Dall’opera inedita “Le confessioni religiose nello Stato di diritto italiano”
Perché la procreazione fra etica e diritto? E' la prima domanda che ci poniamo, perché, da un lato, la risposta ad essa rientra nell'ambito delle tematiche che abbiamo affrontate nei capitoli precedenti e, precisamente, di quelle relative al "fenomeno religione" considerato in rapporto all'ordinamento giuridico dello Stato di diritto italiano e perché l'ordinamento giuridico si pone in rapporto dialettico con l'etica e, dall'altro, perché il problema della procreazione è fondamentale in una visione religiosa del mondo; per di più sappiamo che la procreazione è un capitolo della genetica, che è scienza biologica che si occupa dei meccanismi della trasmissione dei caratteri ereditari nelle varie specie animali e vegetali; se teniamo conto dei notevoli progressi compiuti da questa scienza in questi ultimi anni e, in particolare, delle scoperte nel campo della biologia molecolare, dell'ingegneria genetica e della chimica biologica, dobbiamo riconoscere che proprio questi sviluppi hanno posto l'uomo del tempo della scienza e della tecnica di fronte a gravi rischi della sua esistenza, fra i quali quello della manipolazione genetica: se così è, la procreazione umana non può non suscitare interessi di riflessione da parte del giurista, del teologo e del moralista, oltre che degli studiosi delle stesse scienze biologiche: "Gli interventi di ingegneria genetica -afferma J. Habermas- non sono...svincolati dal modo in cui ci concepiamo persone morali, né in qualità di programmatori né in qualità di programmati, giuridicamente ed eticamente non possiamo (ed altri non possono, per noi) operare distinzioni tra ciò che merita e ciò che non merita di essere vissuto. I rischi di un allevamento razziale e selettivo dell'uomo e quello di una perdita dell'identità morale sono connessi dunque agli sviluppi di una genetica liberale" (1) Dietro questi sintetici concetti non è difficile intravedere gli sbocchi, pericolosi per la vita umana, di una manipolazione genetica incontrollata.
Vediamo come la scienza sia giunta a questo punto di "crisi" per l'essere umano. Dobbiamo, a questo punto, conoscere la situazione attuale e, con un rapido excursus a ritroso, conoscere le tappe fondamentali dei progressi compiuti dalla biologa: così ci sarà possibile conoscere i termini del problema; a questo proposito scrive Antiseri: "G. Devoto ha recentemente affermato:
Oggi sono piuttosto avanzati gli studi sulla struttura di importanti regioni del genoma umano, come quelli che comprendono i geni delle globine, gli oncogeni, i geni dello sviluppo, i geni della specificità tissutale, quelli della risposta immune e numerosi altri, le cui alterazioni sono causa di malattie ereditarie. La clonazione di geni di quest'ultimo gruppo ha permesso la disponibilità di sonde impiegate nella diagnostica ordinaria o in quella prenatale, aprendo la via anche alla terapia genetica (è noto l'interesse scientifico -con tutti i problemi conseguenti nei campi dell'etica e del diritto- sulle cellule staminali, di cui daremo qualche cenno). Come vediamo non sono trascorsi molti anni dalla scoperta del DNA e la Biologia molecolare davvero incomincia ora a dare i suoi frutti; gli studi più recenti si incentrano soprattutto sulle tematiche più idonee per intervenire sulle cellule somatiche umane per introdurvi il gene giusto, quello capace di fabbricare la proteina che manca, riparando, così, il guasto naturale. Ma il processo è tutt'altro che semplice. Non sappiamo ancora in che modo il nuovo gene, entrando nella cellula, sconvolga il DNA: il processo -secondo alcuni ricercatori- è in gran parte indeterministico, casuale. A livello delle cellule germinali, poi, il discorso è ancor più delicato, come vedremo tra breve.
Negli interventi sugli animali possiamo scartare i prodotti sbagliati; ma nell'uomo quali potrebbero essere le conseguenze sotto il profilo bio-fisiologico, psicologico ed etico-giuridico? Nel campo della procreazione (in vitro o assistita) sappiamo che nel 1959 si dava l'annuncio del primo bimbo concepito per inseminazione artificiale e nel 1979 nasceva Louise Brown, la prima bambina che è stata concepita in vitro, il cui embrione fu trasferito nell'utero della madre e qui si sviluppò fino al parto e, così, dopo di questa, altre tecniche si sono andate diffondendo nel mondo: la tecnica dei trapianti degli organi, la tecnica del prelievo e del trapianto di tessuti fetali umani e, poi, tutte le tecniche delle manipolazioni genetiche fino alle più recenti sperimentazioni sugli embrioni e, nel campo della Biologia molecolare, la diagnosi intrauterina delle malattie genetiche, il controllo e la determinazione del sesso, i molti interventi genetici a scopo di terapia e di ricerca, la fecondazione in vitro, l'embryo-transfer e i trapianti dei geni: in quest'ultimo campo sono note le distinzioni tra Fivet (fecondazione in vitro ed embryo-transfer) procreativa e la Fiv (fecondazione in vitro) sperimentativa: nel primo caso si è in presenza della procreazione umana e nel secondo della sperimentazione sull'embione precoce: la Fiv può orientarsi o verso la fecondazione in vitro ricercata intenzionalmente per avere a disposizione embrioni precoci da sottoporre a sperimentazione o verso la Fivet procreativa che, dopo la selezione degli embrioni da trasferire in utero, comporta la presenza di embrioni residui sui quali è possibile la sperimentazione.
La Fivet, poi, si distingue in Fivet omologa e in Fivet eterologa (nel matrimonio, con la presenza attiva del donatore del seme o di donatrice di ovulo per una coppia di sposi, e fuori del matrimonio, come nel caso della donna nubile o vedova), questa tecnica richiede una serie di interventi: prelievo dei gameti e lavorazione di essi, messa in vitro, fusione di essi, cultura in vitro e trasferimento dell'embrione nell'utero. In virtù di altre scoperte, nel campo della genetica, si è giunti anche ad un'altra tecnica, la GIFT (Gametes Intra Falloppian Transfer), consistente nella fecondazione artificiale intracorporea ottenuta mediante l'inserimento nella tuba di Falloppio degli ovociti insieme agli spermatozoi. E, per rimanere nel campo della genetica, non possiamo dimenticare tutte quelle scoperte che, applicate alla medicina, hanno dato luogo a tecniche diagnostiche che consentono diagnosi prenatali; si tratta di metodologie ormai diffuse: pensiamo, per esempio, alla ultrosonografia (mezzo di visualizzazione del feto), alla placentocentesi o alla fetoscopia (che permette la visione diretta del feto mediante un endoscopio introdotto nel sacco amniotico per via transaddominale o anche transcervicale), all'amniocentesi (che permette di ottenere i prodotti o cellule fetali) o alla biopsia dei villi coriali ( quale mezzo per avere materia fetale tra la nona e la undicesima settimana di gestazione): i fini di queste ricerche sono noti e vanno dalla ricerca, alla prevenzione e alla cura delle malattie genetiche e fino alla assicurazione di una vita di "qualità".
