Caraibi

Proverbi

Solo a tener conto dell'etimologia della parola è evidente la funzione del proverbio: questa parola -come si sa- deriva dal latino "proverbium", che è composta dal prefisso "pro" e dal termine "verbum": il "pro" è, in questo caso, il suffisso che denota una relazione e un confronto rispetto al termine "verbum" assunto nel significato di "detto", "sentenza", "scienza", "sapere", nel senso ciceroniano della parola ("ut sententia in verbis finiantur": Cic. De Or. L. III, 191) come opinione, pensiero e, perfino, idea e, quindi "scienza", perché -come ho già ricordato- la funzione della parola è quella del "conceptum nostrae mentis aliis enucleare"; infatti la parola è espressione di razionalità e di elementi razionali e universali quali sono i concetti e, poi, non bisogna dimenticare che il "logos" o il "verbum" è tanto pensiero quanto discorso che comunica il "vero" e, quindi, sapere; se così è, non sono lontano dal vero se dico che tutti i proverbi di una comunità, messi insieme, sono come un florilegio o, meglio, un codice pedagogico di ogni tempo tanto da essere considerati come la scienza dei vecchi; è tanto importante il proverbio da essere preso in considerazione anche nel campo delle ricerche in Etnologia, in quanto i popoli primitivi fissano con locuzioni popolari i precetti tradizionali e le norme etico-giuridiche; la forma proverbiale è per loro facile a ritenersi perché somiglia al canto, per il ritmo e per il linguaggio figurato, per cui di detti popoli si può considerare come una manifestazione di vita sociale di vario contenuto: tabù, formule magiche, avvenimenti per la caccia e per la pesca, consuetudini religiose, familiari e sociali; alcuni proverbi, poi, servono a richiamare avvenimenti e racconti con una conclusione moraleggiante e, per questo, essi sono mezzi e strumenti che possono caratterizzare una tribù, un villaggio, una regione, un paese. Essi erano apprezzati, nei tempi lontani, dagli Ebrei, infatti nel Vecchio Testamento esiste il libro didattico detto proprio "Libro dei Proverbi"; era, poi, apprezzato presso gli Arabi e presso i Greci: il verbo "paroimiàzomai" .significa servirsi di un proverbio nel discorso, perché paroimìa (o par-òimos, oime) significa, oltre che canto, anche proverbio e, da qui, la "paremiologia" (da paroimos-logos) come studio dei proverbi e da qui anche il verso paroimiacos nella letteratura greca, che è proprio quello detto "dimetro anapestico catalettico", che suol chiudere o interrompere il sistema anapestico e, infine, presso i Romani il proverbio assume la forza di "sentenza", infatti in questo senso mi sono riferito alle "sententiae" nella citazione su riferita.

Ho voluto fare questi riferimenti non solo per mettere in evidenza il valore dei proverbi in tutte le culture e in tutti i tempi, ma soprattutto perché in essi rivive il costume tradizionale di un popolo o di una comunità, piccola che sia; e il "costume" è, prima, consuetudine di persone e di gruppi umani in determinate condizioni di tempo e di luogo e, poi, abitudine moralmente buona o cattiva; infatti nel primo caso emerge l'abitudine e la .libertà (giacché non vi è costume senza una ripetizione frequente del medesimo atto e la razionale autodeterminazione dell'agente) e, nel secondo caso, emerge il carattere imperativo di esso costume; se così è, come non vedere nei proverbi quella moralità popolare senza la quale sarebbero impossibile la morale e l'etica? Ma il popolo di Castellafiume, senza nulla sapere di scienza della morale o dell'etica ha coniato proverbi per richiamare in vita il suo "costume" tradizionale allo scopo di trasmettere ai posteri, non solo le sue "usanze", ma anche il suo modo di educare le giovani generazioni e, per questo, l'educazione o l'essere educati, seppure si esprime in norme sentenziose non è mai, nella pedagogia degli umili, norma o precetto: è un fatto reale, da toccarsi con le mani, un fatto, cioè, entrato nel corso della vita di tutti e di aver capito quel che bisogna fare e di farlo; dunque i proverbi sono il veicolo della storia di un popolo, il quale vuol dimostrare che la verità si dice subito, tutta, senza mascherarla o attutirla; questa verità è lampante nei proverbi, perché il proverbio la vuole rispecchiare; è per questo che il proverbio lascia affiorare una certa umanità, anche se con poca edificazione per i moralisti; il proverbio, insomma, come patrimonio e come tradizione, rivela la saggezza di un popolo e di fronte al proverbio non c'è psicologo, non c'è sociologo o filosofo che tenga; esso, se fa emergere una morale disincantata e utilitaria, tuttavia tende non solo ad oggettivare il male (per esempio una figura di demonio o del solo "cattivo"), ma anche a far intuire l'ideale di un comportamento morale da assumere nella vita quotidiana; e, poi, i proverbi "castellitti" hanno un sapore di domestico e di vicino e rivelano che i miei compaesani sono, in fondo, gente buona e, mi si permetta questo ossimoro, "buoni diavoli". Vediamolo, perciò, nei seguenti pochi proverbi che ho cercato di raccogliere.
 

