Terre Marsicane
La voce della Marsica

L’orrore della guerra e il sadismo mistico

Quando si fa un uso demagogico della storia, le differenze vengono appiattite; inoltre, quando c’è la volontà solo di fermarsi su alcuni aspetti, si elimina di proposito una tipologia che ci aiuta a capire. Per questo, crediamo che la storia deve rifiutare sempre la sedimentazione delle civiltà.

Con tali premesse, andremo a dare altre indicazioni dell’immane conflitto, dove realtà italiane «vecchie e nuove», a stretto contatto tra di loro, giunsero «all’appuntamento con la Prima Guerra Mondiale» divise: «senza che l’una fosse interamente tramontata né l’altra totalmente affermata». Neppure la disfatta di Caporetto nel 1917 colmò questa spaccatura; anzi, nonostante le innumerevoli perdite subite dall’esercito, i trecentomila prigionieri di guerra italiani e i quattrocentomila fanti sbandati (tra cui molti marsicani), catturati dagli austriaci e dai tedeschi, furono considerati dagli interventisti solo come «vigliacchi, disertori, colpevoli della ribellione». La dodicesima battaglia dell’Isonzo (ottobre-novembre 1917) fu l’anno delle «decimazioni», una punizione che sarebbe diventata lo spaventoso emblema della giustizia militare italiana. Molti soldati vennero estratti a sorte per essere fucilati dopo che il loro reggimento aveva protestato per l’annullamento delle licenze. Sotto il comando di Cadorna, la disciplina era depravata all’arroganza (il peggiore di tutti fu il generale Andrea Graziani).

In altri termini, si giunse a momenti di esasperazione, poiché occorreva un estremo sacrificio per servire quel patriottismo sovversivo tanto decantato da D’Annunzio, Coppola, Federzoni e Pantaleoni (1).

Aiutano a cogliere il significato di queste amare considerazioni, le vicende personali del tenente Luigi Altobelli di Avezzano che, oltre ad aver perduto tutta la sua famiglia sotto le macerie del terremoto, sarà colpito a morte sul Carso. Diversa, seppur tragica, la sorte del fante Silvio Saturnini, meritevole di medaglia al valore. Rimasto isolato in trincea e circondato ormai dagli austriaci, dopo aver scagliato contro il nemico tutte le sue bombe, preferì tagliarsi la carotide, piuttosto che cadere prigioniero. Altrettanto tragica la fine di Guido Corbi, ucciso sul Monte Asolone il 27 ottobre 1918. Il suo nome è incluso nella lista  dei morti e i feriti marsicani, appartenenti ai battaglioni dei reggimenti 69°, 127° e 238° (2).

Questi e altri innumerevoli episodi, rivelano la durezza dei tempi e del conflitto mondiale, da riesaminare oggi (visto la gran mole documentaria ancora inedita) in termini più critici, privi della solita retorica e del mito dell’eroe italiano. D’altronde è stata già assodata da molti studi specifici, la terribile realtà dei militari al fronte. Come riassume lo storico inglese Mark Thompson: «I soldati italiani venivano trattati con durezza. Costituivano la fanteria peggio pagata di tutta l’Europa occidentale e venivano inviati al fronte dopo essere stati sommariamente addestrati e mal equipaggiati, sacrificati alla dottrina dell’assalto frontale, sostenuti da un’artiglieria inadeguata» (3).

primaguerramondialeterremarsicane2Oltretutto, deve considerarsi che la più larga fetta sociale del paese, era rappresentata dalle grandi masse contadine, indolenti alla vita politica e inclini, semmai, a riconoscersi nella cultura cattolica contadina del proprio paese. Ciò sta a significare che nei maggiori momenti di crisi, esse subivano, soprattutto, l’influenza dei partiti rivoluzionari sindacalisti.

Per capire bene questo asserto, ci serviamo delle osservazioni del cappellano, padre Gemelli. In una sua lettera al «Comando Supremo», ribadì che l’indifferenza dei soldati per i discorsi edificanti, non significava un’apatia per gli alti ideali: «Semmai, confermava che la retorica borghese risultava spesso di utilità molto limitata per comunicare con i contadini e gli operai» (4).