Abbiamo accennato anche alle manipolazioni genetiche e alle sperimentazioni sugli embrioni; a tal proposito riteniamo opportuno accennare alle più recenti scoperte in questi campi: * Ø la scoperta della doppia elica del DNA ha determinato il passaggio- come abbiamo già visto- dalla Genetica classica alla Genetica molecolare: siamo, così, nel campo specifico delle manipolazioni dell'embrione, specialmente in fase precoce e, quindi, delle ricordate Fivet, Fiv e GIFT, ma soprattutto nel settore della conoscenza della struttura chimico-fisica del DNA e della creazione delle tecnologie per interventi che riguardano il materiale genetico; insomma l'ingegneria genetica è l'insieme delle tecniche con cui si possono dare ad una cellula caratteristiche genetiche che altrimenti non avrebbe. Nel 1953 H. C. Crick e J. D. Watson hanno evidenziato il modulo strutturale e funzionale del DNA: queste ricerche si collocano nel filone delle ricerche scientifiche che va dal ricordato G. I. Mendel, da T. H. Morgan (che colloca il "fattore ereditario" nei cromosomi), da H. J. Müller (che trova quel "fattore" stesso nei geni) a Beadle e Tatun (che individuano il medesimo "fattore" nei geni la cui funzione è il controllo della formazione di un enzima) ad Avrey e a Crick e Watson, il primo dei quali scopre il DNA che controlla lo sviluppo di determinate strutture cellulari e gli ultimi due scoprono il DNA che costituisce la molecola fondamentale dell'ereditarietà e il modello strutturale e funzionale della "doppia elica". Secondo queste ultime teorie la cellula umana è fornita di un nucleo interno nel quale è racchiusa la "informazione genetica": essa, in particolare è contenuta in corpi (cromosomi) aventi forma di bastoncini. Nei cromosomi vi è un solo tipo di sostanza che è alla base di trasmissione e di manifestazione di tutti i caratteri ereditari; tale sostanza è definita come "nucleotide" e comprende uno zucchero: il desossiribosio (nel DNA) e il ribosio (nell'RNA), un fosfato e quattro tipi di basi azotate: adenina (A), guanina (G), citosina (C) e timina (T): nell'RNA al posto della timina vi è l'uracile (U). Nella molecola del DNA vi sono due filamenti complementari appaiati (perché A si appaia solo con T e G solo con C) in modo da formare una "doppia elica"; da questa struttura della molecola dipende anche la sua funzione biologica, consistente nella duplicazione del corredo genetico, nella despiralizzazione e nella costituzione di un nuovo filamento e, così, si spiega la trasmissione dei geni da una generazione all'altra: la funzione * Ø specifica dei geni consiste nel controllare le sintesi di una proteina (le proteine hanno funzioni diverse: enzimatica, strutturale, ormonale). Le proteine sono costituite da 20 tipi di aminoacidi. Le quattro basi azotate (A-C-G-T) sono come un "alfabeto", la cui combinazione forma un "codice" che contiene una informazione genetica. Attraverso il codice genetico è, oggi, tecnicamente possibile la conoscenza dettagliata di ogni gene che sia stato identificato; attualmente si conoscono più di 800 geni di circa 100.000 che formano il corredo genetico dell'uomo. Con questa conoscenza è stata aperta la strada all'isolamento dei geni, alla costruzione di essi, alla moltiplicazione, all'inserimento nelle cellule, all'esame delle funzioni specifiche e alla trasportazione da un essere vivente all'altro; nasce, così, l'ingegneria genetica con le relative tecniche (microiniezioni, fusione cellulare e DNA ricombinante) e biotecnologie in vari campi ( farmaceutico, diagnostico, terapeutico) che hanno aperto nuove prospettive di manipolazione genetica dell'embrione umano non solo a scopi terapeutici e clinici, ma anche a scopi di ricerca: è appena il caso di ricordare che i campi di ricerca più interessanti in questi studi sono quelli di individuare eventuali errori genetici per correggerli, ma anche quelli dell'individuazione del sesso e, perfino, della determinazione di esso: i mezzi audiovisivi dettero comunicazione (il 6-8-1994) della scoperta (da parte di una ricercatrice italiana) del DSS ( si tratta della scoperta del quarto gene che determina la differenziazione del sesso: in Inghilterra e negli USA ne erano stati scoperti 3), per cui fin dal concepimento si può determinare il sesso del nascituro; oltre a queste manipolazioni, la scoperta consente anche la cura della sterilità e dell'ermafroditismo. * Ø Qui non possiamo, poi, dimenticare il progetto "Gemona", sostenuto dal Premio Nobel Renato Dulbecco: in questo progetto la ricerca è concentrata nello studio di centomila geni, composti da 3 miliardi di basi; è, questo, un vastissimo campo da esplorare per cercare le basi dell'ereditarietà e per scoprire le cause delle malattie e delle predisposizioni ad esse dell'uomo; in questo campo le conoscenze sono ancora limitate, ma la forza della scienza, con l'impiego di sofisticati computer e con l'utilizzo di rilevanti fondi di investimento da parte di un migliaio di ricercatori, procede, senza esitazione, per penetrare nel mistero della vita umana: la ricerca, per questo, avanza nei meccanismi profondi della Biologia, della Chimica biologica e in campi contigui non solo per soddisfare la "curiositas" dell'essere umano (scienza per la scienza), ma anche per padroneggiare i vari meccanismi ed offrire alla tecnica medica i mezzi per curare le cause delle malattie e non più la sindrome di esse e anche per creare in laboratorio esseri viventi secondo i progetti dei ricercatori (pensiamo alla creazione, in laboratorio, di topi giganti o "topi transgenici" da parte di R. Brinster e di R. Palmiter con la iniezione nelle cellule fecondate di topi di numerose copie del gene che codifica l'ormone della crescita del ratto).
