Caraibi

Rapporto fra eutanasia, morale e diritto

(dall’opera inedita “Le confessioni religiose nello Stato di diritto italiano” )

Per dire se la "vita" sia un bene disponibile o indisponibile riteniamo opportuno formulare un condivisibile concetto di che cosa sia la "vita".Il nostro tempo ha sperimentato, prima, una visione idealistico-razionalistica della "vita" e, poi, dopo la terribile esperienza che l'umanità ha fatto attraverso le due conflagrazioni mondiali da cui è stata dilaniata e a seguito di profondi sommovimenti compiuti nell'intervallo tra l'una e l'altra, una visione esistenzialistica, per cui nel primo caso l'esistenza umana è stata avvolta nelle nebbie di un Soggetto Assoluto che ingloba la molteplicità degli esseri umani, in quanto l'"io" singolo o, meglio, "questo" uomo nato da donna è assorbito dall'"Io sono", dal Soggetto Assoluto che si fa e che diviene nella sua universalità e nel suo perenne sviluppo e, nel secondo caso, rifiutato lo "spirito del sistema" e la visione "architettonica" della realtà, l'essere umano è stato visto nella sua "singolarità", nella sua "finitezza" e nella sua "tragicità", per cui la speculazione si è attardata a considerare non la "vita" e la "morte" e il "destino" in generale, ma la "mia vita", la "mia morte", il "mio destino", quale si è determinato in questa "singola esistenza" che sono "io" e non altri, l'individualità, che irripetibilmente "mi! circoscrive nello spazio e nel tempo, "qui" ed "ora", distinguendomi in modo inconfondibile da tutti gli altri esseri;
ma il tempo nostro sta sperimentando una nuova "crisi", quella dello "scientismo" (che rappresenta il volto stravolto della vera "scienza"), in cui prevale la tendenza a scoprire le "leggi esatte" non solo nei fenomeni naturali, ma anche in quelli dello spirito umano e della storia; oggi, nel prevalere della scienza e della tecnica, per cui il socratico "conosci te stesso" (che sembrava l'umico metodo per entrare nella coscienza umana per ritrovarvi il fondamento della "vita"), si è convertito nella conoscenza di un soggetto divenuto "oggetto" della ricerca scientifica, per cui per conoscermi debbo chiedere l'aiuto e la collaborazione del biologo, del medico, dello psicologo, del neurologo, dello specialista e via dicendo e, per questo, anche la "vita" è oggetto solamente della ricerca scientifica: così lo "scientismo" di moda uccide la "scienza vera"; lo "scientismo" è la "scienza" ridotta a "ricettario" di nozioni da usare in ogni circostanza, per cui anche la "vita" non può più essere considerata sotto il profilo di una metafisica, perché la metafisica, secondo una tipica espressione degli anglosassoni, è un "nonsense", per cui tutti i "valori" metafisico-filosofico-religiosi, non potendo essere spiegati "scientificamente", sono destinati a scomparire, perché solo la "scienza" usa "espressioni" verificabili nella realtà, quindi la "vita" dell'essere umano nelle sue manifestazioni più alte non può che affidarsi ad una "morale scientifica": da qui il prevalere di concezioni della "vita" stessa, ispirate al materialismo scientifico (da "materia" secondo la moderna definizione che di essa danno gli scienziati) contro ogni forma di "Spiritualismo" come "immaterialismo";
in questo clima culturale occorre, perciò, il lume naturale della ragione per evitare concezioni parziali e unilaterali della "vita umana": questo lume naturale della ragione ci convince nel ritenere che la "vita" dell'essere umano va vista nella sua parte "animale" e nella sua parte "spirituale", quest'ultima intesa come l'insieme delle sovrastrutture psichiche dell'uomo (intelligenza, volontà e sentimento): queste potenze superiori dell'essere umano costituiscono, rispettivamente, la scaturigine della scienza, della morale e della felicità e delle più sublimi creazioni del bello: la "vita" umana, dunque, non può che essere oggetto di studio sotto diversi punti di vista, da quello, cioè delle scienze che prendono in considerazione l'energia o l'operazione vitale, intesa come assimilazione, sviluppo e generazione, che sono a fondamento del perfezionamento dell'individuo, per cui ci pare accettabile, sotto questo profilo "animale" l'espressione "azione perfettiva del soggetto operante" per indicare la natura del principio vitale, in quanto ci sembrano parziali, nell'indagine della natura della "vita" "animale", le concezioni del meccanicismo (che sostiene la riducibilità di tutte le manifestazioni della vita alle forze e alle leggi della fisica e della chimica), del vitalismo (che comprende tutte le dottrine che affermano l'irriducibilità dei fenomeni biologici ai fenomeni meccanici o chimico-fisici) e dei "materialisti dialettici" ( che, con i vitalisti e contro i meccanicisti sostengono l'irriducibilità delle manifestazioni tipicamente vitali ai fenomeni della chimica e della fisica e che ammettono, conseguentemente, un salto qualitativo tra il mondo inanimato e il mondo vivente, come i vitalisti) e che si distinguono da questi ultimi, spiegando che le proprietà vitali derivano da potenzialità più profonde della materia, dalla quale "emergerebbero" quando l'organizzazione sia divenuta più complessa: da qui il nome "emergetisti" dato a questi pensatori. 
 
