Caraibi

I briganti: malfattori o patrioti-resistenti? *

di Adelmo Polla


Un saluto cordiale a tutti
Anzitutto è doveroso da parte mia fare un elogio a questi ragazzi del Circolo Culturale di Cerchio, i quali senza alcun mezzo e senza una sede propria a poco meno di un anno dalla fondazione, hanno organizzato questo meeting per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Un plauso particolare va all’amico Socciarelli il quale si è prodigato per la buona riuscita di questa manifestazione alla quale partecipano personaggi di spicco della nostra cultura. Soltanto per citarne alcuni, mi fa sommo piacere rincontrare amici quali Melchiorre, Colapietra, Fulvio D’Amore, che io mi onoro di conoscere personalmente perché in un recente passato hanno contribuito ad arricchire il mio nutrito Catalogo di Abruzzesistica di alcune pregevoli opere sulla storiografia abruzzese.



Ed ora entro nel tema che è all’oggetto di questo incontro: il brigantaggio postunitario. A tale proposito vorrei ricordare che ho pubblicato sul tema una dozzina di opere, quindi sono bene introdotto ed edotto sul brigantaggio, non fosse altro che per essere stato il primo editore abruzzese a cimentarsi nella ricerca di un periodo forse il più difficile della nostra storia nazionale. Una dozzina di libri da me pubblicati sul brigantaggio abruzzese sono tanti, ma se questo è stato possibile un motivo c’è. E quale? Presto detto: perché il brigantaggio nell’editoria tira bene, come usa dirsi. Forse anche perché di questo fenomeno, che resta uno dei più controversi della storia italiana del secondo Ottocento, finora in Abruzzo se n’era parlato poco e, escludendo il Prof. Colapietra, sempre attento alle tematiche concernenti la nostra regione, rari sono stati gli altri scrittori che hanno trattato questo argomento.  E allora perché tanto interesse? Secondo me è sorto in tutti noi il desiderio di saperne di più, come voler colmare un vuoto che ristagnava da molto tempo, perché, siamo sinceri, agli italiani sui fatti che portarono alla unificazione della penisola, non è mai stata detta tutta la verità.
 


Bisogna pur dire che in altri tempi il brigantaggio ebbe ragioni politiche e nazionalistiche (i valori del Risorgimento erano indiscussi), a prova di qualsiasi considerazione che non fosse quella di risvegliare in noi il senso della nazione come retaggio nazional-culturale, ed era normale dire tutto il male possibile sul brigantaggio, mentre sarebbe stato più giusto trovare la spiegazione nella estrema povertà ed ignoranza di quelle popolazioni e darne un giudizio più equo e non così drastico. Ma, purtroppo, così non è stato. Ai Savoia non conveniva parlarne; troppi i misfatti, gli eccidi uniti ad una crudeltà che mai ci si sarebbe aspettato di trovare in quelle truppe baldanzose scese dal Nord a liberare i “fratelli” del Sud oppressi dai Borboni. Bisognava tacere e seppellire sotto una cappa di piombo le nefandezze e le crudeltà di un sistema apparso subito come repressivo e illiberale.
La ribellione alle angherie dei Piemontesi venne dal popolo e non dalla borghesia. Ma chi erano davvero i briganti? Perche furono bollati con un epiteto così infame, da farli apparire come dei criminali incalliti e degni delle patrie galere? Ma è comprensibile: i governanti dell’epoca avevano tutto l’interesse a connotare la figura del ribelle come un criminale piuttosto che un normale cittadino resistente ad un regime di occupazione. Era evidente lo scopo di screditarlo, isolandolo così dal contesto sociale. Anche per rassicurare l’opinione pubblica del nord, ma massimamente la stampa francese e inglese che aveva avuto sentore di quel che stava accadendo nell’Italia meridionale.  E' qui vennero a formarsi delle vere e proprie bande composte da ex soldati del disciolto esercito borbonico. Erano composte da pastori, braccianti, contadini. A dir la verità, ad essi si unirono anche alcuni uomini che si erano macchiati di delitti contro il patrimonio o ricercati perché avevano patito soprusi e ingiustizie da parte della borghesia dominante. Ma questi non furono la maggioranza.
Ancora oggi la figura del brigante continua a vivere nella leggenda e nelle tradizioni locali. Nella immaginazione popolare i valori tradizionali, quali la famiglia e la religione sono autentici tasselli da non sottovalutare, e l’attaccamento alla propria terra d’origine è un valore sacrosanto delle genti del sud. Perché il territorio gli appartiene, è solo suo, e quel campicello, quasi un piccolo feudo ereditato dopo tanti anni di duro lavoro va difeso a tutti i costi anche con il sacrificio della propria vita.
Vi sono alcuni paesi in Abruzzo (e citerò tra tutti Secinaro, paesino non lontano da qui) in cui d’estate per la gioia dei pochi turisti la figura del brigante viene rappresentata con immagini folcloristiche che sanno molto di fede antica e che vogliono dimostrare il profondo legame che univa il brigante alla propria terra. Queste rappresentazioni si acquistano forma nelle parodie in cui la figura del brigante acquisisce il ruolo di un uomo valoroso e coraggioso e il finale della parodia non è difficile da indovinare: alla fine le parti si invertono ed è sempre il soldato del Nord a soccombere, in quanto tiranno e oppressore. Come si vede, il tempo non ha cancellato dalla memoria le vecchie e ataviche reminiscenze.
 