Siamo alla vigilia della creazione, nel campo umano, di "geni" o di "mostri": da qui la "crisi" e l'"inquietudine" di scienziati, di filosofi, di teologi, di giuristi e di moralisti. * Ø Riteniamo necessario, qui, riferire sull'indagine scientifica sulla "cellula staminale": che cos'è la cellula staminale? Per rispondere a questa domanda non possiamo non pensare alla natura, alla struttura e alla funzione di quell'unità di base degli organismi viventi, che venne osservata, per la prima volta, in sottili sezioni di sughero -nel 1665- dall'inglese R. Hooke; da questa data inizia il cammino della ricerca scientifica su quest'"unità di base", che porta allo specificarsi di una scienza, verso la metà dell'800, che prende in nome di Citologia o di Biologia cellulare; lo specificarsi di questa scienza è l'occasione anche dell'invenzione di strumenti necessari in questa disciplina che vanno dal microscopio al microscopio elettronico e, poi, al microtomo, che sono alla base della messa a punto di tecniche di colorazioni particolari (interessanti solo una determinata parte della cellula), di coloranti radioattivi e di sistemi di centrifugazione (detti anche gradienti di densità) per la separazione di molecole e di strutture cellulari diverse e che hanno consentito di approfondire la conoscenza della struttura di queste "unità di base" con la scoperta del "nucleo" di esse: era, questa, una conoscenza ancora incompleta della cellula, per cui la scienza, in questo campo, non si arresta, infatti è del 1953 che il fisico-biologo inglese, F. Crick e il biochimico statunitense J. D. Watson scoprono -come abbiamo detto- in questo nucleo il DNA o acido disossiribonucleico presente in tutte le cellule, come portatore di informazione genetica. Fermo restando quanto abbiamo già ricordato sul DNA, qui dobbiamo dire che dagli studi più approfonditi del DNA si è arrivati alla conoscenza della natura, della struttura e della funzione delle cellule staminali; che cosa sta a significare questa aggettivazione della cellula? Se ci riferiamo all'etimologia di questo aggettivo possiamo incominciare ad avere, intanto, una facile intuizione della definizione scientifica di ciò che è "cellula staminale": staminale deriva dal greco "stèmon" che significa "ordito", "trama del telaio verticale", da cui, a sua volta, deriva il temine latino stamen, che assume, prima di tutto, il significato del greco stèmon e, per traslato, quello di filo attorno al fuso e, nella proposizione "filare delle Parche", quello di "filo della vita"; da questa intuizione sviluppatasi sull'etimologia del termine possiamo, senza difficoltà, arrivare alla comprensione della definizione scientifica di "cellula staminale". Una definizione di cellula staminale espressa in forma chiara e semplice è questa: le cellule staminali sono cellule immature, cellule neonate non specializzate e potenzialmente in grado di svilupparsi in alcuni tipi di tessuti o addirittura di dare origine a qualsiasi tipo di tessuto; dunque cellule intese proprio come "filo della vita"; * Ø da questa definizione semplice, ci è facile, poi, accedere a quella più scientifica espressa in forma simbolica dal prof. Boncinelli, uno dei più autorevoli genetisti italiani; questo scienziato le chiama "cellule bambine", perché la loro caratteristica è quella di non avere caratteristiche particolari e di poter, quindi, dare origine a qualunque genere di tessuto e di organo; queste "cellule bambine" sono, dunque, i capostipiti dei duecento e più tipi diversi di cellule di cui è costituito il nostro corpo; esse durante le sviluppo fetale, attraverso stadi successivi di divisione e di differenziazioni, danno vita (ecco ricomparire il "filo della vita") a linee cellulari sempre più specializzate che al termine del processo avranno assunto ciascuna la sua specifica funzione: cellule del fegato, delle ossa, muscolari, del sangue ecc., ognuna con una sua identità definitiva e immutabile: da qui la definizione di "staminali" come "cellule pluripotenti", appunto perché esse possono diventare moltissime cose, in contrapposizione alle altre cellule, che una volta specializzate non si possono adattare in un'altra funzione. Da questa definizione di Edoardo Boncinelli possiamo passare a quella più tecnico-scientifica presentata dalla "Pontificia Accademia per la vita" nella recente "Dichiarazione sulla produzione, sull'uso scientifico e terapeutico delle cellule staminali embrionali umane" del 24-8-2000, che così recita: "Una definizione comunemente accettata delle , anche se alcuni aspetti richiedono un maggior approfondimento, è quello di una cellula che ha due caratteristiche: 1) la capacità di auto-rinnovamento illimitato o prolungato, cioè di riprodursi a lungo senza differenziarsi; 2) la capacità di dare origine a cellule progenitrici di transito, con capacità proliferativa limitata, dalle quali discendono popolazioni di cellule altamente differenziate (nervose, muscolari, ematiche ecc.).
Da circa 30 anni queste cellule hanno costituito un ampio campo di ricerca sia in tessuti adulti, sia in tessuti embrionali e in colture in vitro di cellule staminali embrionali di animali da esperimento". Tenuto conto della caratteristica di svilupparsi, le cellule staminali si distinguono in cellule totipotenti (capacità di trasformarsi in qualsiasi tipo di tessuto), in cellule pluripotenti (che si trasformano solo in alcuni tipi di tessuti) e cellule unipotenti (che possono dar luogo a un solo tipo cellulare): queste cellule possono essere impiegate a scopo terapeutico; per questo, nei giorni nostri, l'attenzione degli scienziati e del pubblico in generale è rivolta, in particolare, alla produzione di cellule staminali umane proprio perché esse, specialmente quelle "totipotenti", sono in grado di formare qualsiasi tessuto, suscitando la speranza di applicazioni cliniche: per esempio, riparazione del tessuto cardiaco danneggiato dall'infarto, cura del morbo di parkinson o dell'Alzeimer, di una forma di diabete, di immunonodeficienze congenite e di molte malattie croniche e degenerative, aprendo, così, una nuova strada alla terapia con la "specifica terapia genica": per esempio, con la produzione di cellule del midollo osseo per curare il cancro e di cellule epatiche per la terapia di patologie del fegato, senza il rischio che il trapianto venga rigettato; in questo campo, perciò, si è posta l'attenzione allo studio dei principali tipi di cellule staminali: a seconda della fonte da cui vengono prelevate, possiamo così sintetizzare questi tipi di cellule: * Ø cellule staminali embrionali eterologhe: derivano dalla regione interna dell'embrione prima che si impianti nella parete dell'utero. Si moltiplicano con grande facilità e sono in grado di dare origine a tutti i tipi di cellule presenti nell'organismo. Possono essere isolate dall'embrione nelle primissime fasi dello sviluppo e coltivate in provetta. Teoricamente da poche decine di cellule è possibile ottenerne centinaia di milioni. Sono stati messi a punto metodi di coltivazione che permettono di trasformare quelle cellule primitive in diversi tipi di cellule nervose e in cellule progenitrici di sangue; * Ø cellule staminali autologhe: sono isolate dopo che il nucleo di una cellula somatica adulta viene trasferito in una cellula uovo privata del suo nucleo. Si ottengono, così, cellule dotate dello stesso patrimonio genetico del donatore e possono essere trapiantate senza rischio di rigetto. Questa tecnica è stata chiamata clonazione terapeutica; * Ø cellule staminali fetali: sono derivate da aborti e il loro uso equivale a quello di organi da cadavere. Sono pluripotenti, ma i pochi studi finora disponibili non permettono di trarre conclusioni definitive sulla loro capacità di dare luogo a diversi tessuti; * Ø cellule staminali di cordone ombelicale: teoricamente permettono di creare banche di cellule personalizzate per ciascun neonato, una riserva biologica da utilizzare anche a distanza di decenni per curare malattie.
