Caraibi

Parte III

L'"uomo-persona" non condanna il mondo naturale e non costruisce eremi o monasteri lontani dal mondo per liberare lo "spirito" dalla coercizione, ma domina quanto si oppone alla sua volontà buona, realizzando, così, se stesso e un mondo morale: l'atto libero è, per questo, creatore della personalità ed esso si esercita tra una quantità di atti meccanici, in mezzo al tumulto delle passioni, senza sottrarsi alle leggi della causalità del nostro organismo corporeo, contrastando tutti i fattori negativi dell'ambiente naturale e umano e, trionfando su queste situazioni di coercizione, tende al Bene. Per questo la coercizione postula la libertà come la libertà postula la coercizione: in questa dialettica si svolge la volontà dell'uomo: le azioni libere, perciò, nelle quali la nostra "persona" annulla, superandola, la coercizione, rappresentano una vittoria del nostro io su tutti i meccanismi creati dalla vita stessa(35). Agli imperativi kantiani preferiamo quello di Rosmini (che abbiamo scelto, perché in questo campo egli connette la morale al diritto: riv. pp. 186/187) che così è stato formulato: "Segui il lume della ragione; segui l'idea dell'essere in quanto è la misura di ogni entità; segui e riconosci praticamente l'ordine dell'essere, l'ordine degli enti"; ossia il diverso loro valore: così solamente la "persona" può perseguire il fine dell'azione morale, che è il "Bene", infatti il "Bene" perfeziona il soggetto perché questi aderisce all'"ordine dell'essere", lo riconosce, lo vuole, lo realizza nell'ordine suo e in questo riconoscimento trova la propria felicità e, mentre persegue questo fine, costruisce il suo "carattere": in ciò consiste la "personalità", infatti la "personalità" cresce e degenera di continuo nelle azioni che l'uomo compie e quanto più queste azioni si conformano al valore del "Bene" tanto più la "persona" acquista e conquista il proprio carattere, che in greco significa proprio "conio" o "impronta", dunque quel "carattere" di quella determinata persona che si distingue per il suo stile di vita, per il suo saper "rispettare l'ordine dell'essere", per la sua capacità di crearsi la sua "personalità": come vediamo anche dal punto di vista della "volontà" la persona è in condizione di arricchirsi, di sapersi educare, di saper diventare "personalità".

    Ma la "persona", per essere tale non è solamente "ragione" e "volontà"; è anche "sentimento" e quando parliamo di sentimento non vogliamo entrare nella classificazione di tutti gli elementi costitutivi di questo mondo emotivo dell'uomo secondo i trattati di psicologia; visto che anche sotto questo aspetto dobbiamo indicare la differenza tra "persona" e "personalità", ci riferiamo senz'altro al "sentimento estetico". Se vogliamo cogliere ciò che si definisce come "sentimento estetico", dobbiamo pensare che esso non sorge come pura esigenza della volontà attiva (perché nella volontà si fonda -come abbiamo detto- la moralità), né come pura esigenza della  curiositas razionale  (su cui si fonda la scienza): fatte queste due distinzioni non ci resta che intendere il "sentimento estetico" come attività della vita spirituale che ha la sua scaturigine specifica nella realtà sentimentale del soggetto; infatti quando Leopardi si ritrova nella misteriosa solitudine del luogo che gli sta di fronte ed avverte lo stormir delle fronde e il flusso della realtà naturale che lo circonda e in cui gli è dolce naufragar non fa altro che esplodere nel canto :"Sempre caro mi fu quest'ermo colle": e questa non è né ricerca razionale e né agire pratico del Leopardi, ma è solamente commozione estetica in presenza di un certo sentimento, al quale si dà appunto la denominazione di "sentimento del bello"; nella particolare situazione del Leopardi non ci si trova di fronte ad una commozione o, per meglio dire, di fronte ad una reazione affettiva di particolare intensità circoscritta nell'ambito della sfera psicofisiologica e somatica: su questo punto di mera eccitazione graduale dei nervi ottici, tattici o auditivi noi incontreremo sempre e puramente ciò che è piacevole o utile (e non ciò che è bello) e, quindi, ciò che può essere spiegato con il metodo delle "scienze esatte": sotto questo profilo Leopardi avrebbe