Di fatto, il ceto rurale fu profondamente avverso all’idea della guerra: «perché era abituato da sempre a considerare lo Stato come forma di oppressione particolarmente odiosa per gli aspetti fiscali, il servizio militare come un penoso obbligo cui se possibile era meglio sottrarsi, e la guerra stessa come flagello portatore di rovine» (5).

Giuseppe Abate, cappellano del 13° reggimento fanteria, raccoglierà e pubblicherà nel 1919 un diario dei battaglioni aquilani, che includevano soldati e ufficiali marsicani della «Brigata Pinerolo». Tra i militari distinti per coraggio e valore, venne annoverato Angelo Maria Cervini (tenente di Cerchio), che fu decorato con medaglia d’argento durante l’attacco al «Villaggio di Selz» il 1° luglio 1916; medaglia di bronzo guadagnata a «Versic» tra il 23 e il 26 maggio 1917; medaglia di bronzo meritata per l’ardimento dimostrato a «Zenson di Piave» tra il 13-14 novembre 1918; infine, fu promosso a effettivo per meriti di guerra il 12 ottobre 1916, guadagnando la medaglia d’oro a «Serba di Karageorge» (6).

La Marsica del 1915-1918, dunque, rimase una regione ancora da forgiare come tutto l’Abruzzo. La popolazione era divisa da insanabili differenze di casta: la lingua italiana corretta era patrimonio solo del 60% circa della popolazione (per lo più si parlava il dialetto); non c’erano sentimenti comuni; i ricchi occupano comunque posti di rilievo; i contadini e i miseri braccianti dovevano lavorare in condizioni deplorevoli, con l’alternativa dell’emigrazione transoceanica che, nel 1913, raggiunse la sua massima valenza in tutta l’Italia (7).

Per questo, gli italiani (a detta della classe politica intellettuale), avevano bisogno urgentemente di temprarsi in una solida unità nazionale, che in seguito «gli interventisti» pensarono potesse raggiungersi solo con l’immediata entrata in guerra, considerando: «la fucina il campo di battaglia dove più alto sarà il sacrificio, più nobili saranno i risultati».

Come è ormai noto, la rottura della neutralità, sarà imposta proprio da questa minoranza colta, dissacrante e decisa a distruggere gli schemi del passato, contro la volontà della maggioranza e a discapito delle più importanti correnti politiche liberali e socialiste affiancate dalle masse popolari. Si trattava di un fortissimo orientamento antigiolittiano, che aveva favorito una feroce disciplina repressiva, in pieno conflitto: «con le tecniche persuasive della moderna propaganda».

Tra l’altro, il prefetto dell’Aquila, rispondendo ai pressanti quesiti sullo «spirito pubblico», affermò che: «almeno il 90% della popolazione era contrario all’intervento armato, anche se, aggiungeva, che l’entrata in guerra sarebbe stata accolta con rassegnazione». In realtà, simile riscontro, fu accertato in ben altre cinquantacinque relazioni governative giunte al Ministero, che tracciavano: «il ritratto di un paese alquanto tiepido di fronte alle prospettive di una guerra, solo superficialmente coinvolto nelle mobilitazioni interventiste, generalmente disciplinato e calmo, incline alla prudenza e poco disposto a lasciarsi infiammare dai discorsi patriottici». Oltremodo, diversi prefetti di nomina e di orientamento giolittiano, forse non erano stati troppo sinceri e avevano espresso, magari, solo le loro convinzioni più che quelle dell’opinione pubblica.

