Dolore, terapia e relativa recente giurisprudenza
dall’opera inedita “Le confessioni religiose nello Stato di diritto italiano”
Da quanto abbiamo dianzi dimostrato, l'eutanasia" come "dolce morte" è in contrasto con i precetti del diritto naturale e con la morale, pertanto le domande da porci a questo punto sono le seguenti: "Come trattare il malato terminale?" o "Come alleviare il dolore del paziente?" oppure "E' consentito sospendere i trattamenti di sostegno vitale a pazienti in stato vegetativo permanente?" o anche "è lecita l'eliminazione di individui malati che costituiscono un peso per la società?" e, infine "E' consentito l'accanimento terapeutico?".
Con queste domande si esce dal campo dell'eutanasia in rapporto al diritto e alla morale e ci si sposta sul terreno della terapia del dolore o della sospensione di ogni terapia in pazienti in stato vegetativo permanente e, cioè, nel campo della medicina e, più precisamente nel campo della tecnica medica. Guarire l'organismo ammalato, salvaguardare l'individuo dalle malattie, prevenire il declino della capacità lavorativa dell'organismo, accrescere la resistenza in rapporto all'ambiente circostante e la sua efficienza e, infine, perfezionare la razza: ecco, dunque, le tappe del progressivo ampliamento del compito originario della scienza medica, in cui si cela l'evoluzione dell'intima problematica, implicita nel concetto stesso di "vita".
La quale non appare più nella sua sostanza, come cosa definita e bell'e fatta, ma come processo in continua evoluzione. E proprio un riflesso di tale problematica della vita può osservarsi nel progressivo trapasso della tecnica medica dalle più antiche ed empiriche pratiche mediche alle più sofisticate tecnologie proprie dell'èra nostra della scienza e della tecnica. Come ogni tecnica anche quella medica non può che considerarsi come una scienza naturale applicata, cioè che trasforma il problema teorico delle cause dei fenomeni osservati in natura, nella ricerca pratica dei mezzi atti a produrre gli effetti che si desiderano: la tecnica medica, perciò, è più ampia che non la semplice terapia del curare e mira oltre gli stessi scopi che derivano da questo scopo immediato.
Dunque, a questo punto si lascia il terreno proprio della teoria sulla natura della "vita" e con esso, si lasciano i connessi campi della riflessioni sulla morale e sul diritto (sempre nel campo circoscritto dell'eutanasia) e si passa nel campo della tecnica medica; per questo da un lato crediamo di poter porre le pratiche eutanasiche propriamente dette, che determinano l'anticipazione della morte di una persona capace di intendere e di volere, come conseguenza dell'esercizio del diritto all'autodeterminazione della persona (comprese le scelte dettate tramite direttive anticipate: living will)), che può realizzarsi secondo diverse tematiche e modalità del suicidio; dall'altro lato riteniamo di poter porre i casi di anticipazione della morte in cui, più che al diritto di autodeterminazione, si faccia riferimento ai criteri di beneficenza o di maleficenza o di equità, al concetto di qualità della vita o di dignità della vita, e via dicendo.
Crediamo di essere nel vero se consideriamo che il dolore fisico è connaturato con la "vita" dell'essere umano: il problema in questo caso è quello di rivolgersi alla medicina per alleviarlo, infatti la storia della medicina è in gran parte quella della lotta contro il soffrire: così, su questo punto, ecco la domanda: "come l'uomo può combattere la sofferenza, con quali mezzi può ridurla?" : è, questa, la domanda centrale della tecnica medica, la quale, però, deve tener presente che essa rimette in discussione l'identificarsi dell'essere umano con il corpo e, per questo, la sofferenza può collocarsi anche a livello psichico (l'uomo prima avverte un dolore fisico, ma congiunto a questo un dolore psichico lo preoccupa, per il fatto che, ora, il corpo gli appare come un oggetto che non può controllare e che lo destruttura come identità personale) e, perfino, secondo alcuni pensatori, a livello metafisico (questo si configura quando la malattia ripropone il problema dell'esserci e pone l'uomo di fronte alla morte); qui è appena il caso di ricordare che Freud ritiene che l'uomo nel suo più profondo crede di essere eterno; è per questo istinto, perciò, che l'uomo, di fronte al passato della sua vita e dal "nulla" della morte, è preso dall'angoscia, per cui la morte gli appare come una enorme ingiustizia: in questo campo spesso la pubblica opinione, sollecitata dai mass-media, lascia credere che la ricerca della soluzione del dolore fisico risolva da solo anche il dolore psichico e quello metafisico; comunque lasciamo da parte questo vastissimo campo di ricerca filosofica che ci porterebbe, almeno, a leggere alcune opere di S. Kierkegaard e di G. Marcel e ci soffermiamo, per la scelta operata in questo paragrafo, sull'importanza della tecnica medica, giacché l'unità dell'uomo fa sì che la sofferenza fisica comporti una integrale esperienza di dolore, ma non vanno sottovalutati il dolore psichico e quello metafisico. Il dolore psichico può e deve venire lenito, per esempio, dalla chemioterapia, dalle nuove ricerche sul cervello (nel quale si localizza l'angoscia), dalle ricerche psicologiche a diversi livelli, da tutti gli sforzi fatti per cercare rimedi adeguati e non solo momentanei tanto che sono state escogitate "forme di euforia artificiale".
