Marsicani alla «divozione di san Domenico» in una nota d’archivio del 1716
di Antonio M. Socciarelli
Grazie al rinnovato slancio che ha investito negli ultimi decenni la ricerca, tanto antropologica quanto storica, circa il complesso rituale di san Domenico abate in Cocullo, si è assistito all’affermarsi di un ricco filone di studi che hanno consolidato nel tempo i risultati dell’indagine che ne inaugurò il corso, quella di Alfonso di Nola nell’ormai lontano 1976 (1), con la quale il metodo di ricerca demologica di ispirazione demartiniana applicata nelle campagne del Meridione si affacciò nel panorama tradizionale abruzzese (2).
Questo nuovo vigore nella ricerca è altresì riconducibile ad una certa internazionalizzazione dell’interesse rivolto al rituale cocullese, in altre parole al passaggio da una dimensione intima e circoscritta ad una “globalizzata”, propagandata sempre in maniera crescente a livello mediatico, dando origine ad una cesura con elementi strettamente tradizionali e un’irruzione di fenomeni inediti ed omologanti che si riscontrano nell’evoluzione odierna dei fenomeni cultuali di gran parte della tradizione italiana. Molti sono stati quindi gli studi recentemente pubblicati, gli articoli e le ricerche effettuate in merito, scritti che hanno portato ad un livello conoscitivo estremamente vasto e vario sulla fenomenologia e sulla evoluzione storica del culto, accertando indiscutibilmente la sua antichità nonché tratteggiando i principali processi di mutamento che hanno interessato il rito. Ciò è stato reso possibile soprattutto dall’affiancamento della ricerca d’archivio a quella propriamente etno-antropologica. D’altra parte, la necessità di visionare il materiale archivistico per determinare, dove possibile, le circostanze della fondazione di santuari ovvero il percorso di sviluppo storico dei culti della nostra terra era già stata avvertita da studiosi quali G. Profeta e il già ricordato di Nola, per i quali le fonti archivistiche hanno sicuramente contribuito a sostituire ad una «storia delle approssimazioni» la più valida «storia delle certezze» (3). Profeta dedicò un’ampia parte del celebre studio “Il serpente sull’altare” proprio a questa ricerca, con la quale consolidò l’interpretazione sulla matrice odontico-pastorale del culto. Sulla stessa linea si sono mossi gli studi di A. Melchiorre, tanto in ambito abruzzese quanto, in maniera più particolareggiata, in quello marsicano, attingendo soprattutto dal prezioso e vasto materiale documentario dell’Archivio storico Diocesano dei Marsi in Avezzano, nel quale in prima persona, con grande sacrificio nonché lungimiranza, ha profuso l’impegno instancabile di riordino del materiale informe che giaceva vittima dell’incuria del tempo e degli uomini. Proprio tra queste carte è possibile imbattersi talvolta in testimonianze assai utili alla ricerca storico-antropologica, attraverso note di prima mano celate all’interno di scritti il cui contesto spesso è completamente avulso da ciò che ci si aspetta di trovare.
Proprio tra i volumi conservati nell’Archivio diocesano di Avezzano ve ne è uno contrassegnato con l’annotazione manoscritta “Libro de beni, delle proprieta e delle entrate e uscite delle Scuole Pie” di Pescina (segnatura B, 35/94), che reca le registrazioni di quasi un secolo negli anni compresi tra il 1687 ed il 1769. Al foglio 60r ha inizio una sezione titolata «Venute, e partenze de nostri religiosi […]», nella quale viene data testimonianza dei passaggi di religiosi e di viandanti che cercavano fra quelle mura una sosta ristoratrice prima di proseguire il cammino verso le proprie destinazioni. Tra queste note, nella pagina numerata 102 (4), nelle annotazioni del giorno 6 maggio 1716, troviamo le seguenti righe:
«Adi 6 detto [maggio] | […] Sopragiunsero poi il signor Marino Floridi, et il signor don Francesco Coccoli | maestro di scuola di Colle Longo [Collelongo], con cavalcature, et uomo, e tutti | pernottati la mattina per tempo partirono per Cucullo alla divozione | di san Domenico etc.»