Ad oggi questo tipo di cellule si è dimostrato in grado di dare origine solo a cellule del sangue, mentre è inesplorata la capacità di generare altri tessuti. * Ø cellule staminali da adulto: provvedono al mantenimento di tessuti e alla loro riparazione in seguito ad un danno. Fino a pochi anni fa si sosteneva che fossero specializzate nel generare cellule mature tipiche del tessuto in cui risiedono, ma studi recenti, molti dei quali condotti in Italia, hanno dimostrato che queste cellule sono molto più versatili di quanto si credesse. (1) Habermas, intervista: vdr. in Intermnet:http://www.consigliodirittigenetici.org./new/ (2) -D. Antiseri, I fondamenti epistemologici del lavoro interdisciplinare, A. Armando ed. -Roma- 1972, pp. 9 e 17.
nuovo2asLa "Dichiarazione della Pontificia Accademica per la vita" ricorda il vantaggio "per una terapia efficace di tante patologie" (riportando i giudizi di alcuni noti scienziati dei nostri giorni) e conclude così: "Tutti i progressi e i risultati raggiunti nel campo delle cellule staminali dell'adulto (ASC) lasciano, dunque, intravedere non soltanto la loro grande plasticità, ma anche la loro ampia possibilità di prestazioni, verosimilmente non diversa da quelle delle cellule staminali embionali (ES), dato che la plasticità dipende in gran parte da un controllo genetico, il quale potrebbe essere riprogrammato. Ovviamente, non è ancora possibile porre a confronto i risultati terapeutici ottenuti e ottenibili utilizzando le cellule staminali embrionali e le cellule staminali adulte. Per le seconde sono già in corso, da parte di varie ditte farmaceutiche, delle sperimentazioni cliniche che lasciano intravedere buoni successi e aprono serie speranze per un futuro più o meno prossimo. Per le prime, che se vari approcci sperimentali danno segnali positivi, la loro applicazione in campo clinico -proprio per i gravi problemi etici e legali connessi- richiede una seria riconsiderazione e un grande senso di responsabilità davanti alla dignità di ogni essere umano". Queste preoccupazioni di ordine etico, oltre che le perplessità di carattere scientifico di cui abbiamo fatto cenno, sono quelle che dividono il mondo scientifico e che turbano la coscienza religiosa come l'hanno turbata le tecnologie della Fivet procreativa, della Fiv, della GIFT, di cui abbiamo già parlato, per cui la coscienza religiosa non ha esitato ad affermare che l'embrione umano non è una "cosa", ma l'insieme degli elementi costitutivi dell'essere umano -come vedremo qui di seguito- per cui l'embrione umano va apprezzato nella sua "dignità" di "vita umana" e, come tale, va difeso; così anche nel caso delle cellule staminali il Magistero della Chiesa si è posto le seguenti domande: I. "E' moralmente lecito procedere e/o utilizzare embrioni umani viventi per la preparazione di cellule staminali embrionali umane"? II. "E' moralmente lecito eseguire la cosiddetta clonazione terapeutica attraverso la produzione di embrioni umani e la loro successiva distruzione per la produzione di cellule staminali embrionali umane"? III. E' moralmente lecito utilizzare le cellule staminali embrionali umane e le cellule differenziate da quelle ottenute, eventualmente fornite da altri ricercatori e reperibile in commercio?" La risposta a queste domande è assolutamente negativa, come meglio vedremo quando, qui di seguito, prenderemo in esame lo statuto ontologico dell'embrione umano; ma prima dobbiamo concludere con l'esposizione degli elementi scientifici con riferimento anche e, soprattutto, al problema della clonazione; la clonazione è una tecnica mediante la quale si ottiene un individuo geneticamente identico al progenitore con l'utilizzo di cloni dello zigote (risultante dalla fusione della cellula uovo e spermatozoo): il tema della clonazione è compreso nell'ambito delle manipolazioni genetiche, che sono la conseguenza della scoperta scientifica del DNA e del codice genetico e, quindi, del funzionamento dei "geni"; questa scoperta rappresenta la frontiera più avanzata della Biologia molecolare, della Chimica biologica e della cosiddetta Ingegneria umana: questi progressi scientifici dovrebbero entusiasmare l'uomo, che mai è sazio nel penetrare nei misteri della vita, mentre, per certi comportamenti nell'applicazione della scienza alla tecnica da parte di certi studiosi senza scrupoli, si assiste al manifestarsi di certi fenomeni che sconvolgono la coscienza umana e che mettono a rischio la stessa specie umana. Perr parlare di "clonazione a scopo terapeutico" e di "clonazione procreativa" dobbiamo riallacciare il nostro discorso alla scoperta del DNA e a quello della "cellula staminale" e a tutto ciò che abbiamo detto sulle tematiche che sono a fondamento dell'unità di base" (che, in sostanza, è la "cellula staminale") e, in particolare, dobbiamo ricordare la distinzione della "cellula staminale" in cellule staminali embrionali eterologhe, cellule staminali autologhe, cellule staminali fetali, cellule staminali del cordone ombelicale, e cellule staminali da adulto; su queste ultime abbiamo detto che esse provvedono al mantenimento dei tessuti e alla loro riparazione in seguito ad un danno ed abbiamo ricordato che, in questo campo, si sono accese molte speranze ai nostri giorni, per cui l'attenzione è centrata sulla "clonazione a scopo terapeutico" e sulla "clonazione procreativa o riproduttiva"; la prima consiste nel trasferimento di un nucleo di cellula di un dato soggetto in un ovocito umano enucleato, seguito da sviluppo embrionale fino allo stadio di blastociste e dalla utilizzazione della cellula e della massa interna della stessa per ottenere cellule staminali embrionali umane e, da queste, le cellule differenziate desiderate (a seconda, cioè, della patologia da aggredire) da inoculare o impiantare nel soggetto da curare; la seconda è analoga alla prima con la sola differenza che anziché trasferire le cellule differenziate miranti a riparare il danno di un organismo, i ricercatori hanno clonato, con la tecnica del trasferimento di nucleo, una cellula umana e hanno ottenuto quello che viene chiamato "embrione pre-impianto", cioè agglomerato di sei cellule, che, se lasciate sviluppare, avrebbe potuto portare alla formazione di un vero embrione e poi, eventualmente, di un essere umano.