Da ambo le parti , purtroppo, si verificarono eccidi e lo sterminio reciproco divenne lecito, anche se necessario, ha scritto qualcuno! Le popolazioni del sud mal si adattarono al nuovo ordine venuto dal Nord. Fu lo scontro fu tra due diverse culture o per meglio dire fra due mentalità contrapposte. La reazione popolare fu spontanea, ma mancò purtroppo una classe dirigente che sapesse guidarla e coordinarla o magari meglio rassicurarla sulle buono intenzioni dell’occupante all’inizio manifestate. Si stima che le bande sparse sui monti siano state circa 400, tra piccole e grandi. Carmine Donatelli detto Crocco ne capeggiò una formata da mille uomini coi quali assalì, espugnandola, una cittadina come Melfi malgrado l’eroica difesa di una Guardia Nazionale bene organizzata. Alcune raggiunsero la ragguardevole cifra di 300/400 componenti
Da noi in Abruzzo le bande di briganti furono poco numerose: 6/10 elementi al massimo, ma diedero anch’esse del filo da torcere alle truppe piemontesi. E non si pensi che ci sia stato un coordinamento unitario tra di loro perché ogni banda agiva per proprio conto.
Il limite di sopravvivenza era regolato dalla bravura e spesso dal valore dei capi, scelti tra quegli ex-soldati del disciolto esercito borbonico, usi ad operare militarmente a stretto contatto della natura accidentata che da sola, offriva qualche possibilità di sopravvivenza negli scontri a viso aperto. E qui l’opera generosa della natura, le montagne con gli anfratti, i nascondigli e l’ambiente accidentato si rivelarono una manna per i briganti. Un ausilio non di poco conto se solo si consideri che dovettero combattere ad armi impari. Davanti ai moderni fucili dei Piemontesi nulla potevano i vecchi e arrugginiti fucili a schioppo. A volte ai moderni fucili si contrapponevano addirittura le roncole e i forconi dei contadini resistenti! Le uccisioni in massa dei briganti e di quelli solo sospettati di fiancheggiamento furono numerose. Esecuzioni sommarie, distruzioni sistematiche di villaggi, una vera e propria persecuzione verso popolazioni colpevoli solo di aver dato ricetto a qualche povero cristo braccato senza pietà.
 