Rimanendo, poi, nel campo fisico, è appena il caso di ricordare alcune forme di dolore che ci possono interessare per questa trattazione: dolore da neoplasia maligna (da AIDS o da sindromi simili, con breve previsione di vita): è, questo, il dolore più impegnativo per il medico, perché il dolore da neoplasia è un dolore "totale", in quanto a quello fisico si aggiungono il dolore psichico e quello metafisico. Nel caso oncologico, la più frequente causa di dolore è la diffusione del dolore (metastatizzazione), che coinvolgono ossa, visceri cavi, nervi ecc.; il dolore fisico, poi, può essere continuo oppure suscitato da stimolazioni, come quelle provocate dalla deambulazione o da altri particolari movimenti. La varietà delle sindromi di dolore somatico che possono essere osservate nel paziente affetto da cancro incurabile rende difficile ogni tentativo di schematizzazione: il principio generale è quello della progressività degli interventi terapeutici in rapporto al progredire della malattia, in modo da assicurare al paziente non soltanto la migliore qualità possibile della vita residua: curare questo dolore vuol dire riconoscere l'esistenza del dolore e la sua entità; valutare l'aspettativa della vita; ridurre al minimo il fastidio dell'intervento con cure (ridurre, soprattutto, al minimo il fastidio della somministrazione dei farmaci per vie dolorose); abolizione del dolore nelle 24 ore e soprattutto la notte (il buio e il silenzio ingigantiscono i sintomi del dolore); supporto psicologico, che è l'obiettivo primario di questa situazione patologica e, infine cure domiciliari; insomma l'impegno nella cura del malato oncologico deve essere massimo e coinvolge sia le conoscenze specialistiche dei medici che gli aspetti umani del trattamento volto a ridare dignità ad una persona.
A proposito di "dignità" dobbiamo ricordare che proprio in considerazione di essa i fautori dell'eutanasia arrivano ad affermare il concetto della "dignità dell'eutanasia" o della "dolce morte"; ma quanti esempi non si hanno nella vita di "personalità di spicco", ricche del senso della "vita" e dei suoi valori, che hanno preferito affrontare "dignitosamente" il dolore fisico per conservare l'inestimabile valore della "vita" umana, senza essere nemmeno sfiorati dall'idea dell'eutanasia? Fermi restando questi esempi di vera "dignità", ci chiediamo: "Di fronte al dolore oncologico è lecito praticare l'eutanasia?
La risposta non può che essere negativa per tutto quanto abbiamo già detto nel precedente paragrafo, ma qui vogliamo, in particolare, sottolineare che la proibizione di uccidere l'uomo rappresenta il coronamento della proibizione di trattarlo come "cosa"; il rispetto per l'uomo in quanto "persona" è una delle esigenze che non ammettono discussioni: ne dipendono non solo la "dignità della persona", ma anche il benessere e, alla fine, la durata dell'umanità. A questo punto, però, ci si pone la domanda: "E' lecito l'accanimento terapeutico?" La risposta a questa domanda non può che essere negativa, sotto il profilo morale, se il medico si trova di fronte al malato terminale di cancro che non solo ha perduto la capacità di intendere e di volere, ma che non dà più neanche segni di vita: in questo caso si parla di "morte cerebrale" e questa è controllabile con le più moderne tecnologie mediche: in questo caso l'essere umano è veramente ridotto a cosa", per cui è assurdo, in questo stato clinico, parlare di "dignità della vita"; per cui sotto il profilo morale la coscienza, nella sua interiorità, avverte anche che sospendere i trattamenti non significa violare il precetto del diritto naturale "non uccidere"; persistendo, invece, nei trattamenti terapeutici, si attua quello che abbiamo definito "l'accanimento terapeutico", cioè la pratica di una insistente somministrazione di farmaci e la persistente prassi medica di tenere il paziente attaccato alle più sofisticate "macchine" in stato completamente vegetativo e, per di più (e qui introduciamo anche un criterio di valutazione economica, che ci pare accettabile nella fattispecie) con enormi pesi economici per la società, soprattutto quando questo stato vegetativo persistente sia stato oggetto di attenzione da parte dei cosiddetti "Comitati medici di valutazione dello stato del malato".