Al solo annuncio della riuscita di questa sperimentazione e addirittura della nascita del primo essere umano, un coro di voci si è sollevato non solo nel mondo scientifico, ma anche nei vari organismi nazionali e internazionali per fermare questi esperimenti, soprattutto per le conseguenze negative che potrebbero compromettere la specie umana e per la evidente offesa alla "dignità della vita umana" da parte di chi considera l'embrione un "essere umano". A questo proposito riteniamo di riferire il pensiero del già citato filosofo J. Habermas, il quale afferma che la manipolazione genetica "a) genera una modificazione del rapporto interpersonale; b) consente all'individuo di appropriarsi autocriticamente della propria storia formativa; c) rimette in discussione il ruolo che devono tenere la morale e il diritto in seno alle relazioni sociali...le conseguenze della programmazione genetica per la sanità fisica e mentale di una persona sono appena immaginabili.
Nel poter-essere-se-stessi da parte di ciascuno, l'intenzione estranea -che arriva a programmare geneticamente la vita- si rivela infatti come un fattore di disturbo, che priva l'individuo della condizione di appartenenza (e del proprio corpo)...Gli interventi migliorativi non lasciano alcuna libertà etica all'interessato che si trova a vivere irrimediabilmente ed essere condizionato dalle intenzioni di terze persone...ciò urta inevitabilmente contro i fondamenti del diritto, in quanto non rispetta l'autonomia privata del singolo e ne compromette il progetto di vita" (1); ma gli interrogativi sulla programmazione genetica sono molti e, fra questi, avanziamo i più fondamentali: l'umanità presente ha il potere di programmare geneticamente per il futuro? se la risposta a questa domande fosse positiva, ne potremmo avanzare un'altra: dunque è possibile condizionare, con le leggi della necessità (quelle del mondo naturale e delle scienze esatte) l'uomo futuro! allora questo è schiavo del passato? con le leggi della necessità non è possibile il progresso "storico" (quello, cioè, dell'uomo come attore della storia); e, poi, ammesso il principio della "clonazione procreativa", ha il genitore il diritto di fare del figlio uno "scienziato" e non un "filosofo" e non un "poeta" e non un "musicista"? E, così, di domanda in domanda, dove va a finire il principio dell'iniziativa personale? E, in sostanza, non si corre il rischio di snaturare le sovrastrutture psichiche dell'essere umano? E se, per esempio, si impianta la cellula, si è sicuri di avere l'individuo desiderato? A questo interrogativo, così risponde il filosofo E. Severino, a proposito del dibattito in corso sul referendum relativo alla legge 19-2-2004 n° 40 (in materia di procreazione assistita): "Qui abbiamo qualcosa che lasciato al proprio ambiente naturale produce un essere umano, no? Dal punto di vista della stessa scienza non può che essere un omicidio, se vuole essere coerente" e qui il filosofo rispolvera la teoria aristotelica della "potenza", ma all'osservazione che "in natura il processo può interrompersi", precisa: "E' diverso, l'ambiente naturale è costituito anche da elementi sovrabbondanti. E' vero che molti semi vanno perduti, come nel Vangelo alcuni cadono in strada, fra i sassi o le spine, ma quelli che cadono sulla buona terra germogliano. Resta il fatto che a certe condizioni il seme diventa albero" (2); ma qui possiamo opporre i rischi già avanzati da J. Habermas, altro filosofo che pure nelle sue riflessioni filosofiche lascia spazio alla "scienza", proprio come vorrebbe E. Severino: egli infatti è convinto che "a certe condizioni il seme diventa albero" e se, invece, il seme umano a "certe condizioni" diventa "mostro umano? Qui ci viene offerta l'occasione per dire che in questa materia si vanno confondendo e aggrovigliando le tematiche e problematiche in maniera poco scientifica, forse a causa del clima fantasmagorico creato dalla vivacità del dibattito suscitato dal menzionato "referendum". Ma in questo clima non mancano voci di scienziati e di filosofi che hanno richiamato il diritto della "scienza" a indagare secondo il proprio "metodo" adeguato al suo "campo di indagine" (oggetto della ricerca scientifica) per i suoi "fini" (scoprire la "verità per la verità o applicare le scoperte nel mondo naturale e umano). Se così è, pensiamo che le diatribe vanno tenute lontane per riportare il discorso proprio nell'ambito della classificazione delle scienze sulla base di "metodi" di ricerca. E proprio su questo argomento possiamo riprendere il discorso appena accennato nel precedente capitolo, là dove abbiamo distinto i metodi in "naturalisitco-matematico", "filologico-ermeneutico" e "logico-gnoseologico" e là dove abbiamo dato la dimostrazione storica del progresso delle "scienze" assicurato solamente con il differenziarsi del metodi di ricerca (riv. prec. pp. 127/129): sappiamo che scienziati e filosofi hanno tentato una classificazione delle scienze e quindi, dei metodi della ricerca. Noi preferiamo la classificazione di quelli che, in questo campo, hanno operato una tripartizione, anche se siamo certi che ogni "verità" postula nella speculazione una "verità più vera" e che "ogni verità è falsificabile" (nel senso che è superabile, senza annullare il "divenire" o, meglio, la "continuità" del progresso scientifico, infatti nei lavori dei matematici e dei fisici di oggi, ancora persiste la scoperta del calcolo differenziale operata da Leibnitz e da Newton tra il XVII ed il XVIII secolo); accettiamo questa tripartizione proprio perché la storia delle scienze ci dà ragione: in virtù del metodo empirico-matematico nel campo delle cosiddette "scienze esatte" abbiamo le meravigliose scoperte di questa nostra èra della scienza e della tecnica; in virtù del metodo filologico-ermeneutico, gli storici ci hanno fatto conoscere "fatti" ed "eventi" del passato che, diversamente, l'oblio del tempo avrebbe posti nel "nulla"; e grazie al metodo logico-gnoseologico il filosofo di oggi [nonostante i tentativi di delegittimazione della filosofia da parte del neopositivismo (riv. capitolo 2 pp. 54/60)] dà risposte a tutti gli interrogativi che si pongono gli scienziati e gli storici alle frontiere delle loro scienze. Rimanendo nel campo della biologia molecolare [scienza esatta che indaga con il metodo sperimentale sulla struttura