Purtroppo la storia vera dei briganti è stata raccontata in modo distorto. Come succede spesso quando a raccontarla sono i vincitori. Vae victis (Guai ai vinti) dicevano i Romani. E la storia che ci hanno propinato nei libri di scuola è stata diversa da come si è svolta. Ma oggi che l’Unità è compiuta, possiamo raccontarla con obiettività e scrivere come veramente i fatti sono accaduti. E’ venuto finalmente il momento in cui è doveroso riabilitare la figura dei briganti, che sono poi, tout court, i nostri antenati! Perché l’elemento da cui bisogna partire è l’elemento diretto, cioè la fonte.  Gli Archivi di Stato e quelli delle nostre Diocesi e dei Comuni abbondano di atti processuali sul brigantaggio, dai quali è possibile trarre le documentazioni che ci aiutano a ricostruire i fatti e ad analizzare tutto quel che accadde nelle nostre contrade abruzzesi, fin nei piccoli paesi, nell’epoca successiva alla unificazione, specificamente negli anni che vanno dal 1860 al 1865, e giudicare con serena obiettività.
Quanti dolori, quante ingiustizie patite raccontano quegli antichi documenti polverosi, ingialliti dal trascorrere degli anni! E’ difficile per un abruzzese ammettere che quel che è scritto, spesso a torto, possa riguardare un parente, una persona che porta il nostro stesso cognome!  Sangue del nostro sangue. Ingiustizie consumate nel nome di uno stato di diritto che non ebbe nessuna pietà nel condannare persone innocenti. Si arrestarono i vagabondi senza fissa dimora, i fiancheggiatori, spesso gli stessi famigliari dei briganti e vennero fucilati senza un regolare processo, senza una prova di colpevolezza. Tra gli orrori commessi è raccapricciante la decapitazione dei ribelli catturati. Le loro teste mozzate venivano appese alle porte dei villaggi e qui lasciate vermificare per vari giorni, mostrate come trofei, quale monito di esempio e dissuasione.
Ogni brutalità fu permessa, giustificata e legalizzata da una legge che si chiamò Legge Pica, ideata, ahimé, da un deputato di tal nome, per giunta abruzzese, anzi, aquilano, per ironia della sorte! Questa legge aveva lo scopo di reprimere il fenomeno del brigantaggio con mezzi che oggi noi definiremmo hitleriani. Una legge crudele alla quale venne dato un valore giuridico a fronte di una repressione manu militari. Anche un semplice sospetto veniva punito con l’arrresto.
Non mancarono nemmeno rappresaglie feroci contro gli abitanti di alcuni villaggi che avevano manifestato o preso parte ad alcuni atti di ribellione. Citerò tra tutti, due paesi, in provincia di Benevento, Pontelandolfo e Casalduni che furono incendiati e rasi al suolo dalle truppe del Gen. Cialdini. La maggior parte degli abitanti venne uccisa indiscriminatamente. Molte furono le donne e i bambini massacrati. I morti accertati furono più di mille. Un autentico delitto contro l’umanità, scrisse un autorevole giornale del Mezzogiorno. La stampa estera dell’epoca definì l’eccidio una azione barbarica alla maniera degli Unni di Attila. Una nuova Marzabotto, insomma!
Un’altra pagina vergognosa e ignota ai più è quella delle prigioni dove vennero rinchiusi i prigionieri fatti a Gaeta dopo la capitolazione di quella fortezza, nonché i condannati dai tribunali militari per indisciplina e per renitenza alla leva. Imbarcati a Napoli su vecchie carrette del mare, laceri e affamati, vennero rinchiusi nelle carceri del Nord, dove furono pochi quelli che sopravvissero alla fame e agli stenti della prigionia. Tra quelle carceri famigerate e di triste memoria va ricordata in particolare la fortezza di Fenestrelle, un paesino del Piemonte, situato a circa 1200 metri di altezza. Solo pochi superstiti tornarono da quella specie di lager dove, i morti si contarono a decine di migliaia. Erano così tanti i decessi a Fenestrelle che le Autorità non potendo disfarsi dei corpi per mancanza di spazio, e non esistendo ancora i forni crematori di là da venire, li dissolvevano in una enorme cisterna piena di calce viva situata all’ingresso della fortezza.
 


Diciamoci la verità: la nostra fu una unificazione forzata, quasi una “necessità”, ha scritto Giorgio Bocca, che venne a modificare i costumi, le usanze di gente abituata a vivere la propria vita all’insegna delle tradizioni che avevano alla base quei cosiddetti valori che li contraddistinguevano da gente nuova venuta dal Nord e che parlava una strana lingua!  Da non sottovalutare poi il carattere religioso di quella gente. Esso fu sempre presente nelle loro manifestazioni. Molti furono i preti e i frati che capeggiarono la rivolta popolare portando in processione statue di santi, madonne e altri vessilli religiosi. Pur conoscendo la sorte a loro riservata in caso di cattura essi non esitarono a rischiare la propria vita in difesa della religione minacciata, secondo loro, da quei soldati senza Dio.
Il nuovo ordine sociale instaurò la leva obbligatoria che nei primi anni dell’unità durava ben otto anni!| Pensate ad un ragazzo di venti anni, spesso unico sostegno di una famiglia poverissima, refrattario ad ogni disciplina, strappato alla famiglia e trasferito al Nord per un così lungo periodo di tempo! Non c’è da meravigliarsi se tornato a casa in licenza preferisse darsi alla macchia in montagna “piuttostoché rientrare nelle fredde caserme del Piemonte o della Lombardia!
E qui mi corre l’obbligo di fare un paragone: nella seconda guerra mondiale, dopo la caduta del fascismo, molti giovani fecero lo stesso: fuggirono sulle montagne a combattere fascisti e tedeschi. Essi furono chiamati “resistenti” ovvero uomini della Resistenza o. se preferite, partigiani. Ma lungi da noi l’idea di chiamarli briganti!
Ecco un dato statistico molto significativo: alla prima chiamata alle armi si presentarono ai distretti solo 20.000 giovani sui 75.000 previsti. Ben 55.000 ragazzi furono renitenti e diventarono dei fuorilegge! Si impiegarono circa 120.000 soldati per poter debellare la rivolta negli anni che vanno dal 1860 al 1865. Anche un distaccamento di truppe ungheresi partecipò alla repressione. Qualcuno racconta che questo reparto si distinse per le sue crudeltà! E furono 5 anni di martirio per le popolazioni del sud. Anche l’esercito piemontese ebbe a subire perdite non indifferenti. Si calcola che i caduti del Regio Esercito fossero più di quelli caduti nelle precedenti guerre di indipendenza. Forse questa è una esagerazione, ma all’opposto quelli dei ribelli o dei briganti, come li chiamarono, furono molti, ma molti di più. Qualcuno ha azzardato circa trecentomila! Sarà, ma la cifra, secondo me è alquanto esagerata.