In questo convulso scenario, non mancarono di certo gli interventi retorici con chiari riferimenti dannunziani, come quello del 1° giugno 1919, scritto dal celanese Pietro Costanzi: «Ed entrammo in guerra, violentando tutto un passato di viltà e di vergogne! Chi potrà mai, o Abruzzo, se non forse il tuo Poeta grande, ricordare degnamente la grave serenità dei tuoi figli partenti per la frontiera? Lasciarono l’aratro nel solco, la scure nel tronco, la barca all’approdo e le donne attonite sulle soglie, e partirono. E molti, o Marsica mia desolata, deposto il triste badile e ribevute le lacrime, lasciarono i morti alle atroci macerie e i vivi all’aperto e partirono. E tutti, furono degni di Te, Terra dolorosa di Abruzzo. E molti caddero sul campo e molti tornarono stroncati, e tutti Ti onorarono al cospetto della Patria grande. Che essi ti onorino ancora nelle opere di pace! Non ci dilungheremo a criticare la condotta della guerra: la pazienza e l’eroismo dei combattenti colmarono deficienze, ripararono errori, edificarono la vittoria» (8).

Altrettanto enfatica la dichiarazione del tenente Arturo Stanghellini che il 4 novembre 1918, rivolto ai soldati marsicani superstiti, scrisse: «Soldati della Brigata Pinerolo, come d’ogni Brigata delle mirabili fanterie d’Italia, bisogna che facciamo amare dai nostri figli e la memoria dei nostri morti e quella delle nostre ferite, dei nostri pericoli, dei nostri disagi. Sul nostro orgoglio di combattenti della Grande Guerra i figli fonderanno la loro più feconda volontà di lavoro e di bene» (9).

Quella dell’Italia (come è stato già scritto), fu una vittoria sicuramente mutilata e pagata a caro prezzo. Infatti, la nazione rurale aveva inviato al fronte circa 5.000.000 di contadini e 350.000 operai che agirono nelle retrovie; mentre 25.000 intellettuali ebbero il grado di ufficiali e ben 17.000 furono i cappellani militari. Spaventoso risulta il quadro alla fine del conflitto con oltre 600.000 morti; 870.000 soldati denunciati ai tribunali di guerra; 10.000 condanne per automutilazione; 15.000 pene all’ergastolo; delle 4.028 sentenze capitali, 729 erano state eseguite (10).

 

  • Gibelli, La Grande Guerra degli italiani «Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport» RCS MediaGroup, Milano 2014, p. 22.
  • Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno II, Num. 40, Roma, 1° Febbraio 1920, Da Avezzano. La solenne commemorazione degli studenti caduti in guerra. Il professore-combattente Francesco Galdenzi, insegnante presso il Ginnasio di Avezzano, pronunciò per l’occasione: «un discorso ammiratissimo per densità di pensiero». Archivio Storico del Comune di Avezzano, cat. VIII/6/4, b.55.
  • Thompson, La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919, il Saggiatore, Milano 2009, p. 18.
  • Labita, Un libro-simbolo, Il nostro soldato di padre Agostino Gemelli, in «Rivista di Storia Contemporanea», Anno XV, n.3, 1986.
  • Gibelli, cit., p. 22.
  • Abate, Il 13° Fanteria (Brigata Pinerolo) nell’ultima Guerra d’Indipendenza 1915-1918, Nell’Anno della Pace, Stabilimento Arti Grafiche Bertarelli, Milano (s.d., ma 1919).
  • Da una mole ormai ragguardevole di studi e di analisi empiriche sull’emigrazione, di fatto rimane ancora utile consultare: De Matteis, “Terra di mandre e di emigranti”. L’economia dell’Aquilano nell’Ottocento, Giannini Editore, Napoli 1993, p.287; cfr., Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, Direzione Generale della Statistica, voll. Anni 1883-1901, Roma, 1884-1897, Evoluzione dell’emigrazione all’estero per comuni, I-II-III zona.
  • Il Risorgimento d’Abruzzo, Settimanale di Battaglia, Anno I, Num.4, Roma, 1° Giugno 1919.
  • Abate, cit., p.259, Cartolina Commemorativa della Brigara Pinerolo.
  • I dati complessivi sui caduti italiani sono ancora disomogenei. Secondo alcune statistiche, i soldati morti furono il 10,3% degli uomini mobilitati e il 7,5% di tutti i maschi tra 14 e 49 anni (Isnenghi-G.Rochat, cit., p.471). Non meno del 65% degli orfani di guerra erano figli di contadini. Cfr. M.Thompson, cit., p. 290.

 

 

 

Commenti