L’Abruzzo terra di emigranti

Non c’è famiglia in Abruzzo e nella Marsica che non abbia avuto almeno un emigrante. E in ogni nazione del mondo si può incontrare un nostro conterraneo. Una buona fetta della storia italiana riguarda proprio questo esodo di massa verso terre più promettenti come l’America e l’Australia. L’epopea dei nostri corregionali e conterranei si è concentrata fra l’800 ed il ‘900 ed è stata segnata da fatica, sofferenza, pregiudizi ma anche il desiderio di una vita migliore e più dignitosa. A testimonianza di tutto questo ci sono lettere scritte in un italiano stentato misto a dialetto, valigie di cartone buttate in un angolo delle soffitte, foto in bianco e nero dalla grana grossa, ritagli di giornale conservati in album ingialliti.

Ma i motivi che hanno spinto milioni di persone ad ammassarsi su navi gigantesche per mesi e mesi, in situazioni di privazione e difficoltà, risalgono a periodi molto indietro nella storia. Bisogna tornare ai Normanni che tra il 1061 e il 1150 sconfissero i Longobardi riunificando l’Abruzzo e ricevendola in feudo da papa Adriano IV, che da allora, entrò a far parte del Regno delle Due Sicilie. Nel 1266 passò agli Angioini.

Seguì poi il dominio degli Aragonesi, e nel 1700 dei Borboni. Il susseguirsi di questi dominatori lasciarono la regione nella più grande trasandatezza, trasformandola in una delle più misere regioni d’Italia. Nel periodo napoleonico ci furono numerose rivolte, da parte dei contadini, contro Murat, poi tornarono nuovamente i Borboni e nel 1860 il nuovo Regno d’Italia. I nuovi governanti furono poco interessati a risolvere i gravi problemi dell’Abruzzo, anzi ai primi accenni di ribellione del popolo, nel 1861, vi fu una dura repressione, scambiando tutti per briganti. In effetti il brigantaggio c’era, come in tutte le regioni italiane, ma in Abruzzo furono utili per accusare di brigantaggio anche chi chiedeva giustamente una risoluzione ai gravi problemi economici e sociali. I veri briganti secondo gli abruzzesi erano i Savoia.

L’Abruzzo, come buona parte dell’Italia Meridionale, fu ignorata dalla rivoluzione industriale che avanzava in Europa e nell’America del Nord e si diffondeva nell’Italia Settentrionale, e fu colpita da una grave crisi economica. Non solo. Con l’unità d’Italia ci fu l’ introduzione del servizio di leva obbligatorio e, insieme al brigantaggio e alla crisi profonda del vecchio sistema agricolo-pastorale, sconvolse ancora di più l’equilibrio socio economico già fragile. La nostra regione, circondato dalle montagne, era rimasto a lungo esclusa dal resto d’Italia, isolamento che fu superato con la realizzazione della rete ferroviaria che collegò Pescara, Ancona e Foggia. Sotto i Savoia, l’Abruzzo fu una delle regioni più povere.

L’economia abruzzese, basata sulla pastorizia e sull’agricoltura, usava metodi ancora troppo arcaici per garantire ai suoi abitanti un buon tenore di vita. Anche la pastorizia entrò in crisi e, di conseguenza, anche l’industria della lavorazione della lana, un tempo principale fonte di guadagno per gli abruzzesi.L’industria,, si riduceva a piccole attività artigianali: la lavorazione della lana a Sulmona, L’Aquila, Scanno e Castel di Sangro; ad Avezzano la lavorazione del lino e della canapa; a Roccaraso e Pescocostanzo il merletto e l’oreficeria; fabbriche di ceramica a Castelli e Campli. Il commercio di questi prodotti subì una forte crisi a causa della diminuzione di richiesta sul mercato e alla forte concorrenza dei prodotti industriali. A causa di tutto questo, nell’ultimo ventennio del XIX secolo iniziò un forte flusso migratorio verso l’estero.

Esso divenne particolarmente intenso alla metà del 1880, raggiungendo il culmine tra il 1900 ed il 1915. Tra il 1880 ed il 1900 a spostarsi furono soprattutto gli abitanti della provincia dell’Aquila, del territorio di Sulmona e delle zone di Vasto e Lanciano. La provincia di Teramo conobbe l’emigrazione soltanto nei primi anni del 1900. Per tutto l’ultimo ventennio del 1800 e nel primo decennio del 1900 il tasso di emigrazione aumentò regolarmente ogni anno, fino a toccare il massimo nel 1913 (anno in cui gli emigrati dall’Italia furono oltre 872.000), per poi subire un arresto negli anni della prima guerra mondiale. La meta principale fu l’America, scelta conseguente alla vicinanza dei porti di imbarco (Napoli) e dal costo del viaggio verso l’Argentina ed il Brasile che era praticamente gratuito: i due Paesi sudamericani in seguito all’abolizione della schiavitù, erano rimasti privi di mano d’opera per la coltivazione dei campi e gli italiani furono i nuovi schiavi. Intorno al 1915 erano circa mezzo milione gli Abruzzesi emigrati all’estero. Sempre nello stesso periodo circa 150.000 abruzzesi provenienti principalmente dagli Stati Uniti e dall’Argentina fecero ritorno a casa. Percentuale minima rispetto al numero crescente di abruzzesi che continuava ad affrontare la grande avventura.

Durante il fascismo, per ovvi motivi politici, l’emigrazione verso gli Stati Uniti conobbe un forte arresto; continuò invece quella in direzione dei paesi sudamericani. Nella Seconda Guerra Mondiale l’Abruzzo si trovò al centro dello scontro tra Tedeschi ed Alleati; interi paesi e città furono letteralmente rasi al suolo dai bombardamenti americani nella famosa battaglia del Sangro. I governi del secondo dopoguerra, con la politica di accentramento industriale nel nord, aggravarono lo spopolamento dell’intera regione. Dopo la seconda guerra mondiale, chiuse le frontiere degli Stati Uniti, i maggiori flussi emigratori si diressero verso Canada e Australia, territori vergini ed ancora inesplorati. Verso l’America, tappa obbligata era Ellis Island, un isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Antico arsenale militare, dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura, Ellis Island è stata la frontiera d’ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti. Il porto ha accolto più di dodici milioni di immigrati che all’arrivo dovevano esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva portati. I medici di servizio controllavano ciascun emigrante: sulla loro schiena segnavano con un gesso la loro condizione di salute. Successivamente, si passava alla Sala dei Registri.

Venivano registrati nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, professione e precedenti penali. Una volta sbrigate queste pratiche burocratiche, ottenevano il permesso di sbarcare e venivano accompagnati al molo del traghetto per Manhattan. Il picco più alto si ebbe nel 1907 con 1.004.756 di persone approdate. Nel 1924, per limitare il flusso, vennero approvate addirittura le quote d’ingresso: 17.000 dall’Irlanda, 7.000 dal Regno Unito, 5.800 dalla nostra Italia e 2.700 dalla Russia. Il Servizio Immigrazione chiuse definitivamente nel 1954, spostando i propri uffici a Manhattan e dopo una parziale ristrutturazione negli anni ottanta, dal 1990 ospita il Museo dell’Immigrazione. Se si è curiosi di scoprire se si ha parenti emigrati in quegli anni, ci si può collegare al sito ufficiale di Ellis Island. Senza dubbio ci saranno stati molti marsicani che avranno cercato fortuna oltre oceano e magari qualcuno, consultando il sito potrà scoprire un antenato non troppo lontano tra quei disperati sognatori che hanno fatto grande l’America e, tornando, l’Italia e l’Abruzzo.

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