Dunque in caso di inutilità della terapia, l'accanimento terapeutico diventa moralmente illecito. Si può verificare, però, il caso in cui il medico disponga autonomamente, con scienza e coscienza, la sospensione delle cure mediche ritenendole inutili; in questo caso lo stesso medico curante non può che essere esente da pena, perché nella sua azione viene escluso il dolo e, in caso di richiesta di risarcimento dei danni in sede civile, da parte degli eredi, l'attore ha l'obbligo di provare che, nel caso di specie, sia riscontrabile il reato colposo, ma se risulta, invece, che il medico non ha agito con imperizia, con imprudenza e con negligenza, l'azione civile, per il codice civile italiano, è infruttuosa.
Ma che possiamo dire in diritto, di quei casi in cui, di fronte al malato terminale, si va in cerca di "dolce morte?" La morte dolce -ha stabilito recentemente la Suprema Corte di Cassazione italiana- è reato, precisando che si è colpevoli anche quando si vuole solo soddisfare la richiesta di un amico che vuol essere aiutato a porre fine alla propria vita, sempre che vi sia stata la consapevolezza di provocarne la morte. E' stata, così, confermata la condanna inflitta dalla Corte d'Appello di Firenze nei riguardi di un giovane che aveva provocato la morte di un suo amico, somministrandogli, dietro richiesta, cinque iniezioni di insulina. I Giudici di Cassazione hanno ritenuto infondato il ricorso in cui i legali dell'imputato avevano sostenuto la non punibilità dello stesso per aver agito senza una "cosciente volontarietà" e in condizione di suggestione.
Sappiamo che in questa materia di "accanimento" nella terapia, ogni malato è un caso a sé, però, su questo punto, potremmo azzardare alcune considerazioni di carattere generale, sempre tenendo presenti i già ricordati precetti di diritto naturale (perché essi si fondano sulla coscienza umana naturale e, quindi, essi possono riconoscersi come accettabili "universalmente" per il fatto che si considerano iscritti nella coscienza dell'uomo di natura); dunque in merito alla terapia riteniamo che ogni intervento medico è sempre giustificato quando il rischio prevedibile è inferiore al beneficio presunto: in questo caso occorre prendere in considerazione tutti gli aspetti relativi alla persona malata, quindi non solo quelli relativi ai medici curanti. Basandosi su questo principio, in certi malati saranno possibili terapie estremamente pesanti, debilitanti e che peggiorano apparentemente la qualità della vita, per i quali, però esiste una ragionevole probabilità, basate su conoscenze di fatto, che l'intervento possa permettere alla persona una dignitosa continuazione della vita. Quello stesso intervento, invece, può non essere possibile in altri malati apparentemente identici, ma in condizione soggettive e oggettive differenti. Quindi non potremo parlare di "accanimento terapeutico" come se fosse una definizione propria dell'operato del medico, a prescindere dalla caratteristiche del vissuto, dalla varie esperienze e dalla capacità di collaborazione del singolo malato.
Deriva da questa descrizione di "accanimento terapeutico" che, comunque, una volta che si è iniziato, per esempio, un intervento, compreso l'intervento di rianimazione cardio-polmonare (in questo caso il malato è "attaccato ad una macchina") sulla base di una ragionevole ipotesi di beneficio, non è più ammissibile interrompere il sostegno finale finché sussiste la mera possibilità (e non la ragionevole probabilità) di recupero delle funzioni vitali autonome. Questo perché la letteratura medica riporta numerosi casi di coma considerati irreversibili risoltisi dopo anni. Rimane aperto, invece, il dibattito sul momento in cui "staccare la spina" in presenza di condizioni che, secondo le definizioni mediche correnti, configurano una morte cerebrale, tenendo anche conto della possibilità di donazione volontaria degli organi, che, tra l'altro, costituisce un grande momento di umanità; bisogna comunque accettare realisticamente il fatto che il medico non è deputato ad intervenire applicando tutto quanto sia possibile in ogni situazione, né questo operare sarebbe rispettoso della dignità della persona.
Compito del medico è quello di sviluppare la capacità di riconoscere la sostanziale inutilità di ulteriori sforzi terapeutici e quindi di accompagnare dignitosamente il malato a incontrare il limite del suo naturale diritto alla vita, cioè, la morte.Se qualunque intervento terapeutico presenta benefici e rischi anche le cure palliative non fanno eccezione. Contrariamente all'opinione comune, cure palliative non sono solo le terapie del dolore; qualsiasi intervento terapeutico che ha come scopo non la guarigione della malattia, ma il sollievo dei suoi sintomi si definisce cura palliativa.
