A questo punto ci chiediamo: "ma la vita umana consiste solo in queste manifestazioni di potenzialità? Se rispondessimo a questa domanda positivamente, cadremmo negli errori dell'"empirismo" e del "materialismo" delle ricordate antinomie "razionalismo-empirismo" e "spiritualismo-materialismo" e, così, non avremmo la visione completa della "natura della vita"; da qui la necessità di prendere in considerazione quella parte di essa che si riferisce alla "spiritualità" abbracciante la intelligenza, la volontà e il sentimento: solo a queste potenze psichiche superiori ci riferiamo quando parliamo di "spiritualità" dell'essere umano, ma non ci riferiamo allo "spirituale" nel senso di ciò che è opposto all'empirico e al materiale, e, cioè, non ci riferiamo a quella "immaterialità" che è oggetto delle scienze metafisico-teologico-religiose (questi , in questa trattazione, sono problemi che vogliamo mettere tra parentesi per non suscitare la reazione dei cosiddetti "liberi pensatori" o "laici moderni", volendoci affidare -come già detto- al "dettame della natura umana" secondo l'espressione paolina, perché la "legge è scritta nei...cuori", quindi nel "cuore di tutti gli esseri umani": in questo modo la ricerca della verità non può che scaturire dal colloquio degli umani, da questi "nati da donna", i quali sono stati educati ad aprire gli occhi su questa buona forza sintetica e relazionale del nostro pensiero che tende alla comprensione della verità, senza mai dimenticare che la "verità" stessa va cercata nell'ambito del colloquio degli uomini intesi come "singoli pensanti"). 
 
Quando pensiamo all'intelligenza non possiamo che riferirci alla "curiositas" (insita nella vita umana) di "conoscere", di svelare il "mistero" che circonda ogni uomo, di indagare per "portare avanti la scienza" quando si è alle frontiere di essa o, in modo più sintetico, non possiamo che pensare alla capacità di definire, distinguere, discernere (ciò che è vero e ciò che è falso), analizzare, sintetizzare, ordinare e classificare, dubitare, censurare e convincere, percepire ed appercepire e, con tutte queste operazioni, l'intelligenza umana, nel corso della storia, ha costruito quel monumento perenne del "sapere" che costituisce tutta la tradizione scientifica di inestimabile valore dell'umanità. Quando, poi, pensiamo alla volontà non possiamo che riconoscere che questa è l'altra attività propria della "vita" umana, che, per questo, distingue l'essere umano dagli altri esseri viventi; in questa capacità si pone il problema dell'azione morale e del suo principio e, in particolare, del principio della "libertà", perché il problema della volontà postula quello della libertà (che è principio e base dell'agire umano e di tutti i diritti della persona: diritti della libertà personale, della libertà di circolazione, della libertà di associazione e di tutte le altre libertà protette dalle più moderne Costituzioni degli Stati civili del mondo) e quando pensiamo alla volontà e alla libertà non possiamo che rivolgere il pensiero all'essere umano come capace di costruire il proprio carattere, la propria personalità nel perseguire il valore del "bene" e della "felicità" umana: in questo campo la storia è ricca di eroi, di spiccate personalità, di attori delle più mirabili imprese umane, di grandi organizzatori e di personaggi che si sono distinti nei campi della fratellanza e della solidarietà umana.
 