visto solo con gli occhi e udito con le orecchie, perché i diversi organi di senso avvertono separatamente senza poter stabilire una relazione e l'altra  tra le sensazioni, mentre è l'anima che dà unità e armonia a tutto il sentito: nella contemplazione di quel paesaggio Leopardi non ha solamente visto e sentito, come il vedere e il sentire di tutti, ma ha dato a ciò che gli hanno comunicato i sensi della vista e dell'udito un suo volto, una sua voce, una sua  espressione universale tanto che chiunque legge e si sprofonda nel suo canto vive certe emozioni che esaltano tutta la vita spirituale: in ciò consiste la comunicazione estetica che in Leopardi si è manifestata come creazione artistica e a chi legge suscita un senso di partecipazione alla vita e alla gioia che ha provato l'artista: in Leopardi, dunque, si rileva un atteggiamento creativo, attivo e veramente costruttivo e nei lettori del suo canto si sveglia e si sente l'emozione estetica o si vive l'impressione suscitata da questa opera d'arte: in questo atto creativo e in queste emozioni estetiche sta la differenza fra ciò che appartiene al mondo dell'anima, della spiritualità e ciò che, invece, appartiene al mondo psicofisiologico e, così, nell'esame del fenomeno estetico il filosofo crea l'estetica e lo scienziato, indagando solo nel mondo degli istinti e delle emozioni (verificabili e sperimentabili con il metodo delle "scienze esatte") crea un particolare settore della "scienza". 
Dunque parlando di sentimento estetico noi parliamo di quella attività dello spirito umano che esprime "emozioni estetiche": anche di questo mondo la "persona" persegue un "ideale" o un valore e, precisamente, quello del "Bello". Nel perseguimento di questo ideale l'umanità si ritrova, nella sua tradizione, tutti quei "beni" della civiltà che si nomano "beni estetici": ora se noi questi "beni" li guardiamo dal punto di vista dei soggetti che li hanno prodotti, non possiamo non rilevare che i loro nomi sono scritti nel grande libro della tradizione artistica come i "geni" dell'arte, come "personalità" che hanno, ciascuna, un inconfondibile "carattere": questi "geni" sotto la spinta del "sentimento" hanno mirato a realizzare il "Bello" e le loro opere sono come un monumentum aere perennius, come disse Orazio quando si rivolse agli "oggetti" della sua produzione artistica: dunque gli artisti aspirando al "Bello" hanno creato la loro "personalità": senza questa specifica attività, essi sarebbero rimasti, tutt'al più, come "persone", ma siccome queste "persone" si sono innalzate nel mondo metastorico del "Bello", siccome hanno realizzato "opere belle", si sono trasformate in "personalità" in una continua tensione creativa; proprio in virtù di questo spirito creativo le loro opere sono lì, a disposizione di chi non crea il "bello", ma di chi, contemplando il "bello" vuole provare "emozioni estetiche e, per questo, vuole vivere in comunione spirituale con i creatori di arte e, per questa via, tende ad arricchire ed a formare la sua "persona" e, quindi, intende compiere un altro cammino che è pure quello della conquista della "personalità". Un pedagogista del secolo scorso (che se ne intendeva di "formazione" e di "educazione") esprime questo concetto con il termine tedesco "Bildung"; la Bildung, egli ripete in tutti i suoi scritti, è l'atto mediante il quale l'energia spirituale incorporata nei "beni" di cultura e divenuta in essi quasi latente si sprigiona di nuovo a contatto con un'anima: "il medesimo principio -egli scrive- che una volta fu vivo nell'uomo durante la produzione di questi sistemi culturali, si fa nuovamente valere, viene rimesso in attività, quando un uomo nella cui struttura specifica esso domina si accosta a questi beni. Il bene di cultura risuona per così dire la nota, cui reagiscono soltanto quelle corde di un'anima, che sono state accordate sulla medesima nota"(36).
   Come vediamo i prodotti del "sentimento" o guardati dal punto di vista del soggetto creatore o dal punto di vista oggettivo delle opere costituenti i "beni" della civiltà, non possono non innalzare la "persona" verso il mondo del "Bello" e, quindi, non possono non essere fattori di "formazione" e di "educazione" e, quindi, di sviluppo della  "personalità".
