L’eutanasia fra diritto e morale
(dall’opera inedita “Le confessioni religiose nello Stato di diritto italiano” )
Introduzione
Per trattare il tema "Eutanasia fra Diritto e Morale" è necessario delimitare l'oggetto della trattazione, il metodo da seguire nella ricerca e il fine per cui si ricerca; un po' come nel campo della ricerca scientifica in generale: sono queste le condizioni fondamentali che fanno progredire la scienza, infatti "scienza" è la conoscenza in ogni ambito del sapere e se l'uomo, per sua natura, tende a conoscere il mondo che lo circonda (naturale e umano), non è azzardato dire che la scienza in senso lato, come tendenza al conoscere esiste fin da quando esiste l'uomo; però occorre subito precisare che la scienza, in senso stretto, è conoscenza sistematica della realtà osservabile, per cui essa per poter cominciare ad esistere ha bisogno di una molteplicità di conquiste culturali.
L'uomo della preistoria possedeva - secondo le più moderne scoperte storiche e archeologiche- una gran quantità di nozioni sulla vita degli animali e, perfino, sugli eventi atmosferici e meteorologici, ma queste erano nozioni confuse, accumulate nella memoria e trasmesse di generazione in generazione per i fini dell'autoconservazione: questa massa di nozioni, però, non era il risultato di una ricerca metodica delle verità, era piuttosto una immediata continuazione della vita, determinata per intero da necessità della conservazione del singolo e della specie; ciascuna di dette nozioni non era connessa con le altre dall'interiore e organica necessità di un metodo scientifico: esse venivano acquisite tutte in modo estrinseco senza alcun legame e costituivano solo strumenti della conservazione; non erano differenziate e in esse non vi era sviluppo o passaggio dal noto all'ignoto o dal vecchio al nuovo: per questo non ci pare di poter dire che la "scienza" in senso proprio sia esistita fin dai primordi dell'umanità; però non possiamo non riconoscere che la "scienza" presuppone una molteplicità di conquiste culturali; se così è, la scienza compare, anzitutto, là dove l'uomo ha vinto la sua paura nei confronti della natura, ha superato l'assillo dell'autoconservazione e si è posto il problema della ricerca delle cause dei fenomeni e lo scopo del conoscere; per questo la "scienza" non appartiene all'uomo della preistoria, bensì essa è conquista dell'uomo della "storia": essa compare, cioè, quando l'uomo, inserendosi nella tradizione, o, meglio, nella molteplicità della conquiste culturali, osserva con il metodo proprio della scienza, i fenomeni che lo interessano, ipotizza, sperimenta e verifica e, così, scopre le leggi di essi: per questo modo di procedere la scienza, in senso proprio, ha consentito all'uomo di rendere razionale ciò che prima era mitico. Per questo non possiamo non riconoscere che "scienza" etimologicamente significa "conoscere" (dal greco epistème) e che essa denota non solo la capacità di colui che sa, che conosce, ma anche la forma generale, precisa, rigorosa, razionale, sistematica del conoscere umano; ecco perché abbiamo detto che la radice della conoscenza va ricercata nell'innato desiderio dell'essere umano di cercare, di scoprire, di sapere, di acquisire conoscenze più vaste del mondo umano e naturale al fine di dominarlo e di assoggettare i fenomeni sensibili ai bisogni della vita e dell'azione, per cui l'epistème del pensiero greco stava ad indicare il sapere certo e la conoscenza esatta delle cose in contrapposizione alla "doxa" (opinione); da qui scaturisce la convinzione che la "scienza" sia soggetta a trasformazioni e che essa non possa non essere vista nel suo divenire storico.Abbiamo voluto fare questa premessa per dire che il sapere in generale si acquista attraverso l'ipotesi, la sperimentazione, la verifica, il controllo e la scoperta delle leggi che regolano i fenomeni osservati (umani e naturali) nell'ambito di un determinato oggetto; per questo dobbiamo riconoscere che la verità non potrà essere raggiunta nel campo dell'eutanasia senza un procedimento di ricerca analogo a quello della ricerca scientifica. Così chi vuole ricercare non può fare a meno di delimitarsi il campo della ricerca. Nel caso del tema preso in esame ci si impone, perciò, la necessità di delimitare il campo della ricerca nell'ambito della biologia e, più precisamente, nell'ambito della vita dell'essere umano vista al suo termine (la morte); ma come ogni scienza può essere sicura di raggiungere i suoi fini solo se essa impiega il "metodo adeguato", così nel campo specifico della "fine della vita umana" non possiamo che imporci uno specifico e adeguato metodo di ricerca. Ma che cos'è il metodo? "metodo" etimologicamente significa via, dal greco e =via; riferito all'attività conoscitiva esso significa investigazione e, per indicare anche il "fine" della ricerca, può essere considerato come sinonimo di "theorìa" o di "epistème"; però in senso moderno significa propriamente modo o maniera o via per raggiungere il fine della scienza; ma, qui, non possiamo non puntualizzare che ogni "disciplina" (o ambito di frammenti della realtà preso in considerazione) ha bisogno di un metodo proprio, specifico, senza l'uso del quale non è possibile ottenere risultati chiari e certi nell'investigazione e, così, anche nel tema specifico preso in esame, non possiamo procedere senza prefiggerci un metodo adeguato all'oggetto della trattazione.
