Caraibi

Il culto di San Berardo attraverso le fonti medievali

di Adelmo Polla
 
Antiche fonti agiografiche ci hanno tramandato scarne notizie sulla vita e le opere di San Berardo, senz’altro il più illuminato, per non dire noto, tra i vescovi che governarono la diocesi dei Marsi. Ma non si può parlare di San Berardo senza citare papa Pasquale II che contribuì alle sue fortune, e governò in un periodo tra i più difficili della storia della Chiesa. Tanti furono i contrasti, le ribellioni, gli antipapi che si contrapposero tra il papato e l’impero che ebbe per antagonista  Enrico IV imperatore del Sacro Romano Impero. Di riflesso anche il nostro Berardo venne coinvolto nei disordini e nelle turbolenze al punto di essere imprigionato e perseguitato, come vedremo in seguito.
Ma la Marsica, per merito di Berardo e  delle sue ascendenze verso il sommo pontefice, ebbe il suo momento di splendore, non tanto per la famosa Bolla denominata “Bolla di Pasquale II” , che metteva un po’ di ordine nelle Chiese marsicane, ma, in particolare per il decreto che Sanciva, per la prima volta, ufficialmente, i confini della Diocesi dei Marsi. In una mappa in mio possesso, edita a cura di Pietro Sella, “Le Diocesi d’Italia” – Aprutium – Molisium – Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, i confini sono ben definiti e, a beneficio dei lettori, vale la pena riportarli come ci vennero tramandati dall’Ughelli nella “Italia Sacra” per la parte che ci riguarda nella traduzione di Ilio Di Iorio:
«Questi confini da Torre Ferraria giungono a Capo Carriti, indi per la via di Marso fino a Plostello della Valle Putrida, per la terra di Feresca, per Argatone, per la terra di Camno, per la terra di Formella, da lì al Mulino Vecchio, da lì a Forca di Aura per la terra di Vivo, per la terra di Troia, da lì a Pascolo Canale, da lì a Penna dell’Imperatore per la terra di Cervara, da lì a San Brizio per Forca di Oricola, da lì ad Arco San Giorgio, per il fiume di RiSana, per le torri di Ofrano, per Scalelle, per Tufo del fiume, per Treponto, da lì a Volpe Morta, per Bocca di Teba, per Campo di Pezza, per rivo dei Gamberi, per la Terra di Candida, per Venetrino, e ritornano a Forca Ferrati».
 
E che non ci fossero dubbi o violazioni o errate attribuzioni da parte di malintenzionati Pasquale II decreta solennemente che “dentro questi confini qualunque castello, qualunque villa, qualunque gente, qualunque chiesa vi si trovi sono, o in futuro saranno, sotto il governo vescovile “tuo” e dei “tuoi” successori e ne dipendano. Tutti quelli devono a noi i diritti vescovili, sia nelle ordinazioni dei chierici e nelle consacrazioni delle chiese, sia nel reddito delle decime e delle oblazioni, sia nella correzione di quelli che delinquono.
Dopo queste premesse è doveroso tornare al nostro Berardo, vescovo pescinese, e da questo ai Berardi, la famiglia di provenienza, che da alcuni documenti a noi pervenuti, scesero in Italia dalla Francia al seguito degli eserciti francesi guidati dai successori di Carlo Magno e che avevano acquisito il loro potere a merito delle loro imprese guerresche. Il capostipite, chiamato Berardo “il francese” per via della sua nazionalità, ebbe il privilegio di essere molto prolifico. I discendenti misero al mondo molti figli e si sparsero dappertutto, in varie parti dell’Abruzzo. Li troviamo, infatti, a Penne, a Sulmona, Rieti, oltre che nella Marsica dove si stabilì il nucleo principale della famiglia acquisendo il titolo di Conti dei Marsi.
Come detto, essi si riprodussero con facilità e di conseguenza la moltiplicazione dei Berardi contribuì non poco all’accrescimento delle loro proprietà e feudi in ogni parte della zona circostante il lago Fucino. Il nostro Berardo, però, nacque a Colli di Monte Bove, da Berardo 24° conte della famiglia (questo la dice lunga sulla prolificità della famiglia dai lunghi tentacoli come una piovra) e, ultimo di tre fratelli, come d’uso a quei tempi, venne avviato alla carriera ecclesiastica. A 10 anni, entrò nel monastero di Santa Sabina a San Benedetto dei Marsi, l’antica Marruvio, ormai decaduta a semplice borgata di pescatori.
Il bambino venne particolarmente seguito dal vescovo Pandolfo, il quale ebbe una cura particolare verso quel rampollo di nobile famiglia che dimostrava una intelligenza non comune e dopo tre anni di permanenza nel monastero di San Sabina, venne trasferito in quello di Montecassino, dove, sotto la guida di un monaco cieco, ma molto saggio, di nome Paolo, studiò la grammatica e la retorica e si affermò nello studio delle materie classiche, oltre che in diritto e teologia.
 