e sulla funzione degli acidi nucleici e di altre molecole di grandi dimensioni e complessità (proteine, grassi, zuccheri) dalle cui interazioni dipendono i processi biochimici vitali delle cellule] e, in particolare, nel settore di essa che si interessa dello sviluppo embrionale e della capacità di diversi organismi viventi di adattarsi a variazioni nelle condizioni ambientali, non possiamo non rilevare che essa (disciplina molto recente) utilizza e integra principi e concetti mutuati dalla Chimica, dalla Fisica, dalla Biochimica e dalla Genetica; anche se, nel nostro caso, ci troviamo di fronte a un "sistema" interdisciplinare, dobbiamo riconoscere che le "scienze specifiche" che interagiscono in questo "sistema" sono un "insieme" di quelle cosiddette "esatte" che utilizzano il metodo empirico-matematico che si esprime in formule matematiche simbolizzanti le "leggi" del fenomeni naturali che ne sono alla base; ed allora noi dobbiamo formulare la nostra domanda andando a scrutare là dove la Biologia molecolare è ancora allo "stato fluido" o, meglio, là dove essa si trova alle frontiere del suo "sapere" che ancora non si concretizza in formule matematiche: ciò dobbiamo fare per non invadere, rispettivamente, il campo delle ricerche basate sul metodo "filologico-ermeneutico"( proprio delle scienze storiche) e quello delle ricerche basate sul metodo "logico-gnoseologico" (proprio delle scienze filosofiche). Allo scienziato che si trova, dunque, alle "frontiere" di questo insieme di scienze esatte, non possono sfuggire i seguenti interrogativi: l'embrione umano è un "essere vivente"? Quando si considera concluso lo sviluppo dell'embrione? Se questo è "essere vivente", possiede le soprastrutture proprie dell'individuo umano (volontà, intelligenza e sentimento)? In caso negativo, non appartiene esso all'ordine della materia "bruta" e, quindi, come può dirsi embrione umano? In caso positivo e visto che è un organismo bio-psichico, possiede esso un'anima? In caso positivo, "anima" è sinonimo di "animo" (come affettività), di "mente" (come insieme di processi intellettivi) o di "spirito" (come insieme di processi psichici superiori a valore morale)? !!pagebreack!! E, in questo ultimo caso, in quale stadio dell'embrione appare l'anima? E quell'anima è immortale? In caso positivo, l'embrione "individuo umano" non è, quindi, "persona" "fatta a somiglianza e immagine di Dio"? A queste domande il neopositivista risponderà che esse sono domande senza senso, in quanto, le risposte (positive o negative) si esprimono con proposizioni non verificabili e che solo la scienza dà risposte verificabili, per cui fuori della scienza si collocano la Filosofia, la Metafisica, la Teologia e la Religione; il positivista risponderà che quelle domande si riferiscono a "realtà" metafisiche e assolute, per cui se anche ci sono, essendo sovrasensibili sfuggono all'esperienza e noi non possiamo dirne nulla, neppure se esistono davvero o no: al massimo costituiscono un inconoscibile: esse sono semplici produzioni naturalistiche (come l'anima, il pensiero e la volontà) o illusioni del pensiero naturalistico dell'uomo (quali Dio e l'al di là), poiché quanto esiste è tutto natura in evoluzione, e fuori di essa non c'è altro; il pragmatista dirà che tutto ciò che è visto sub specie aeternitatis non interessa, mentre interessa l'attività "cosmopoietica" dell'uomo e, cioè, il "pensare" per l'"agire" nel mondo visto sub specie generationis; l'esistenzialista dirà che quelle domande fanno parte dello "spirito di sistema" e di ogni visione "architettonica" della realtà da cui vuole rimanere esente; il marxista dirà che tutte quelle domande nulla hanno a che vedere con il dinamismo delle forze produttive (che determina una struttura economica), in quanto esse trovano collocazione fra le "forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve, le forme ideologiche" che costituiscono la "sovrastruttura" destinata al "museo" con l'instaurazione dello Stato socialista; il neoidealista dirà che esse scaturiscono dal mondo del "mito" e non rientrano, perciò, nelle forme della dialettica dello Spirito o vi rientrano come momento oggettivo e che si invera solo nel momento soggettivo della Filosofia dello Spirito come Atto puro; il seguace delle dottrine teologiche secolarizzanti dirà che nel mondo dell'uomo "adulto" non c'è posto per il "Dio" dei filosofi o del "Dio tappabuchi", perché l'uomo sa essere artefice della sua storia. Insomma dalle dottrine che hanno modificato la visione del mondo (riv. capitolo 2) con l'avvento della "scienza" si danno solo risposte a tutto ciò che può essere oggetto di osservazione, di sperimentazione, di verificazione, cioè a tutto ciò che può essere spiegato con il metodo empirico-matematico. 1 - J. Habermas, vdr. cit. nota (1) (vdr. di J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi della genetica liberale -anno 2002-. 2 - E. Severino, vdr. in Internet: http://www.corriere.it/. L'articolo indicato nel testo è stato occasione di critiche per cui E. Severino ha replicato con un altro articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 6-1-2005 che così conclude: "Su questi punti (quelli relativi al concetto di "potenza", che per lo stesso filosofo è contraddittorio) la Chiesa ha preso le distanze da Tommaso; ma si tratta di vedere con quale coerenza. Comunque problemi non miei, questi, ma degli amici della ". nuovo3asCosì appare quando, però, la scienza degenera nello "scientismo", ma non allo sguardo dello scienziato che, alle frontiere della sua "scienza", intuisce "qualcosa" che lo trascende e che non può spiegare con quel metodo sperimentale: infatti "difficilmente -afferma A. Einstein- troverete uno spirito profondo nell' senza una sua caratteristica religiosità. Ma questa religiosità si distingue da quella dell'uomo semplice: per quest'ultimo Dio è un essere da cui spera protezione e di cui teme il castigo...io sostengo che la religione cosmica è l'impulso più potente e più nobile alla ricerca scientifica" (1) e in maniera più consona alle nostre tematiche: "Il codice genetico delle molecole è stato decifrato sulla base della teoria di Watson e Crick -scrive K. R. Popper- questo miracolo scientifico divenne realtà ancora nell'ultimo anno di vita di Schrödinger, e poco dopo la sua morte il codice fu perfettamente decifrato.