Non riteniamo opportuno entrare nel campo della classificazione dei metodi (empirico-matematico, filologico-ermeneutico, logico-gnoseologico, deduttivo, induttivo ecc. ecc.), perché il tema non rientra nell'ambito di questa ricerca; però, premesso che ogni scienza o gruppo di scienze ha bisogno del proprio metodo di ricerca per mietere trionfi nella conquista del sapere, così anche per i fini di questa ricerca è necessaria la scelta di un metodo adeguato se vorremo riuscire nel proporre idee valide sul tema dell'eutanasia: qui ci basta ricordare solo che proprio abbandonando il metodo logico-gnoseologico della filosofia nel campo delle cosiddette "scienze esatte", Galilei riuscì ad assicurare all'umanità progressi nel campo delle scienze naturali; in virtù del metodo empirico-matematico dette scienze hanno compiuto i progressi che conosciamo. Così anche le scienze storiche cominciarono a scoprire un mondo ancora sconosciuto, quando Champolion, all'inizio del XIX, in base all'analisi comparata di tre iscrizioni (geroglifica, demotica e greca) di identico contenuto, trovate presso Rosetta in Egitto, impiegando il metodo filologico-ermeneutico, riuscì a rivelare agli occhi degli storici tutto un nuovo mondo di cultura antica e rese possibile per la prima volta di ricostruire con rigore scientifico la storia dell'Egitto, cosa che non fu prima possibile, perché la scienza storica ancora era legata o ai metodi della conoscenza oggettiva (conoscenza possibilmente indipendente dall'ideologia dello storico) o al metodo della conoscenza basata sulla "visione del mondo" del ricercatore. Per darci, perciò, un metodo in questa ricerca, dobbiamo tener presente che esso deve essere idoneo a dare risposte scientifiche ai seguenti quesiti: "che cos'è la vita?" o "La vita è un bene disponibile?" o "in base a quali principi questo "bene" può essere difeso?" Per rispondere a questi quesiti riteniamo necessario fornire il concetto di "eutanasia": etimologicamente "eutanasia" significa " buona morte" ( dal greco "eu"=bene e "thanatos"=morte): nel senso più moderno "eutanasia" vuol significare "morte indotta con libero intervento, nell'intenzione pietosa di sottrarre l'interessato ad una esistenza troppo gravosa"; per questo sono state coniate alcune espressione di moda: come "uccisione pietosa" o "morte benefica" o "morte per pietà". Questo dell'eutanasia è un problema che ha suscitato l'interesse dei medici, dei biologi, degli psicologi, dei teologi, dei moralisti e degli studiosi del diritto e degli amministratori della giustizia; come si vede l'eutanasia è vista sotto il profilo di diverse scienze ed i contrasti in questo problema scaturiscono proprio dalle diverse posizioni di ricerca e di pensiero; a noi sembra che il contrasto nelle conclusioni teoriche e pratiche di esso vada ricercato nella soluzione delle antinomie filosofiche del nostro tempo: "razionalismo-empirismo" o "spiritualismo-materialismo"; infatti chi considera la realtà sotto il profilo razionalistico e si pone, perciò, nel versante della "Ragione" secondo le posizioni gnoseologico-metafisiche che partono dalla speculazione socratica per arrivare alle "Idee" platoniche o, meglio, ai principi della gnoseologia oggettivistica platonico-aristotelica e, via via, agli "Universali" ante rem medioevali, al razionalismo cartesiano, al trascendentalismo kantiano e, quindi, all'esaltazione della "Ragione" universale di hegeliana memoria e fino alla posizione idealistica italiana di Gentile secondo cui "Ragione" è sinonimo di "Pensiero" o "Soggetto" unico universale che parla in "me", è costretto ad ammettere una Realtà che è fuori di "me" e che "mi" condiziona a ritenere che non "io penso", bensì è la "Ragione" l'unica realtà che si fa e che diviene e nell'ambito di essa va risolto il problema del "corpo" o della "vita", nel senso che il "corpo" non è il "mio corpo" e la "vita" non è la "mia vita, essi, invece, sono l'Io come vive attualmente in noi", è, insomma, il "Soggetto assoluto che nulla lascia fuori di sé": così scivolando in questo versante dell'antinomia (razionalismo-empirismo"), la "vita" e la "morte" si collocano nell'aere rarefatto di questa specie di metafisica della "Ragione Universale".
