escludono a priori l’uso di caratteri non latini.

Fig. 1
Se prendiamo per buona la trascrizione FHLL il problema interpretativo sta nella H, se non la consideriamo avremmo FLL, cioè una abbreviazione che potrebbe stare per flamines. Se al posto dell’H consideriamo una E avremmo FELL, che potrebbe stare per felix e LL potrebbe essere legatus, legionis, libens laetus, Lucii (duo) oppure Lucii Libertus.
Ma se davvero è una lettera H il problema interpretativo si fa spinoso.
In una successiva corrispondenza, il prof. Sironen mi rende noto il punto di vista dei professori Kajava e Salomies, che mi lascia un po’ sorpreso. L’epigrafe sita nel muro di Santa Maria in Cellis non sembrerebbe risalire, secondo questi, all’antichità classica,bensì ad un epoca molto più tarda. Questa affermazione si giustifica in base alla larghezza smisurata della F e della L, e alla strettezza dell’H, tutte circostanze insolite. Quindi non saremmo più in ambito classico ma medievale, se non addirittura in epoca moderna.
Nel ringraziare il professore e i suoi cortesi colleghi ho fatto presente i miei dubbi. La chiesa, come dicemmo, risale all’anno 1000, ha subito nei secoli notevoli modifiche,ma ha conservato nella torre campanaria la parte più antica della sua fondazione. La parte bassa di questa ha un paramento murario differente dalla parte superiore, differenza che si vede bene a partire da un cornicione in pietra posto in alto, a circa m 6 da terra. Sopra questa cornice vi è una nicchia dove è dipinta una figura dai tratti maschili con una corona sulla testa (fig. 2), che la tradizione popolare attribuisce al re Carlo II d’Angiò (2). Nella torre campanaria sono murate altre epigrafi studiate prima dal Mommsen e poi dal dott. Buonocore. L’epigrafe in argomento non risulta tra quelle studiate dagli epigrafisti citati.
Personalmente concordo con il prof. Sironen quando afferma che vedendo l’epigrafe di Santa Maria in Cellis capovolta si osservano analogie con la scrittura italica e comunque non latina. Vista la complessità dell’interpretazione non escludo di interpellare il prof. Marco Buonocore, come gli stessi colleghi finlandesi mi consigliano di fare.

Fig. 2
Note:
1) L’incontro di studi si è svolto il 2 giugno 2009; in quell’occasione ho cominciato a porre le mie domande al professore.
2) Il primo a parlare della presenza di Carlo II d’Angiò a Carsoli è Muzio Febonio, Historiae Marsorum, Napoli 1672, lib. III, p. 205. Riprende la notizia A. Zazza nella sue Notizie di Carsoli, a cura di M. Sciò, F. Amici, G. Alessandri, Pietrasecca di Carsoli 1998, che accenna anche alla costruzione della chiesa parrocchiale di Santa Vittoria sempre ad opera di Carlo d’Angiò, ma ha difficoltà a stabilire se sia il I o il II.
Le foto sono di L. del Giudice.























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