Dice il cronista che “questo giovane di nobile stirpe, era amante della umiltà, della castità e della ponderatezza, conservava l’autocontrollo quando veniva ingiuriato dai nemici, dominava la libidine e  per conservare la sua castità si teneva lontano da qualsiasi donna. Era caritatevole e servizievole cogli ospiti, assiduo nelle letture di cose religiose e riteneva grave colpa se al primo suono della campanella, di giorno e di notte, fosse stato  l’ultimo ad alzarsi. Tutte le notti trascorreva nella lettura e, a parte le letture religiose, metteva una attenzione tutta particolare alle dottrine che regolavano la vita del buon vivere civile, oltremodo necessarie in quel travagliato periodo della nostra storia”.
La fama di questo giovane prodigio crebbe e giunse fino alle orecchie del papa che lo chiamò in Curia a Roma dove giunse alla età di 21 anni. Giovane, bello, dotto e preparato in ogni materia, ma in particolare nelle cose attinenti il governo della chiesa,  meravigliò tutti i cardinali che erano ammessi alla mensa del papa e vi venne invitato di diritto al pari di quegli alti dignitari.
Anzi si dice che il papa, dopo averlo sentito parlare, comandò che gli venisse assegnato un posto al suo fianco e dopo averlo interrogato su vari argomenti ne rimase fortemente impressionato.
E ne aveva ben donde il papa di giovani di siffatto talento! Si può ben immaginare quali fossero le condizioni delle popolazioni marsicane in quel travagliato periodo della nostra storia. Gente di pochi scrupoli aveva messo in giro la notizia che fosse imminente la fine del mondo. Non pochi furono quelli che avevano predisposto in anticipo le loro sepolture. Moltissimi quelli che avevano lasciato i loro beni materiali alla Chiesa nella speranza di guadagnarsi il paradiso. Le proprietà materiali in cambio della propria anima. La Chiesa trasse enorme vantaggio da questo baratto e le Diocesi divennero più ricche.
Ma quel che preoccupava di più i vescovi dell’epoca  era il degrado sociale e le perversioni e gli abusi dei vari signorotti locali i quali avevano potere di vita e di morte sulle popolazioni inermi. Gli stessi conventi non erano immuni dalla corruzione e rimanevano fuori dalla potestà dei vescovi che non avevano alcun potere davanti alla mancanza di ogni disciplina all’interno delle mura di questi monasteri che pure dipendevano dalla autorità ecclesiastica. Non era insolito veder convivere all’interno di essi coppie di monaci con figli e amanti.
  In questo difficile ambiente ebbe ad operare il nostro Berardo: non era facile imporsi sullo strapotere dei vari prìncipi, conti e baroni che opprimevano con ogni mezzo di coercizione e di soprusi la povera gente. Fu allora che papa Pasquale II non trovò di meglio che, dopo averlo nominato suddiacono (aveva solo 21 anni),  lo nominò amministratore delle terre che la corte papale possedeva nella Campagna Romana. Compito non facile: bisognava amministrare anche la giustizia, difendere la povera gente dalle prepotenze dei vari signorotti locali  e punire con fermezza i malfattori.
Questo comportamento si scontrò con gli interessi dei tirannelli locali che mal sopportavano questo giovane amministratore così intraprendente e poco incline ai compromessi e alla corruzione.
 