Dal lato opposto non si trova altro che l'empirismo, la realtà, cioè, così come rivelata ai nostri sensi, che rigetta l'idea di "Ragione Universale" per affermare i diritti del "contingente", del "variabile", del transeunte e, in questo campo i temi della "vita" e della morte" sono svolti all'insegna del "relativismo" e dell'"utilitarismo": in questo versante "vero" è ciò che appare a "me" o che appare a "te": in questo campo, perciò, i temi predetti non possono essere studiati e svolti sotto il profilo della "universalità" o dell'"unità" di un sapere accettabile universalmente. Gli stessi risultati possono essere dimostrati nell'antinomia "spiritualismo-materialismo", infatti o la realtà è Spirito immateriale (e, quindi, la " vita" e la "morte" devono essere considerate sotto il punto di vista della spiritualità immateriale) o è "Materia", per cui la "vita" è "organicità", "fisicità" e come tale non può sottrarsi alle leggi della causalità e della necessità al pari dei fenomeni naturali, per cui la "morte" e la "vita" si inseriscono nel meccanicismo della natura e, come tali, diventano "beni" disponibili lasciati alla mercé del soggetto umano.
Noi, invece, in questa specifica ricerca, tendiamo a sfuggire a queste due soluzioni contrastanti sui temi della "vita" e della "morte", per cui ci chiediamo: qual è il metodo più adatto che in questa ricerca ci fa evitare gli scogli di "Scilla" e "Cariddi" dell'esistenza umana? In questo campo vogliamo evitare le tematiche teologico-religiose e vogliamo, perciò, mettere tra parentesi, i presupposti di ogni metafisica razionalistica, come sopra delineata, come vogliamo sfuggire alle soluzioni degli empiristi-materialisti, che, in questo nostro tempo, per apparire "spiriti forti" o "liberi pensatori" o "critici puri" si trasformano in arrabbiati antimetafisici e antidogmatici, ricreando, in altro versante, una specie di "dogmi laici" più rigidi di quelli che avrebbero dovuto combattere: per questo vogliamo far uso della sola "ragione umana", fedele al detto aristotelico secondo cui "l'uomo è un animale razionale" e, per questo, riteniamo che la ragione non è un processo di soluzioni definitive dei problemi (per questa via si sfocia nel "dogma" e nella "metafisica" propria di ogni termine delle predette antinomie: razionalistica, empiristica, spiritualistica e materialista); la ragione, perciò, è approfondimento dei problemi, per cui ogni provvisoria soluzione è in grado di sviluppo valido, ma relativo rispetto al grado ulteriore, senza che l'uomo possa mai toccare il fondo della "verità"; l'uso della "ragione" da parte dell'"animale-uomo" richiede il dovere di riconoscere i propri limiti e di non autodecretarsi "dommaticamente" guida dall'alto dei suoi sillogismi fuori della vita, bensì di essere guida, all'interno della vita stessa, del pensiero concreto; è, questa, la ragione "naturale", quella ragione, cioè, che Paolo di Tarso mostrò di impiegare quando, rivolgendosi con una sua lettera ai Romani, non si avvalse delle verità rivelate, ma scrisse: "tutte le volte che i pagani, che non hanno una legge, praticano le azioni prescritte dalla legge, seguendo il dettame della natura; essi, pur non avendo la legge, sono legge per se stessi. Essi mostrano che l'opera voluta dalla legge è scritta nei loro cuori": avvertiamo in questi pensieri come l'eco della definizione data nel mondo dell'antica Roma al diritto naturale, inteso come "jus cordibus inscriptum"; e non è ragione naturale quella che impiegò S. Agostino nel suo itinerario speculativo che lo portò dal manicheismo al cristianesimo? Ecco, infatti, come egli definisce la ragione: "per un mio atto (motus) intuitivo ed occulto, posso discernere e connettere ciò che vi è da imparare; e questa capacità (vis) si chiama la mia ragione" (cfr. De ordine, II,18,48; PL, 32, 1017); e, altrove, precisa che ciò per cui l'uomo supera in eccellenza gli animali irragionevoli è "la ragione, ovvero la mente, o l'intelligenza o comunque la si chiami" (cfr. De Genesi ad litteram, III, 20,30; PL, 34, 292).