Che dire, poi, del mondo dei sentimenti, della vita emozionale conscia e inconscia, di quel mondo di pathos che incide significativamente nella "vita" dell'essere umano e , soprattutto, della capacità creativa del "bello"?: è, questo, un mondo ancora da esplorare della "vita" psico-fisico-biologica dell'essere umano, che costituisce tutto il complesso delle caratteristiche ereditarie e congenite, in cui rientra la maggiore o minore ricettività, il più rapido e il più lento reagire su cui ogni essere umano può costruire la sua irripetibile personalità nel perseguimento di mète che danno senso alla "vita"; e che non dire poi della sterminata creazione di opere "belle", di cui è ricca la storia umana e che costituisce la fonte non solo di "emozioni estetiche", ma anche lo stimolo a creare quei monumenti di arte e di "bello" che sono "aere perennius", secondo la definizione del poeta Orazio? Questo "monumentum aere perennius" non esisterebbe se l'uomo non fosse dotato della facoltà del sentimento.
 
Dunque la "vita" dell'essere umano è tutto questo complesso di energie, di forze, di capacità, di funzioni e di potenzialità che, per quel che abbiamo detto, non può che essere considerato come un "bene" prezioso e assoluto, ma anche un "bene" indisponibile. Per tutto questo, poi, la "vita" postula i temi dell'eticità e della moralità: tanto l'etica (come riflessione sulla "vita" pratica, che assume nel suo complesso l'operare umano nella "volontà") quanto la "morale" (che comprende, in senso generale, il concetto di "costume" approvato dalla prassi generale, che, come tale, è conforme all'agire umano intenzionale e libero visto sotto l'aspetto del "dover essere") sono connesse al concetto di "vita", anzi su questo punto, possiamo convincerci del fatto che l'etica e la morale sono connaturate con la "vita" per tutto quel che abbiamo detto, soprattutto, sul mondo del "sentimento" e della "volontà" dell'essere umano. L'agire umano, perciò, si qualifica in rapporto al valore del "bene" o del "buono" o del "giusto", per cui non si può parlare di "eutanasia" senza far riferimento a ciò che è "bene", "buono" e "giusto" con riferimento alla "vita" e, siccome ci siamo riferiti lungamente al giusnaturalismo" come "jus cordibus inscriptum", dobbiamo, con rigore logico, riferirci ai due precetti del diritto naturale e, cioè a quello più generale del "neminem laedere" e, in particolare, a quelli del "non uccidere" e del "bonum facere" ambedue ricompresi nel primo; quindi dal punto di vista "etico", l'omicidio è violazione sostanziale dell'ordine e della legge naturale, in quanto lede il dominio della persona sulla indisponibilità della propria vita. Il diritto alla vita può cessare solo in chi si ponga fuori dell'ordine stesso: ciò avviene per l'ingiusto oppressore che perde il diritto alla vita, in quanto dà luogo al diritto della "legittima difesa" da parte dell'aggredito e, per il delinquente passibile della pena di morte da parte del pubblico potere (su questi argomenti non entriamo nel dibattito che è dei giorni nostri sulla eliminazione dai codici della pena di morte, perché questo merita un discorso a parte, più ampio e più articolato).
 
L'eutanasia, come abbiamo già detto, consiste nella morte indotta con libero intervento, nell'intenzione pietosa di sottrarre l'essere umano ad una esistenza troppo gravosa di sofferenze; nel significato giuridico questo tema richiede, secondo alcuni pensatori del nostro tempo, l'introduzione nel diritto positivo di norme che consentono detto intervento della "morte pietosa" con formulazioni precisa circa i tempi e le circostanze e l'espulsione dai codici penali delle norme che sanzionano in vario modo l'omicidio, perché di questo si tratta nel caso dell'eutanasia; ma un'approvazione giuridica dell'eutanasia urta, già solo da un punto di vista pratico, contro difficoltà insormontabili, perché ogni legge favorevole all'eutanasia si presenterebbe inevitabilmente come una possibile giustificazione di innumerevoli casi di omicidio criminale; inoltre ogni sanzione giuridica della prassi dell'eutanasia implica una presa di posizione di fronte al valore etico dell'eutanasia stessa; infatti nel suo significato etico l'eutanasia si presenta come un caso limite di urto contro l'imperativo morale ricordato di "non uccidere"; se a tale imperativo si dà il senso di una norma autonoma dell'operare umano, avente il solo scopo di tutelare il diritto dell'innocente vita, il valore dell'eutanasia potrebbe essere pregiudicato da particolari situazioni concrete nelle quali il paziente ed il medico possono giudicare la morte come un male minore di determinate condizioni di vita. Se, invece, l'imperativo "non uccidere" ha senso, come lo ha, dal punto di vista del giusnaturalismo, in quanto il "bene" della "vita" dallo "jus cordibus inscriptum" è qualificato come indisponibile, allora ogni norma regolante l'eutanasia non può che apparire come un assurdo giuridico, solo se si pensa che ogni ordinamento giuridico ha una sua logica e una sua razionalità che non ammettono alcuna contraddizione; dunque in un ordinamento giuridico che assume (e non può non assumere) la tutela della vita, per la sua intrinseca razionalità, deve escludere qualunque eccezione alla difesa della "vita", ivi compresa quella dell'eutanasia come intervento pietoso in favore del sofferente.
 