L'alfabeto, il lessico, la sintassi e la semantica (ossia la dottrina dei significati) di questa lingua ipotizzata da Schrödinger, sono ora noti. Sappiamo che ogni gene è un'istruzione per costruire un determinato enzima, e siamo in grado di leggere l'esatta (lineare) formula chimica strutturale del relativo enzima dell'istruzione scritta nel codice genetico. Anche circa la funzione di molti enzimi siamo informati. Ma mentre possiamo rilevare dalla formula in codice di un gene la formula chimica del rispettivo enzima, non siamo per ora in grado di leggere la sua funzione biologica partendo dalla formula dell'enzima: questo è il limite del nostro sapere intorno al codice genetico" (2); eppure Popper si riconosce "più o meno un razionalista" (3) e crede che "la teoria della conoscenza, oltre ad essere importante per le scienze, lo sia anche per la filosofia" ed avverte che "il disagio religioso e filosofico della nostra epoca, che tiene occupati tutti noi, sia in parte considerevole un disagio filosofico-gnoseologico" (4) e proprio per questo egli afferma che i suoi "lavori attuali sono nella maggior parte dedicati alla lotta contro l'irrazionalismo e il soggettivismo nella fisica e in altre scienze" sui quali "ritorno anche sempre da capo...un elenco di questi problemi è: problema della demarcazione: scienza/non scienza; razionalità/irrazionalità;...Il problema del corpo e dell'anima" ed a proposito dei "valori extrascientifici" che è "praticamente impossibile bandire...dall'esercizio della scienza" riconosce che "le nostre motivazioni e i nostri ideali puramente scientifici, come quello della ricerca della verità pura, sono profondamente ancorati a valutazioni extrascientifiche e in parte religiose" (5)(le sottolineature sono nostre); i riferimenti da noi fatti ad Einstein e a Popper assumono valore significante non perché lo scienziato (il primo) e il filosofo (il secondo) mostrano di essere giunti alla Trascendenza, ma perché, ciascuno nel proprio campo di indagine, riconosciuto il limite del sapere umano o, meglio, alle frontiere della propria indagine ha "intuito" il "Trascendente", ha colto, per le vie immediate dell'intuizione (che va al di là delle ipotesi, ma che spesso apre la strada al "vero") "qualcosa" su cui occorre riflettere e approfondire, "qualcosa" che trascende il "vero" già raggiunto e che suscita una tensione per avvicinarsi al "più vero": perché la scienza e, in particolare, la Biologia molecolare di cui abbiamo parlato avverte quelle domande, ma non vi dà risposte? Perché quelle "idee" che si comprendono in quelle domande costituiscono l'oggetto di un altro campo del sapere, nel quale non si può indagare con il metodo emprico-matematico; quegli "oggetti" di sapere ("idee") non possono essere trasferiti in un laboratorio per essere sottoposti ad indagini con i più sofisticati strumenti creati dalla "scienza": con questi strumenti lo "scienziato" si muoverebbe come un elefante in un negozio di cristalli; ecco allora il motivo per cui lo "scienziato" non può pretendere di scoprire tutta la verità nel campo della Biologia molecolare: indaghi pure, con il suo metodo, fin dove potrà operare con i suoi strumenti scientifici e rinvii ad un'altra scienza o gruppo di scienze (Metafisica, Filosofia e Teologia) quelle idee contenute nelle domande nascenti alle frontiere del "sapere scientifico" per essere sottoposte ad una indagine logico-gnoseologica: è, questo, il metodo adeguato per quegli oggetti appartenenti ad un altro campo (o ad altre discipline) dello scibile umano; quelle "idee" sono presenti al nostro intelletto, sono gli "oggetti" della nostra coscienza, della nostra "ragione" e, quindi, della nostra esperienza di vita umana e come tali non possono essere ignorate, perché, ignorandole, l'uomo cesserebbe di esistere come "essere pensante" (6). Se così è, noi non possiamo rinunciare a riflettere su alcune "idee" (essenza, modo di essere, natura, struttura ecc.) relative all'embrione umano; su quelle entità di esso che non sono "visibili" come i "dati" su cui riflettono i cultori delle "scienze esatte"; dunque dobbiamo affrontare, ora, il tema dello "statuto ontologico dell'embrione umano". Intanto precisiamo che una questione è ontologica quando riguarda la natura di un oggetto, ovvero le proprietà che esso possiede, le quali, per esempio, determinano la sua essenza, la sua posizione nello spazio-tempo, le sue relazioni con altri oggetti: in sostanza una teoria ontologica mira a fornire un inventario di vari oggetti che esistono e delle loro proprietà. In questa sede la prima domanda da porci è la seguente: che cos'è l'embrione umano? L'embrione in questa fase iniziale dello sviluppo di un organismo animale vivente, è sempre embrione di "qualcosa". Trattandosi di embrione dell'essere vivente-uomo, il primo aspetto da valutare è quello relativo al "momento" (cioè al tempo o al quando) in cui si origina questa fase iniziale dello sviluppo di un essere umano per vedere se sia possibile affermare l'esistenza di un nuovo "individuo" o, meglio, di un organismo vivente dotato di "individualità genetica tipicamente umana"; ecco, dunque, sorgere un'altra domanda: che cosa è "individuo"? Se ci riferiamo all'etimologia della parola dobbiamo subito rilevare che essa deriva dal latino "in-dividuum" (che è la traduzione letterale del greco a-tomos= a priv. più tèmno= taglio); dunque "individuo" significa "indiviso", "non-diviso", "uno in se stesso", infatti Boezio nel commento a Porfirio così precisa: "Individuum pluribus dicitur modis. Dicitur individuum quod omnino secari non potest, ut unitas vel mens; dicitur individuum quod ob soliditatem dividi nequit, ut adamas; dicitur individuum cuius paedicatio in reliqua similia non convenit, ut Socrates"; e, poi, gli "scolastici", nel medioevo, così meglio precisano: "ente indiviso in se stesso e diviso da ogni altro essere" con i caratteri della incomunicabilità e irripetibilità e di indipendenza nell'essere e nell'agire, dunque un "tutto" in se stesso e non parte di un altro; in questo senso generale il concetto di "individuo" può essere riferito a diversi campi della ricerca (si parla, infatti, di "individuo" in senso sociologico-statistico: individui maschi nati nel tale anno; in senso chimico: individui chimici ecc.); nel senso proprio dell'essere umano si definisce "individuo" ogni vivente inscindibile, capace di vita indipendente e dotato di caratteristiche morfologiche proprie: anche un "materialista" come il Tommasi (ci stiamo riferendo a Salvatore Tommasi che, professore di "medicina pratica e di patologia medica" sta pronunciando una "prolusione" ai medici che -in quanto tali- sono "condannati ad essere materialisti") scrive nella sua opera "Il naturalismo moderno" (Bari -1913, pag. 3): "Il concetto fondamentale, che il fisiologista deve farsi dell'organismo (è) quello di totalità; il quale concetto comprende la e l', esso rappresenta il vario e l'uno nel tempo medesimo; e l'organismo è appunto la coincidenza di molti particolari in una sola individualità".