Termina qui la mia considerazione. Cosa dire di più? La storiografia ufficiale, scritta e condizionata da chi aveva in mano le leve del potere, aveva tutto l’interesse ad interpretare la ribellione popolare delle genti del sud come un insieme di fatti criminali commessi da uomini di bassa estrazione sociale definiti ingiustamente con l’appellativo di briganti. Ma ora la storia, che è maestra di vita, ci riconsegna quel periodo che tutti noi vorremmo dimenticare, sotto un’altra veste. Finalmente, a centocinquanta anni dalla Unità d’Italia, la gente del Sud sta recuperando la propria identità, ed i soprusi, le vessazioni, la resistenza all’esercito occupante venuto dal nord, equivale ad un riscatto morale vero e proprio. Emerge così l’orgoglio dei propri antenati etichettati ingiustamente come dei criminali. Fu così enorme il danno che quei soldati del nord inflissero alle genti del sud, che, ancora oggi, è semplicemente vergognoso che non se ne faccia cenno nei libri di storia. Da parte mia, buon italiano, orgoglioso dei valori del Risorgimento, vorrei che nelle pagine dei libri di storia ad uso delle nuove generazioni la parola “brigante” venisse sostituita con quella di “resistente” o “insorgente” come si usa definire oggi un cittadino che si ribella ad un sistema ritenuto oppressivo e liberticida. E’ davvero inconcepibile che, ancora oggi, molti documenti, conservati nei nostri Archivi di Stato e comunali, vengano “nascosti” alle nuove generazioni dei “media”, che hanno tutto il diritto di conoscere l’altra verità, e non soltanto quella cosiddetta “ufficiale” che è sempre di parte e controversa.  La revisione storica si impone ora più che mai, ad ogni costo, non fosse altro che per rendere giustizia alla prepotenza subita da intere popolazioni del centro-sud d’Italia.
E qui concludo con una frase molto bella, non mia, ma molto significativa, apparsa nel sottotitolo di un libro di fresca edizione, che recita: “gli italiani del Nord hanno fatto tutto questo perché gli italiani del Sud diventassero MERIDIONALI”.
Grazie.
 


* Intervento tenuto dall'editore Adelmo Polla al Convegno dal titolo "Una Unità, 150 anni di giudizi, riflessioni e rivalutazioni", tenutosi il 2 giugno 2010 a Cerchio e organizzato dall'Associazione di Promozione Sociale "Circulum".

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A 150 anni dall'unità

A 150 anni dall'unità d'Italia sarebbe bello unificare anche il valore di tutti coloro che persero la vita nelle varie "guerre civili" degli ultimi 150 anni. Unificare il valore dei morti:  miltari di vari eserciti, partigiani, briganti, fascisti. Tutti combatterono per qualche ragione, la maggior parte per ragioni ideali o almeno per ragioni che loro ritenevano giuste. Onore a tutti i morti che combatterono per l?italia, sia quelli che persero sia quelli che vinsero.


Sarebbe bello che il Il Presidente Napolitano riconoscesse questo e così finirebbe una querelle nazionale che non giova a nessuno.


Zero Branco

Tutto vero, tutto giusto

Tutto vero, tutto giusto quello quello narrato. Una sola cosa da segnalare.


Si chiede il Polla come mai i "nostri" nella storeografia ufficiale vengono definiti briganti e non insorgenti o partigiani?


Semplice. Ai partigianio dell'ultima guerra arrivarono gli alleati e vinsero la guerra, i "nostri" gli alleati li aspettarono inultilmente, persora la battaglia e vennero definiti spregiativamente briganti.

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