La mamma di famiglia in Castellafiume ha dovuto (nel passato meno remoto e più remoto, perché le cose non sono cambiate) dividere il suo tempo tra la casa, il pollaio, la stalla e la campagna; nel senso che ha dovuto anche pensare molto ai problemi dell'economia familiare, per cui ai lavori di casa ha dovuto aggiungere quelli dell'allevamento degli animali domestici e quelli di aiuto al marito impegnato nei campi (viaggi, con canestri in testa, per i sentieri di campagna per portare colazione e pranzo, soprattutto, ai mietitori, ai raccoglitori di patate e del granturco ecc.), per questi motivi non ha avuto mai il tempo necessario per dedicarsi all'allevamento dei neonati e all'educazione dei fanciulli, per cui quando il bimbo piangeva nella culla, seguitando a sbrigare le faccende era costretta a dire:

                      dial. "piagni, piagni, figlio mì, quando si rosso allora pó rite"

                      Ital. "piangi, piangi, figlio mio, quando sarai grande, allora potrai ridere"

questo solo è costretta a dire la madre di famiglia, tanto per frenare il sentimento materno, perché non può non sapere che

                   dial. "figli zichi, quai zichi, figli rossi, quai rossi!"

                . "figli piccoli, guai piccoli figli grandi guai grossi!"

e lo dice quasi rasentando il canto, per non disperare, e con la saggezza di madre che non si scoraggia nel presentimento di dover affrontare le difficoltà dei figli fin dalla nascita; man mano che il figlio cresce, per avviarlo sulla buona strada, la mamma premurosa gli ripete in continuazione:

                      dial. "patrica chi è mmégli'edde tì e facci le spese!"

                      ital. "pratica chi è meglio di te e fagli le spese"

e ciò perché l'educazione, per lei, non è fatta di disquisizioni pedagogiche, né di precetti morali, ma di fatti, di modelli: la sua è una pedagogia che circola casa per casa, che è fatta di modelli educativi viventi, perché intuisce, senza riflessioni psico-pedagogiche, che nel bambino e nel fanciullo è innata la capacità di imitazione e di identificazione: ecco perché non si stanca mai di dire al figlio:

                       dial. "chi va coglio cióppo se mbara a cióppecà"

                        ital. "chi va con lo zoppo, impara a zoppicare"

quando, poi, il figlio diventa adolescente, allora interviene anche il marito, che, in un paese come Castellafiume (in cui la situazione economica è quella da me descritta nei capitoli precedenti) non può fare altro che trasmettere ai figli il proprio mestiere e, perciò, eccolo sentenziare:

                      dial. "mbara l'arte e mettil'apparte"

                      ital."impara l'arte e mettila a parte"

cioè, "impara -dice il genitore- il mio mestiere e riservatelo per il momento opportuno"; sì, perché se anche capita il meglio per il figlio, tanto di guada-gnato e quando ciò non capita, allora

                dial.. "fa l'arte che sa fa se non t'arricchi, camperà"