Solo se riflettiamo un momento su queste brevi sintesi di pensiero filosofico-scientifico ci rendiamo conto che Boezio, gli "scolastici" e Tommasi usano strumenti linguistici diversi: perché? Perché la semantica (scienza dei significati e degli strumenti di comunicazione) si sviluppa e si adegua allo sviluppo -nel caso nostro- della Biologia [e, qui, è appena il caso di accennare allo sviluppo della scienza e della semantica (vdr. succ.pp.178 e ss.) -e, poi, vedremo successivamente il "perché", alla semantica di Aristotele, il quale non parla né di id quod, di "individuum quod...", né di "indiviso", né di "totalità", ma di "potenza"- e noi, per obbedire agli sviluppi della "semantica" e della "Biologia" non parleremo di "quella cosa" ("dato" -come oggetto- di riflessione) con "denominazione" non più pertinente]; noi, intanto, non possiamo prescindere dalle "varie" fasi in cui la Biologia ci presenta l'"embrione umano", descrivendolo: la prima fase che lo scienziato ci indica è quella della singamia, in cui il gamete maschile (spermatozoo), e quello femminile (ovocita), entrambi aploidi, si incontrano e in cui si verifica la fecondazione, come fusione dello spermatozoo con l'ovocita e con la conseguente creazione dello zigote: in questo caso siamo in presenza della "cellula diploide", con patrimonio genetico proprio per metà derivato dal gamete maschile e per metà da quello femminile; in questa nuova "forma" (diremo, poi, perché usiamo questo termine: vdr. succ. pp. 176/177) sono presenti tutte le potenzialità morfogenetiche che continueranno a svilupparsi gradualmente con un processo rigorosamente finalizzato, le cui fasi vedono la moltiplicazione e la sempre più complessa "strutturazione" [qui non possiamo fare a meno di usare il termine specifico della Biologia (vdr. succ. pp.176/178) così come essa si presenta allo stato attuale del suo sviluppo con il suo "adeguato" metodo empirico-matematico di ricerca e con la sua "semantica"] delle cellule e del nuovo organismo, che vengono identificate, prima, nell'embrione con il passaggio dello zigote alla blastocisti, alla formazione di foglietti germinativi ed, infine, nel feto, con l'accrescimento degli organi e dei tessuti formatisi; già in questo susseguirsi di "fasi" di sviluppo ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte allo sviluppo dell'"individuo" umano con tutte le sue "strutture" e "soprastrutture"; ma proprio in questo graduale sviluppo alcuni scienziati hanno interposto varie "fasi" che così possiamo indicare: fase del 14° giorno (è, questo, il momento di distinzione tra la vita del pre-embrione -non ancora individuo umano secondo certe ipotesi- a quella di embrione); questa "fase" sarebbe stata individuata per distinguere la "totipotenzialità delle cellule del pre-embrione (quindi cellule non ancora specializzate, che possono ulteriormente evolversi in qualsiasi tipo di cellule somatiche); fase dell'annidamento nell'utero materno dell'embrione, dopo il passaggio attraverso le tube di Falloppio: l'embrione si troverebbe, così, nell'ambiente favorevole alla propria crescita. A questo punto si inseriscono le diverse vedute circa l'attribuzione della qualifica di "persona umana" a questa "entità" in evoluzione: alcuni indicano il 14° giorno dal concepimento come momento dell'attribuzione di tale qualifica, altri, invece, stabiliscono il 4° mese (cioè, all'apparire del sistema nervoso) e altri ancora all'8a settimana (vale a dire allo sviluppo della corteccia cerebrale) e, infine, alcuni rimandano l'attribuzione della qualifica di persona umana in certe fasi pre- o post-natali. Vedremo, poi, la distinzione tra "individuo" e "persona" e anche tra "persona" e "personalità", perché, in questa sede di "statuto ontologico" a noi interessa solamente aver messo in evidenza la natura di quella "entità" che si noma "embrione", ricordandone le caratteristiche e le proprietà così come risultano dagli studi dei cultori della Biologia molecolare (perché, non avendone la competenza, non possiamo invadere il campo di ricerca, che appartiene ad altri), i quali, in particolare, ed in modo più specifico, hanno studiato questo complesso di fenomeni che intervengono nell'uovo fecondato (zigote) e hanno descritto i processi di divisione, di differenziamento e accrescimento che danno origine a un nuovo "individuo" capace di "vita" autonoma; essi cultori hanno "stabilito" che il primo stadio di sviluppo embrionale -detto segmentazione- comporta numerose divisioni cellulari dell'uomo (che è una singola cellula) in cellule più piccole (blastomeri) che si riuniscono dapprima in un ammasso tondeggiante (morula) e in seguito si aggregano in una "struttura" (blastula) cava all'interno; gli stessi cultori, poi, hanno verificato che in questa fase non si ha accrescimento dell'embrione ma solo la sua riorganizzazione interna; lo stadio immediatamente successivo è da essi detto gastrulazione, in quanto comporta la formazione di una "struttura" (gastrula), che, come conseguenza dello spostamento di parti dell'embrione, porta al differenziamento di tre foglietti germinativi, strati cellulari (ectoderma, endoderma e mesoderma), dai quali in seguito prenderanno origine tutti i tessuti dell'organismo adulto; anche durante questo processo -secondo i risultati delle specifiche ricerche dei predetti cultori- avviene un processo insignificante dell'embrione, nel senso che, nel suo evolversi, si assiste solamente ad un aumento delle reazioni metaboliche di ossidazione e alla sintesi di molte nuove proteine, per cui lo sviluppo dell'embrione umano si considera concluso intorno all'8a settimana, dopo di che l'embrione prende il nome di "feto"; in questa fase e fino alla nascita si formano, differenziandosi, i vari organi e apparati dell'essere umano così come lo conosciamo in tutta la sua "struttura" bio-fisio-psichica, Nell'ambito di questo sviluppo si sono inserite le varie questioni sulla natura dell'individuo umano, come abbiamo avuto modo di rilevare innanzi. 1 - A. Einstein, Come io vedo il mondo, Ed. Giachini-Milano- pp. 46/47 e 54. 2 - K. R. Popper, Alla ricerca del mondo migliore, Ed. CDE S.p.A. -Milano- 1984, p. 70. 3 - K. R. Popper,, op. cit. p. 178. 4 - .K. R. Popper, op. cit. p. 89. 5 - K. R. Popper, op. cit. pp.82/93-93/94. 6 - A proposito di ciò che diciamo nel testo, ecco quanto afferma A. Rosmini: "Abbiamo veduto che nell'uomo è 1° la sensazione, 2° l'idea dell'essere, 3° ed una forza nuova (il soggetto senziente e intelligente (le sottolineature sono nostre) che unisce il sentito e l'idea dell'essere, e forma la percezione intellettiva delle cose. Sulla percezione intellettiva lo spirito riflette e riflettendovi vi esercita diverse operazioni, con le quali ne cava le idee, e mediante queste, unisce e scompone idee e percezioni, forma continuamente giudizi e raziocini. Tutte le cognizioni umane da questi pochi fonti scaturiscono" ( in A. Rosmini, Saggio sull'origine delle idee, Intra, Tip. Bertolotti -1876- p. 306 n° 1042.


















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