    Noi abbiamo parlato separatamente di queste facoltà della "persona" (ragione, volontà e sentimento),  ma a questo punto dobbiamo avvertire che in ciascuna attività (scienziato, uomo d'azione o creatore d'arte) non vi è una sola "parte" dell'uomo, perché l'essere umano è una "totalità" e non una "fetta" di se stesso o una somma di "parti", è, invece, l'essere umano che si presenta integralmente in ogni sua attività, per cui lo scienziato che cerca il "vero" opera prevalentemente con la "ragione", ma non potrebbe compiere la sua opera senza la forza della volontà e senza provare  il "sentimento del "bello" di fronte alle meraviglie delle sue scoperte e, così, per ogni altra attività. Dunque l'uomo è sempre quella "struttura" di cui parla il biologo, ma "struttura" che comprende anche gli elementi costitutivi della "persona" (ragione, volontà e sentimento) e, per di più, "organismo dinamico", cioè "organismo" che si sviluppa e si perfeziona in vista dei valori metastorici del Vero", del "Bene" e del "Bello" tanto da presentarsi come "personalità": insomma l'essere umano è quella "struttura" che ha come elementi costitutivi tutti quelli di ordine fisiobiologico e quelli che lo caratterizzano come "persona" (ragione, volontà e sentimenti), proiettata verso il mondo dei valori culturali per costruirsi come "personalità" Se questi sono gli elementi costitutivi di questa "struttura" (specifica dell'essere umano), noi non possiamo escluderne nessuno fin da quando essa si presenta come "embrione umano", altrimenti avremmo la "struttura" di un'altra "cosa" o un "nulla" -come abbiamo dimostrato seguendo il metodo delle "scienze esatte" inserite nell'ambito dello "strutturalismo-: dunque noi dobbiamo pensare, seguendo queste dottrine, ad un "organismo" costituito da tutti quegli elementi, che, nella sua evoluzione (perché è "dinamico") appaiono e si manifestano nel susseguirsi delle sue fasi evolutive e si perfezionano nel suo essere "persona" e si potenziano nel suo elevarsi a "personalità": da qui la "dignità" dell'embrione umano, della "persona" e della "personalità" da rispettare secondo l'imperativo morale rosminiano ("Riconosci l'essere nel suo ordine") e da tutelare secondo quella "legge eterna di giustizia" (riv.pag. 191) che si concretizza nelle norme di ogni diritto positivo.
    Dopo aver analizzato la "struttura" dell'embrione secondo il suo "statuto ontologico" sotto il profilo scientifico, prima e, poi, sotto il profilo speculativo dell'antropologia filosofica, dobbiamo ora esaminare il suo rapporto con l'etica, prima e con il diritto, poi; tutto ciò perché l'essere-embrione-uomo postula, necessariamente, il dovere di rispetto e l'obbligo della tutela.

    Qui, perciò dobbiamo chiedersi: che cos'è l'etica? e quale etica nel nostro tempo di esaltazione della "scienza e della tecnica?.
    Quando si parla di etica, nel nostro tempo, non si può prescindere dallo "spirito del tempo" (cioè di questa epoca) e, quindi, da quelle tendenze filosofico-culturali di cui abbiamo parlato (riv. capitolo 1, pp. 10/16, 22/23; capitolo 2, pp.42/50 e 53/82)  quando ci siamo riferiti alla "secolarizzazione", al "neopositivismo" all'"esistenzialismo ateo", al "pragmatismo", al "marxismo" e al "neoidealismo"; in questo clima culturale non c'è spazio (o ce n'è troppo poco) per le tematiche metafisico-filosofiche dell'etica; quindi c'è spazio solo per un "relativismo etico" che esclude l'assolutezza della morale (come "normatività estrinseca") e che pone l'accento solo nella "esigenza immanente" di assicurare le condizioni di vita dell'uomo in sé e della società e, cioè, di assicurare il mantenimento e l'accrescimento della vita nelle sue forme specifiche e progressive: qui si avverte l'eco delle affermazioni di Protagora secondo cui l'"uomo è misura di tutte le cose"; per questo l'etica, in senso lato (come filosofia della pratica) include tutte le sue determinazioni e comporta tutti i valori che comunque si possono riferire al volere e all'azione dell'uomo e si specifica, poi, in "etica soggettiva" (che si sostanzia nel riferimento del volere, dell'azione al soggetto che vuole e che agisce solo nel dovere "suo") e in "etica intersoggettiva" (che assume il volere del "soggetto" all'espressione di altri voleri e di altre azioni instaurando una correlazione); per cui, nel primo caso, ci si riferisce alla morale e, nel secondo caso, al "diritto". 