A questo punto riteniamo opportuno riportare alcuni giudizi dei più affermati pensatori del nostro tempo, per avere a portata di mano giudizi più concreti e specifici per dimostrare che le nostre convinzioni in questa materia sono valide e accettabili dalla "coscienza umana" propria dell'uomo allo stato di "natura".
 
Nel mondo cristiano-cattolico abbiamo rilevato che il teologo tedesco Hans Kung ha pubblicato nel 1996 (nell'edizione Rizzoli/Milano) l'opera "Una difesa della libertà di scelta", in cui sostiene il diritto di disporre da sé dell'essere e del non-essere della propria vita; egli si oppone al rifiuto della legittimità morale dell'eutanasia attiva, tradizionalmente fondato, nel pensiero religioso, sull'idea di un Dio padrone assoluto della vita degli uomini; a questa immagine l'autore contrappone quella di un Dio misericordioso, alleato dell'uomo nella sofferenza, che "ha anche lasciato all'uomo che è in procinto di morire la responsabilità e la libertà di coscienza di decidere il modo e il tempo della sua morte". Nella seconda parte del libro egli svolge un saggio storico della letteratura di Walter Jens, nel quale sono analizzati alcuni famosi luoghi letterari che affrontano il tema della morte, a partire dalla passione di Cristo nel Vangelo di Matteo.
 
A noi sembra che la tesi teologica di questo pensatore sia in contrasto con la tradizione veteroneotestamentaria, infatti nel libro della Genesi si legge: "Facciamo l'uomo secondo la nostra immagine, come nostra somiglianza" e, dopo la creazione il Signore "vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco era cosa buona" (Gn, 1-26/34); a questo punto ci poniamo le domande: "come può Dio, anche nella sua infinita misericordia, ammettere la distruzione di (la vita umana) ?"; peraltro nella stessa "Genesi" (1-1/15), dopo l'uccisione di Abele, si legge che il Signore disse a Caino: "dov'è Abele tuo fratello?...che cosa hai fatto? Sento la voce del sangue di tuo fratello che grida a me dal suolo! Sii tu dunque maledetto dalla terra che per mano tua ha spalancato la bocca per bere il sangue di tuo fratello.
 
Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi frutti, ramingo e fuggiasco sarai sulla terra" ed a proposito, poi, della passione di Cristo nel Vangelo di Matteo, lo stesso Kung confonde il piano divino della salvezza a mezzo della morte di Cristo con il tema della morte dell'essere umano, dimenticando, tra l'altro, che quella morte di Dio-uomo è causata dal tradimento di Giuda, contro il quale Gesù stesso esprime questa condanna: "in verità vi assicuro che uno di voi mi tradirà...il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo da cui il Figlio dell'uomo è tradito: sarebbe stato meglio per lui che non fosse mai nato" (Mt. 26, 21/25): non sono queste inequivocabili affermazioni e condanne contro chi decide per l'omicidio (e tale è l'eutanasia)? Ma, poi, il Signore, sul Sinai, non dettò a Mosè i 10 comandamenti, fra i quali quello di "non uccidere"? Insomma il pensiero di Hans Kung non ci convince o, meglio, non solo esso è contro le verità della tradizione ebraico-cristiana, ma è anche in contrasto con la legge naturale "cordibus inscripta" ("neminem laedere).
 