Visto che Berardo era sordo ad ogni minaccia, il più prepotente tra quei tiranni, il principe Pietro Colonna, che più degli altri possedeva proprietà alla periferia dell’Urbe, e che aveva usurpato vari possedimenti di proprietà della Chiesa, una notte dell’anno 1108, non trovò di meglio che assalire la casa dell’amministratore pontificio e dopo averlo malmenato, lo trasse prigioniero nella sua proprietà di Castel San Pietro Romano, nelle vicinanze di Preneste. Qui lo gettò in una cisterna senz’acqua dove altri religiosi prigionieri languivano e morivano di fame.
La notizia di Berardo prigioniero del Colonna giunse presto presso la corte papale e da qui rimbalzo oltre i confini, fin nel vicino Abruzzo dove vivevano i suoi conSanguinei. Dopo varie consultazioni tra gli appartenenti a quel nobile casato , saltò fuori un cugino di nome Giovanni che abitava in un castello di Petrella Salto, nella valle di Nerfa, che si offrì di liberarlo. E, travestitosi da mendicante, si diresse verso Preneste alla ricerca di un modo qualsiasi per poterlo liberare. Dopo avere ispezionato le mura della città e averne individuato un varco, penetrò all’interno e dopo avere mendicato porta a porta, riuscì a trovare la cisterna dove languiva Berardo e fatti i suoi calcoli, decise di tornarvi nelle ore notturne. Giunta la notte, fiducioso nell’aiuto divino, riuscì a calare una fune nella cisterna e trarne fuori Berardo senza che alcuno se né accorgesse.
Tornato a Roma Berardo, libero, il papa pensò fosse inopportuno rispedirlo a Cisterna, e lo nominò vescovo della Diocesi dei Marsi. Correva l’anno 1109 e Berardo, aveva solo 30 anni. In quel tempo la Diocesi dei Marsi era amministrata da un vescovo “anomalo”, diremmo oggi; si chiamava Siginolfo e governava da ben 17 anni la diocesi su mandato di un principe chiamato Gilberto, il quale difendeva piuttosto i suoi interessi che quelli della Chiesa. Minacce di scomunica partite da Roma all’indirizzo di quel vescovo usurpatore non avevano sortito alcun effetto. Era giunto, per la Curia romana, il momento di regolare la situazione divenuta oramai insostenibile. Intanto il tiranno Siginolfo era morto da qualche tempo e si erano create, quindi, le condizioni per il ritorno alla legalità.
Nel viaggio che Berardo fece da Roma alla Marsica si racconta di un miracolo da lui operato in località Quadranella, sotto il paese di Celano. Il sasso sul quale si era seduto per riposare si modellò conformemente alla persona del Santo vescovo. Negli anni seguenti la gente accorreva a pregare sul “sasso di San Berardo” che, a detta di molti, aveva la facoltà di Sanare ogni male. Quella grossa pietra è rimasta a Quadranella per molti secoli. Solo verso la fine dell’800 è stata asportata durante i lavori di allargamento della Via Tiburtina.
La situazione nella diocesi dei Marsi era molto difficile, in particolare all’interno dei monasteri e Berardo ebbe il suo da fare per debellare particolarmente il problema della simonia. Chierici e laici compravano e rivendevano i beni della Chiesa come se fossero proprietà proprie. Molti monaci, invece di vivere all’interno dei conventi, vivevano in case private assieme a donne e figli. Spesso queste vivevano assieme ai monaci perfino all’interno dei monasteri e gli scandali non si contavano. Estirpare queste brutture non fu facile e spesso Berardo ebbe a temere per la propria vita. I prepotenti signorotti mal sopportavano l’impegno del Santo vescovo nella riforma dei costumi e nel rispetto delle regole sia all’interno dei monasteri che presso la popolazione della diocesi. Furono molti gli ostacoli che Berardo dovette superare, tale era la fermezza nel gestire la sua autorità pastorale; in particolare i tentativi da parte dei tirannelli locali decisi ad allontanarlo ad ogni costo dalla sede della sua diocesi. A volte vi riuscirono e Berardo dovette fuggire per salvare la pelle, ma sempre ritornò incurante delle persecuzioni. Aveva il popolo dalla sua parte dal quale si sentiva protetto. Viaggiò in lungo e in largo nei paesi intorno al Lago Fucino. Ovunque portò la sua parola di speranza e di redenzione.
 
Predisse esattamente la sua morte avvenuta il 3 novembre dell’anno 1130: cinque giorni prima nella chiesa di San Sabina alla presenza di una folla di fedeli giunti da ogni parte della Marsica, predicò:  “l’anno venturo direte che il tre novembre ricorre l’anniversario della morte di Berardo vescovo dei Marsi”. E così avvenne. Morì alla età di 51 anni e venne tumulato nella chiesa di San Sabina. Una moltitudine di gente venuta da tutta la Marsica volle accompagnarlo alla estrema dimora. Si racconta che per lungo tempo dalla sua tomba emanasse un forte profumo. Tanti furono i miracoli da lui operati che la Chiesa lo innalzò nel novero dei Santi.
Dal 1130 fino al 1361 le reliquie rimasero a San Benedetto, poi, a causa di terremoti e inondazioni varie causate dalla vicinanza del lago Fucino, le spoglie vennero traslocate a Pescina dall’allora vescovo Mons. Colli e quì sistemate in via provvisoria nella chiesa di San Maria del Popolo, detta anche “della Porta”, in attesa di essere ritraslate nella vecchia sede ricostruita di San Sabina. Ma, per decisione dei vescovi che si succedettero alla Diocesi pescinese negli anni a seguire,  le spoglie di San Berardo non tornarono più in quel di San Benedetto. Anzi, la devozione verso San Berardo crebbe sempre di più nell’animo dei Pescinesi al punto che nell’anno 1570 si iniziò la costruzione di una Chiesa a lui dedicata. I lavori terminarono nel 1596.
La consacrazione avvenne dieci anni dopo ad opera del vescovo dell’epoca, Mons. Peretti.
La fede e l’attaccamento dei Pescinesi a San Berardo è fortissima. La stessa Confraternita sopravvive da secoli ed è operante malgrado l’incedere di una vertiginosa crescita di materialismo. La tradizione religiosa è pur sempre viva e ciò gli fa onore. Sono questi i valori che contraddistinguono una comunità, la gente semplice e comune, quella più Sana che dà prova di coraggio, è il caso di dire, nel mezzo di un’epoca che sta perdendo, poco per volta, la propria identità spirituale. E Dio sa quanto oggi ce ne sia bisogno.




 
 

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