 
Fatta questa precisazione, nella dottrina della secolarizzazione, che dichiara la "morte di Dio", tutto è rimesso nelle mani del cosiddetto "uomo adulto", per cui "ogni discorso etico privo di riferimento al tempo e al luogo manca di concreta autorevolezza...al posto del decreto di Dio si tratterebbe della nostra scelta"(37); L. Wittgenstein, che dette un contributo fondamentale al neopositivismo, trasferisce tutta la materia dell'etica nella "regione della mistica", per cui egli afferma che "su ciò di cui non si può parlare si deve tacere", però, poco prima, ha appena scritto:"ma v'è dell'ineffabile-Esso mostra sé, è il Mistero"(38): qui appare evidente l'estromissione delle proposizioni non verificabili nell'esperienza del "sapere" scientifico. Per l'esistenzialista Sartre l'uomo è "sovrano" e questa sovranità si estende su tutti gli uomini: così egli dimostra(39), per cui nella sua speculazione non vi è posto per le attività spirituali, infatti perfino la "morale" è attività interamente pratica: è la morale per quel gruppo e il gruppo non è altro che "una totalità che si detotalizza": insomma la sua dialettica si sviluppa dal "nulla" verso il "nulla" e in questo sviluppo l'uomo si presenta come bestia feroce(40); insomma l'uomo è un "organismo pratico" che progetta un'azione futura per produrre un cambiamento nell'uomo e nella società e, a tal fine, gli uomini non sono altro che progettanti; in questo progettare si presenta come primo stadio dell'etica la lotta contro il male: bisogna distruggere il male, questo è il supremo imperativo: qui l'azione umana assume la struttura di violenza per rispondere alla violenza degli altri e, per questo, l'uomo nel suo progettare deve continuamente scegliere e le sue scelte  non sono altro  che tappe del suo processo di autodivinizzazione: ma così cadono la fede, l'io Trascendente, la religione e ogni forma di "moralità"; questo è nichilismo e anarchismo che escludono ogni idea di "bene" come fine della moralità, perché ciò che vale è solo l'azione "violenta". Il pragmatismo, che finalizza l'attività del pensiero al "fare" nel campo della morale si presenta come migliorismo: Dewey è il rappresentante più autorevole del pragmatismo; egli è stato definito "filosofo dello sviluppo": lo sviluppo, per Dewey, è "l'unico fine morale...cioè l'unico fine del buon vivere"; questo movimento (dello "sviluppo") è definito da Dewey come "sviluppo universale", "sviluppo continuo" e, quindi, miglioramento dell'esperienza: se lo sviluppo è "l'unico fine morale", esso è -per lo stesso filosofo-  "continuo organizzarsi, ricostruirsi, trasformarsi": ma in vista di quale scopo? Per quali valori? Dewey non si pone questi interrogativi o, meglio, se se li pone, guarda il "movimento" e lo "sviluppo" sub specie generationis, per  cui "in una considerazione limitata al movimento d'azione collettivo verso un risultato futuro, esso non comprende né fini, né intenti, né valori ai quali un buon vivere si riferisce"(41): da qui si rileva la limitatezza del pensiero di Dewey quando non accetta valori assoluti trascendenti. Il marxismo, per parte sua, come abbiamo già visto, elimina dalla sua dottrina non solo la religione, ma anche la "morale", perché considera queste "forme" come soprastrutture, destinate ad essere collocate nel museo della storia, al momento della realizzazione dello "Stato socialista" e, poi, in una dottrina fondata sulla "Materia" non è facile ricavare le forme spirituali della vita dell'essere umano o, se prova a ricavarle, esse non sono altro che manifestazioni della Materia (come la "bile" è secrezione del fegato); questa nota relativistica nel campo dell'etica si ritrova anche nel pensiero di B. Croce, quando, storicamente, intende il male come "il bene stesso, visto alla luce del meglio"; né è immune dal relativismo il pensiero di Gentile, per il quale i valori