Se, dunque, non la "Ragione" (come realtà esteriore e condizionante il ragionare umano), ma la ragione di ogni singolo "io" si deve impiegare nella trattazione dei temi dell'eutanasia, non possiamo che ritrovarci nel campo del giusnaturalismo giuridico. Infatti è questa corrente di pensiero che ci porta a riconoscere che la "vita" è un "bene indisponibile" e, quindi, a rifiutare la "dolce morte"; se la ragione naturale ci rende coscienti del fatto che gli uomini allo stato di natura hanno tutta una serie di diritti, fra i quali il diritto "alla vita", "alla libertà" e "alla proprietà", perché questi "beni" sono naturali e propri dell'uomo e, quindi, beni assoluti e indisponibili, allora non possiamo che riconoscere come giusta la posizione del giusnaturalismo, il quale ritiene fondamentale alla natura umana il diritto alla "indisponibilità" di detti "beni", nel senso che essi sono connaturati alla natura umana e che pertanto nessuno può disporre di essi, infatti il precetto naturalistico "non uccidere" (che rientra nell'altro concetto più ampio del "neminem laedere"), trova fondamento nella conformità di essi all'indole e alla natura dell'uomo. Se così è, allora l'oggetto di questa trattazione, circoscritto all'eutanasia, esige un metodo di ricerca che sia conforme alla "ragione naturale" tendente a raggiungere lo scopo della difesa della vita in conformità ad un diritto "cordibus inscriptum".A questo punto, perciò, riteniamo necessario entrare in una succinta trattazione del giusnaturalismo, perché nell'ambito di questo filone di pensiero della scienza giuridica, potremo dare la risposta al quesito dianzi formulato e, precisamente, a questo: "è consentita l'eutanasia?" In questa domanda vediamo la connessione del tema della "vita" con le problematiche della morale e del diritto, per cui, per la metodologia da noi scelta, possiamo a questo punto, entrare nel campo del giusnaturalismo.
Dante Di Nicola
(Dirigente superiore per i servizi ispettivi scolastici- in pensione)
NOTE BIOGRAFICHE ED OPERE
Dante Di Nicola, dirigente superiore-ispettore tecnico della scuola elementare, è nato a Castellafiume il 13 luglio 1925. Ha conseguito i seguenti tre titoli universitari:
nell'anno accademico 1951-52 conseguì il diploma di abilitazione alla vigilanza nelle scuole elementari presso la Facoltà di magistero dell'Università degli Studi di Roma;
il 9-7-1957, presso la stessa Università, conseguì anche la laurea di dottore in Pedagogia;
nell'anno accademico 1983-84 conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università "La Sapienza" di Roma.
Il Dr. Dante Di Nicola ha avuto la opportunità di fare buona esperienza di vita nella scuola:
come insegnante elementare in Castellafiume: dal 1947 al 1957;
come direttore didattico nei Circoli di Balsorano, di Magliano dei Marsi e di Celano dal 1-11-1957 fino al 31-1-1970;
come ispettore scolastico nelle Circoscrizioni di Caltanissetta, di S. Severo, di Velletri e di Tivoli dal 1-2-1970 a novembre 1974;
come ispettore tecnico periferico presso i Provveditorati agli Studi di Roma e di L'Aquila da dicembre del 1974 a gennaio del 1990
come Dirigente superiore per i servizi ispettivi scolastici dal 2-1-1990 al 30-9-1994.