Questo breve passo è assai significativo poiché nonostante la sua brevità apre a diverse considerazioni. Riprendendo in esame le principali tappe di affermazione del rituale, ricostruite grazie ad una ricca ma non sempre doviziosa silloge di testimonianze, la consuetudine del pellegrinaggio nella chiesa di sant’Egidio di Cocullo per la venerazione della reliquia del santo, costituita dal suo dente molare (già nota verso la fine del Cinquecento), sembrerebbe attestata con certezza dalla seconda metà del Seicento, quando lo storico marsicano Febonio ne compie una pittoresca descrizione nel suo Historiae Marsorum (edito nel 1678); tuttavia siamo nel 1629 quando il vescovo della diocesi di Sulmona-Valva, monsignor Cavaliere, afferma che nel santuario ricorrono quanti siano stati vittima dei morsi di cani rabbiosi (5). La testimonianza manoscritta quindi, concordando con quelle già esistenti, conferma Cocullo come meta di un viaggio sacro e definisce nel secondo decennio del Settecento una chiara e vasta diffusione del culto che, dalle valli peligne, aveva “contaminato” le terre della Marsica.
La breve nota di Pescina inoltre retrodaterebbe anche la celebrazione del santo al primo giovedì di maggio: è inequivocabile infatti come già nell’anno 1716 la festività coincidesse con la festa che ancora oggi perdura: ricorrendo al calendario perpetuo del Cappelli (6) è facile infatti verificare come i due pellegrini da Collelongo giunsero a Pescina mercoledì 6 maggio, per recarsi la mattina del 7, ovvero il primo giovedì del mese, in quel di Cocullo, al di là delle montagne che separano la Marsica dalla Valle del Sagittario. Anche se probabilmente la visita dei pellegrini marsicani al santo era correlata alla festività di S. Maria, la cosiddetta “festa piccola” che ancora oggi è legata alla celebrazione di san Domenico, ciò dimostra come il culto nei riguardi di quest’ultimo avesse già in quel momento acquisito una preponderanza notevole: molti marsicani forse partivano per recarsi alla festa di Cocullo, festa della Madonna, ma in sostanza andavano principalmente per venerare il santo e la reliquia elargitrice della sua portentosa forza taumaturgica. La breve nota farebbe dunque riconsiderare quanto generalmente si riporta in diversi studi, sia in quello particolareggiato del Chiocchio sia in altri (7), tutti concordi nell’affermare che la duplicazione della festa al primo giovedì di maggio, almeno ufficialmente, si ottenne soltanto nel 1824 sotto il pontificato di Leone XII, mentre in precedenza il santo era celebrato in forma liturgica esclusivamente nella ricorrenza del giorno della sua morte, nel dies natalis cioè il 22 gennaio.
Note:
1) A. M. DI NOLA, Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana, Torino, Boringhieri, 1976.
2) Buoni esempi d’indagine antropologica si erano già manifestati negli scritti di G. Profeta.
3) G. PROFETA, Il serpente sull’altare. Ecologia e demopsicologia di un culto, L’Aquila-Roma, Japadre Editore, 1998, p. 15.
4) Secondo i riferimenti della nuova foliazione archivistica; secondo quella originale è la 43r.
5) G. PROFETA, Il serpente…, cit., pp. 37-38, 72 e 95-96.
6) A. CAPPELLI, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo, Milano, Hoepli, 1998, p. 78.
7) N. CHIOCCHIO, I serpari a Cocullo. La festa di san Domenico, Pescara, Edizioni Amaltea, 2007, pp. 19-20; AA.VV., Il rituale di san Domenico a Cocullo, a c. di Lia Giancristofaro, Lanciano, Editrice Rivista Abruzzese, 2007, p. 61; A. M. DI NOLA, Gli aspetti…, cit., pp. 47-49.



















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