si fondano nell'atto della nostra autocoscienza, cioè in un "processo storico speculativo": nel processo che si attua nella dialettica dello Spirito che si fa e che diviene, in cui tutto si risolve nella Filosofia di G. Gentile come Filosofia dello Spirito come atto puro; per cui e in Croce e in Gentile ci si trova di fronte ad un monismo immanentistico, in cui scompare "questo" uomo con tutti i suoi problemi del pensare e dell'agire. In questo nostro tempo, in cui abbiamo visto il trionfo delle predette dottrine, i cui riflessi si fanno ancora sentire ai giorni nostri, trovano fondamento tutte le tesi, scientifiche e filosofiche, secondo cui non è male considerare l'embrione umano come una "cosa", non è un male la "manipolazione genetica", non è un male "produrre", "far vivere artificialmente" e "distruggere" gli embrioni stessi, perché essi servono a salvare vite umane, a far fronte alle "patologie" che resistono alle terapie chirurgico-farmacologiche, insomma non è male applicare le scoperte della scienza alla vita umana, per cui sono consentite le biotecnologie nel campo della procreazione (Fiv, Fivet, GIFT: riv. prec. pp. 160/161); non sarebbe un male tutto ciò, nonostante i rischi e i pericoli che gli stessi scienziati non hanno esitato a mettere in evidenza: uno di questi è il prof. Carlo Flamigni(42), il quale, nel suo libro La procreazione assistita, non esita ad affermare che "le ragioni degli insuccessi delle tecniche di procreazione assistita sono numerose" e questo comporta che la loro "peggiore complicazione è la delusione, esperienza altrettanto frequente quanto sgradevole"; quelle tecniche, infatti, si caratterizzano "per il fatto di non essere molto generose in materia di risultati", infatti egli espressamente parla del "modesto statuto scientifico che sta alle spalle di molte tecniche proposte per la procreazione assistita" e, poi, passa a specificare i rischi che si corrono nell'uso di alcune tecniche, infatti egli ricorda che l'iperstimolazione ovarica sulla donna -preliminare a qualsiasi operazione di Fiv- è "una sindrome pericolosa perfino per la vita", cioè "una complicanza abbastanza pericolosa", perché "l'ovaio cresce in modo anomalo fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone. 
 
Successivamente e soprattutto se l'iperstimolazione è grave, si forma un'ascite e compaiono raccolte di liquido nella cavità e nel pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talché esiste addirittura un rischio di vita nel casi più sfortunati" e, poi, afferma chiaramente che "una complicazione molto frequente è anche una gravidanza tubarica...altre complicazioni possono conseguire all'anestesia, alla laparoscopia e al prelievo degli ovociti, che può essere causa di una lesione vascolare o della rottura di una cisti endometriosica misconosciuta"; quindi riconosce che "le gravidanze multiple...sono in effetti una complicazione sgradevole e, talora, pericolosa"; enumera, poi, questi eventi gravi: bambini che muoiono in pancia, bambini che muoiono quando sono prossimi alla nascita, bambini che hanno bisogno di terapie intensive per mesi e mesi, conseguenze fisiche e psicologiche per la donna; quanto, poi, ai rischi che corrono i bambini nati con la tecnica Icsi (Intra-Cytoplasmatic Sperm Iniection), afferma che "resta il  dubbio relativo alla possibile comparsa di un'anomalia tardiva - pensiamo soprattutto a malattie di tipo degenerativo riguardanti il sistema nervoso e i muscoli- dubbio che riguarda anche i nati da Fivet"; è, poi, il caso di riferire il giudizio che il prof. Flamigni esprime su talune tecniche che "potrebbero essere causa di malconformazioni nei bambini con vari meccanismi", egli cita, per esempio, "la fecondazione da parte di spermatozoi atipici, gli effetti citotossici e teratogeni di alcuni reagenti e di varie manipolazioni", per cui afferma che "sembra