Anche un altro cristiano, Giovanni Franzoni, che ha conosciuto le predette "verità rivelate", ha sempre partecipato al dibattito sociale ed etico intorno ai temi del nostro tempo da un punto di vista che intende tener conto del pensiero religioso, però, libero ed autonomo, infatti nella sua opera "La morte condivisa: nuovi contesti per l'eutanasia (ed. Edup-Roma- 2002) passa in rassegna episodi anche di lontane epoche storiche di personaggi famosi che in vario modo si sono interrogati sul problema della morte. La consapevolezza è vista -da Franzoni- come il punto focale dell'approccio: è, questa, infatti -citando il Dhaammapada- "la via della non morte, chi è consapevole non muore, chi è distratto è come se fosse già morto".Vorremmo osservare che con questi pensieri lo scrittore si pone fuori del cristianesimo per approdare al buddismo e, precisamente, in quella forma in cui il Dhaammapada rappresenta la legge, il diritto, il dovere, la morale, la virtù, il carattere, la condizione di essere o, meglio, gli elementi che secondo una ferrea legge ad un tempo morale e fisica, determina l'esistenza impermanente e quanto di dolore è con essa connesso: si è qui nella dottrina salvatrice di Buddha, secondo cui lo scopo della vita umana è la realizzazione, lo sviluppo della stessa natura di Buddha, per cui, in un certo senso, l'uomo è una divinità "buddificata"; quando si entra in certe forme di misticismo o di immanentismo, non è facile, poi, cogliere il senso della "vita" umana in certe espressioni astruse di una religione che divinizza tutto, cose e uomini: insomma ci sembra assurdo andare a trovare nel Dhaammapada il diritto alla vita e la libertà della morte dal momento che in questo tipo di religione l'uomo si annienta nell'identificazione al dio (in questo caso, Buddha): perciò noi siamo convinti che queste religioni non possono dare spiegazione della "vita" e della "morte" per l'essere umano, per "questo" uomo, per questo "nato" da donna, che per sua natura non può considerarsi infinito nella sua finitudine, né può "buddizzarsi" per la diversità di natura del Buddha (nella sua natura di "dio") e dell'uomo visto nella sua fragilità di creatura o, più rigorosamente, dell'inglobamento della vita dell'uomo in quella di Buddha o viceversa.
 
Dopo l'esame del pensiero di due studiosi cristiani vogliamo rivolgere l'attenzione ad altri atteggiamenti di pensiero in materia di "eutanasia", fra i quali qui scegliamo quello rilevabile nell'opera "Il dominio della vita. Aborto, eutanasia e libertà ( Ed. Comunità- Milano, 1994) di Ronald Dworkin; in questa opera l'autore affronta due questioni importanti della riflessione bioetica: l'aborto e l'eutanasia (la nascita impedita e la morte anticipata) che delimitano problematicamente l'ambito che in senso pieno costituisce la vita umana.
 
Dworkin presenta qui una posizione liberale che tiene conto di tutti i punti di vista e le convinzioni in gioco e suggerisce un punto di accordo (fuori di ogni fondamentalismo laico): "Il dominio della vita" non è una nuova argomentazione a favore dell'aborto e dell'eutanasia, quanto un esame filosofico del dilemma morale e del tipo di scontro in atto tra i sostenitori dell'una e dell'altra tesi, al di là della retorica e dell'ideologia che da entrambi le parti hanno animato il dibattito; con la sua analisi Dworkin tenta di ricollocare l'aborto e l'eutanasia nell'area propria della tolleranza, negando che in entrambi i casi ci siano diritti specifici che lo Stato ha l'obbligo di proteggere.
 
Non si tratta, insomma, di questioni in cui lo Stato può e deve intervenire, come deve, invece, intervenire tutte le volte che i diritti inviolabili siano violati. L'opposizione all'aborto e all'eutanasia sarebbe in definitiva motivata da convincimenti più simili all'immacolata concezione e alla natura divina di Cristo che non dai fatti (anche se di controversa interpretazione) quali la soppressione deliberata di una persona. Il disaccordo c'è ovviamente anche sui convincimenti religiosi, ma su quelli le società liberali hanno trovato una soluzione pacifica ed eticamente apprezzabile con la tolleranza.
 