                    Ital.  "fa l'arte che sai fare, se non diventerai ricco, camperai"

e, questo, è l'unico modo di dire per assicurarsi una vita ordinata, ben sapendo che gli esseri umani spesso sono vittime di impulsi disordinati, per cui, in questi casi, si può diventare spavaldi insaziabili, infatti

                      dial. "tutti ólìmo fa lo sprofonnato;nisciuno ciss'està convorm'ènnàto"

                      Ital. "tutti vogliamo essere incontentabili; nessuno vuole restare come è nato"

perciò bisogna frenare l'incontentabilità umana (paragonata, in questo prover-bio, a una voragine senza fondo: "sprofonnato" con processo di personi-ficazione, perché l'articolo "lo" personifica il participio passato del verbo sprofondare);

In questo lavoro di educazione dei figli, la moglie asseconda il marito, perché lo riconosce saggio e perché lui e lei sono un'anima sola:

                   ."Dio fa i mondi eppó ci fiocca fa i crischiani eppó iaccóppia"

                   .  "Dio fa i monti e vi fa nevicare crea le persone e, poi, le accoppia"

in questo proverbio emerge l'ideale della famiglia tenuta unita dall'amore, anche se il concetto non corrisponde ai dettami della fede cattolica, perché nel rapporto Dio-uomo non trova posto il concetto di "fato", in quanto Dio, crea l'essere umano a sua immagine e somiglianza e lo dota di "libero arbi-trio"(direbbe S. Agostino), comunque di questo afflato d'amore, la moglie è talmente convinta da farle esclamare:

                  dial. "è méglio no marito cano cano che no frateglio caro caro"

                   Ital"è meglio un marito cane cane che un fratello caro caro"

è, questa, una rappresentazione alquanto iperbolica dei rapporti familiari; infatti nel predetto proverbio emerge un fatto giuridico-morale, quello della divisione dell'eredità: per quanto è possibile ricordare, la divisione dei beni lasciati dai genitori a Castellafiume ha dato luogo, per la gran parte dei casi, a liti e anche a violenze, per cui spesso per la soluzione di certi casi si è dovuto occupare anche il magistrato penale, per questo spesso i fratelli, secondo il concetto espresso nel proverbio, sono diventati tra loro "cani"; ma la speranza dei genitori è sempre stata quella di vedere uniti i figli; questo sentimento di amore che deve tenere unita la famiglia è espresso bene in questo proverbio, che lo ritiene fondamentale anche rispetto ad una pratica di culto religioso:

                   dial. "è meglio cull'a wardà che Mess'ascordà"

                  .  "è meglio guardare una culla che ascoltare una Messa"

proprio in questi quadri di vita familiare designati dai proverbi su ricordati, mi è sembrato opportuno ricordare il predetto proverbio, perché esso non solo evidenzia un precetto cristiano-cattolico, secondo cui non si è obbligati ad ascoltare la S. Messa, quando si deve assolvere un primario dovere come quello di non abbandonare i piccoli (peraltro, in questo caso, la Chiesa stessa fa suo il dovere giuridico secondo cui "ad impossibilia nemo tenetur"), ma lascia intuire anche che un flusso di religiosità pervade la vita familiare; infatti, in tutti i casi, favorevoli o avversi, non manca mai l'invocazione a Dio:

                    dial. "acqu'e fóco Dio ci dia lóco"

                    . "Dio allontani sempre da noi acqua e fuoco"

                      oppure 

                      . "aiùtate che Dio t'aiuta"

                     . "aiutati che Dio t'aiuta".