giustificato il timore di un aumento di malconformazioni fetali"; quanto, poi, alla crioconservazione degli ovociti il prof. Flamigni spiega che "su cento embrioni crioconservati circa trenta muoiono nella fase di scongelamento" e tra quelli sopravvissuti "alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata, cosa che  non esclude il loro trasferimento"; a questo proposito in una intervista chiarisce che "un uovo è una cellula molto grande, che può soffrire nel congelamento, quindi il timore è quello della nascita di bambini imperfetti": dunque la  "scienza" presenta non pochi aspetti di incertezza e di pericolosità. E il prof. Flamigni non è il solo a denunciare aspetti negativi della procreazione assistita, infatti lo psicologo J. Galli, esaminando il trauma che si determina nel caso in cui il figlio desiderato non arrivi affatto, spiega che "il protrarsi della circolarità fallimento-illusione-aspettativa, incentiva il ripetersi di fare e può determinare una patologia da trauma ripetuto, con pesanti ripercussioni sull'intero equilibrio psichico"; anche l'OMS , nel 1994, raccomandò di porre un limite al numero dei cicli cui sottoporre la donna, perché "la Fiv e le tecnologie relative hanno provocato problemi di salute pubblica, legali ed etici, la maggior parte dei quali rimangono irrisolti...(per cui) i governi dovranno prendere in considerazione la limitazione del numero di trattamenti Fiv per singola donna". Il prof. Boncinelli (di cui abbiamo parlato nella precedente pagina 164), riferendosi alla questione etica ("se l'uomo sia un fine"..."oppure non sia altro che un oggetto, un mezzo, una macchina") e alle forme più moderate di detta questione, quella, cioè, secondo cui stabilire "una soglia convenzionale e oltre la quale non è consentito intervenire sulla nuova vita" (mediante la manipolazione genetica), così conclude: "l'idea che l'uomo sia una macchina non è un'idea scientifica, né scientificamente dimostrabile, come ho cercato di mettere in luce in un recente libro. Essa è espressione di una metafisica meccanicistica e materialistica che può ben accompagnarsi alla prassi scientifica ma non ne è affatto il necessario complemento" (la sottolineatura è nostra)..."se dal punto di vista biologico, non c'è discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre, resta soltanto il dilemma etico (la sottolineatura è nostra): qual è il destino dell'uomo e quale destino vogliamo costruirci? Chi pensa che l'embrione sia un di materia, non può non pensare che l'individuo adulto sia un di materia, e, quindi, non può vedere ostacoli a farne uso come di una macchina. Perciò il confronto è tra diverse concezioni dell'uomo e del suo posto nel mondo".

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35 - Abbiamo svolto più ampiamente questi concetti nel nostro lavoro De homine, dattiloscritto in attesa di pubblicazione, pp. 551/597.
36 - G. Kerschenstein, cfr. Ax, p. 68 (Ax=L'assioma fondamentale del processo formativo e le sue conseguenze per l'organizzazione scolastica: vdr. in M. Laeng, Kerschensteiner, La Scuola ed. -Brescia- 1959, pp. 29 e 79/80.
37 - D. Bonhoeffer, Ethik, Ed. Bethge, Kaiser, München, 1949, pp. 286 e 294: vdr, in I. Mancini, Bonhoeffer, Vallecchi ed.-Firenze- 1969, pp. 198 e 201.
38 - L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, a cura di G. Conte, Ed. CDE, SpA -Milano- 1994- n°6522, pag. 197.
39 -  J. P. Sartre, Critique de la Raison dialectique, Libraire Gallinard, Parigi: vdr. nell'ed. it. di P. Caruso,  Critica della ragione dialettica, Ed. Il Saggiatore-Milano-1963- vdr. in D. Di Nicola, De homine, op. cit. pp.364/372.
40 - J. P. Sartre, op. cit. p. 221.
41 - S. Hook, Iohn Dewey, Philosopher of Growth  in 42 - C. Flamigni, vdr. il suo libro La procreazione assistita, edito dall'Ed. Il Mulino nel 2002.

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