Secondo il nostro modesto modo di vedere ( e di vedere secondo la ragione naturale) a questo scrittore possiamo obiettare che l'aborto e l'eutanasia sono fenomeni umani indubbiamente connessi con uno dei fondamentali diritti dell'uomo e del cittadino; per rimanere sul terreno del liberalismo, in cui si pone Dworkin, e se si vuole essere coerenti con i principi di detto indirizzo di pensiero non possiamo che rilevare una contraddizione nell'affermazione dello stesso Dworkin quando dice che relativamente all'aborto e all'eutanasia "non si tratta di questioni in cui lo Stato deve intervenire"; se solo si pensa che i germi delle libertà civili, insite nel principio della garanzia della legge, non avrebbero mai portato frutti se non ci fossero state riflessioni come quelle di Locke (che è considerato come il padre del liberalismo con sfondo giusnaturalistico, come già abbiamo ricordato) e se quelle riflessioni non si fossero tradotte, nel XVIII secolo, nelle Dichiarazioni dei diritti Francese e Americana del 1789-1793 in cui troviamo l'elenco quasi completo delle libertà dell'uomo, concepite come diritti naturali (fra le quali il diritto dell'uomo di essere garantito nella sua persona) e proprio in dette Dichiarazioni si trovano i germi del moderno Stato di diritto, riconosciuto, per questo, anche dal più moderno liberalismo: se si pensa a tutto ciò, uno Stato che vuole essere liberale e di diritto ( nel senso di Stato in cui vige il dominio delle leggi o del diritto sugli uomini e non degli uomini sulle leggi e sul diritto) non può disinteressarsi dell'aborto e dell'eutanasia come fenomeni sociali che esigono quel complesso di direttive (leggi scritte) che regolano l'azione umana nel mondo delle relazioni sociali; se lo Stato moderno (che vuole caratterizzarsi come Stato di diritto) venisse meno a questa funzione perderebbe proprio la sua ragion d'essere giuridica e non può disinteressarsene perché aborto ed eutanasia sono elementi connessi al concetto di "persona umana" di cui già esistono le norme di tutela giuridica. 
 
Lo stesso Dworkin, poi, afferma che l'opposizione all'aborto e all'eutanasia sarebbe in definitiva motivata da convincimenti più simili all'immacolata concezione e alla natura divina di Gesù che non dai fatti (anche se di controversa interpretazione) quali la soppressione deliberata della persona; su questi fatti il disaccordo c'è ovviamente anche sui convincimenti religiosi -ritiene Dworkin- ma su quelli le società liberali avrebbero trovato una soluzione pacifica ed eticamente apprezzabile con la tolleranza; ma, secondo il nostro convincimento, con la tolleranza gli esseri umani, lasciano impregiudicate le diverse convinzioni e solo per evitare lo scontro sociale fanno appello alla tolleranza; ma con lo strumento della tolleranza non si raggiunge la "verità", infatti essa cristallizza le divergenze, ma le "verità" vanno ricercate con l'uso della ragione nel colloquio tra gli umani perché dalle diverse opinioni si possa passare al piano superiore dei concetti universalmente riconosciuti per giungere alla regolamentazione delle relazioni umane mediante norme giuridiche valide per tutti; infine ci pare di poter obiettare ancora allo stesso Dworkin che la materia relativa all'eutanasia e all'aborto non si può confondere con la materia di fede dell'immacolata concezione e della natura divina di Cristo, infatti la prima materia (aborto ed eutanasia) esige una ricerca scientifica con metodo specifico adeguato all'oggetto, mentre i predetti concetti di carattere teologico suscitano un atto di fede: a questo oggetto ben si attaglia questo pensiero di Kierkegaard: "La fede è precisamente la contraddizione fra la passione infinita della vita interiore e la insicurezza oggettiva. Se io potessi affermare oggettivamente Dio, non crederei, ma perciò appunto che non posso affermarlo, devo credere; e se io voglio tenermi alla situazione della fede, debbo badare continuamente a che io tenga ferma la incertezza oggettiva, per modo che io mi trovi in una instabilità oggettiva come 'su 7000 piedi d'acqua' e -aggiunge a questo punto ancora Kierkegaard- tuttavia credo": come si vede, in questi pensieri il padre dell'esistenzialismo distingue bene il campo della "scienza" e quello della "fede".

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