Un altro campo in cui non mancano proverbi è quello del lavoro proprio del contadino: nel primo posto viene messo l'andamento delle stagioni, perché ogni avversità colpisce seriamente cose e persone. Sul versante opposto a quello dove si adagia Castellafiume, svetta il monte "Camiciola": questo monte è stato sempre un punto di riferimento come stazione meteorologica: infatti ogni contadino ha saputo sempre fare previsioni, guar-dando questo monte, infatti

 dial. "quando Camiciola métte ió cappeglio


                vìnnite la crapa e fatte ió mandeglio"

                 Ital"quando Camiciola mette il cappello vendi la capra e compra il mantello"

è, cioè, prossimo l'inverno quando appare la prima neve sulla cima di Camiciola e, perciò, il contadino deve vendere la capra per acquistare il mantello; come più volte ho detto, in Castellafiume difficilmente circolava la moneta, per cui egli non aveva altro mezzo per acquistare un mantello onde proteggersi dalla gelida tramontana che colpisce Castellafiume nella stagione invernale: in queste condizioni il contadino deve pur uscire da casa per fare altri lavori nella stalla, nelle cantine e nei fienili che, a volte, sono alquanto distanti dalle abitazioni, per cui l'unico mezzo per difendersi dal freddo e per svolgere questi lavori è il mantello; per di più il contadino deve sapere che

                    dial."quand'annuvola ngim'alla brina acqu'e neve sopr'alla schina"

                . "quando il cielo è nuvoloso e sulle piante e sui tetti è presente la brina l'acqua e la neve   
                         sono più certe"

questo deve sapere se vuole evitare di tornare dalla campagna (dove si recherebbe in assenza di previsioni) a casa bagnato come un pesce; in questo caso gli capiterebbe di risolvere anche un altro problema, quello, cioè, di sedersi con la schiena rivolta al focolare per lasciarsi asciugare le vesti addosso, avendo, spesso, difficoltà di ricambio degli indumenti.

Le previsioni, poi, sono necessarie anche per tutto l'anno, perché

                dial."Se piove nelle Cruci

 nasce ió vermen'alle nuci"

                      . "se piove nel Venerdì Santo

                      le noci sono invase dai vermi"

                      oppure dial. "alla cannelett'ella Cannelora

                      se fiocc'e piove l'inverno è fòre;

                      se bbéglio tempo fa, acqu'accascà"

              Ital. "Se piove e fiocca nel giorno della Candelora

                      l'inverno è finito;

                      ma se fa bel tempo, tutta la stagione

                      sarà piovosa"

e, poi,           dial.. "se fiocc'e piove e malo tempo fa,

                      alle cas'egli'atri è lo brutto stà"

                  . "se piove e fiocca e fa mal tempo

                      non è bello stare in casa di altri"

o per seguire il calendario lunare per certe operazioni (vino da tramutare, piantagioni particolari ecc.) c'è da affidarsi a questo : precetto:

                  dial. "gòbb'a ponènte luna crescènde,

                      gobb'a levande, luna calande"

                     Ital.  "gobba a ponente, luna crescente;

                      gobba a levante, luna calante"

Autore testo: 

Dante Di Nicola

(Dirigente superiore per i servizi ispettivi scolastici- in pensione)

NOTE BIOGRAFICHE ED OPERE

Dante Di Nicola, dirigente superiore-ispettore tecnico della scuola ele­mentare, è nato a Castellafiume il 13 luglio 1925. Ha conseguito i seguenti tre titoli universitari:

nell'anno accademico 1951-52 conseguì il diploma di abilitazione alla vigilanza nelle scuole elementari presso la Facoltà di magistero dell'Università degli Studi di Roma;

il 9-7-1957, presso la stessa Università, conseguì anche la laurea di dottore in Pedagogia;

nell'anno accademico 1983-84 conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università "La Sapienza" di Roma.

Il Dr. Dante Di Nicola ha avuto la opportunità di fare buona esperienza di vita nella scuola:

come insegnante elementare in Castellafiume: dal 1947 al 1957;

come direttore didattico nei Circoli di Balsorano, di Magliano dei Marsi e di Celano dal 1-11-1957 fino al 31-1-1970;

come ispettore scolastico nelle Circoscrizioni di Caltanissetta, di S. Severo, di Velletri e di Tivoli dal 1-2-1970 a novembre 1974;

come ispettore tecnico periferico presso i Provveditorati agli Studi di Roma e di L'Aquila da dicembre del 1974 a gennaio del 1990

come Dirigente superiore per i servizi ispettivi scolastici dal 2-1-1990 al 30-9-1994.

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