Terre Marsicane
La voce della Marsica

La retorica borghese nelle commemorazioni degli studenti marsicani caduti in trincea: «heri dicebamus»

di Fulvio D’Amore (ricercatore e saggista)
Al termine della Prima Guerra Mondiale il giudizio severo di Renato Serra cadde come una mannaia su coloro che l’avevano voluta, poiché venne considerata «una male necessario» dai Futuristi, da Gabriele D’Annunzio, dagli interventisti democratici e nazionalisti.

Lo scrittore a ben regione affermò che: «la guerra non aveva migliorato, né redento, né cancellato»; come pure nel ribadire: «la guerra è finita e gli uomini sono rimasti quelli di prima».

Dal fondo della sua «solitudine» di umanista di provincia (il Serra), riassunse con parole disperate e antiretoriche la tragedia del conflitto: «Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l’esito finale sarà tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c’è bene che paghi la lacrima pianta invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuto notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio nell’eternità». Nonostante i giudizi negativi espressi su di lui da Benedetto Croce, Serra aveva sicuramente ragione: il cruento conflitto non aveva migliorato, né redento, né cancellato le gravi problematiche del paese. Tanto era vero che «i maestri» della nuova generazione (Gobetti, Croce, Gentile, Pareto, Mosca, Einaudi e Salvemini),furono quelli della razza precedente che, alla fine dell’immane carneficina, come se niente fosse accaduto, ricominciarono da capo (quasi sempre sulle stesse riviste che non erano state interrotte) con un fiducioso «heri dicebamus», tradotto più esplicitamente con un: «Dunque, dove eravamo rimasti?».

Similmente, sulla «vittoria mutilata», intervenne nella Marsica (S.Pelino, 2 luglio 1919) il nazionalista Enea Merolli che, alla testa della Società Operaia di Celano, intonò anche lui una sorta di «ieri dicevamo», di cattivo gusto prebellico.

Questo a dimostrazione che, per quanto la stagione creativa dell’idealismo fosse ormai esaurita, esso continuò a essere, più per abitudine che per convinzione, la filosofia dominante delle classi più abbienti marsicane, tra il 1919 e il 1925 (1).

L’intransigente giudizio di Serra venne ripreso da Filippo Burzio con un elogio a Giolitti, pubblicato su La Ronda nel 1921: «La guerra che doveva rinnovare il mondo! Vedete, la guerra è finita, e gli uomini sono rimasti quelli di prima». Il breve ritorno di Giolitti al governo (con al suo fianco il fedele sottosegretario all’Interno Camillo Corradini), che aveva sempre rifiutato la guerra, dimostrava, secondo Burzio, la miglior prova che la catastrofe (oltre ottocentomila i morti, tra cui circa duemila i marsicani caduti, dispersi o fatti prigionieri e mai tornati nel proprio paese d’origine), poteva benissimo essere considerata come una brutta parentesi, chiusa la quale, tutto doveva tornare com’era prima. Invece, finita la sagra in tragedia, l’Italia (e in particolare la Marsica) seguitava ad essere divisa come all’inizio del secolo, tra socialismo e liberalismo: «rendendo sempre più difficile sino a impedirla definitivamente quella soluzione di compromesso o di equilibrio che aveva caratterizzato nel bene e nel male l’età giolittiana» (2).

In proposito, da Avezzano: «La solenne commemorazione degli studenti caduti in guerra» rappresentò una piccola tregua tra fazioni rivali (socialisti riformisti e liberali conservatori), dopo le aspre proteste partite da Ortucchio (18 giugno 1919) per richiedere allo Stato la doverosa distribuzione delle terre ai combattenti che, come scrisse il loro sostenitore, avvocato Aurelio Irti: «Difesero i sacri confini della patria e hanno domandato terre da coltivare al Principe Torlonia».

Al momento, l’amministratore Bernardo De Vincenti, coinvolto nel vortice di pressanti e minacciose richieste, fece promesse «nel limite della disponibilità» (3).

D’altronde che niente fosse cambiato nel territorio marsicano nei rapporti di forza tra fazioni politiche pro o contro il «padrone del Fucino», è ampiamente dimostrato da una lunga serie di azioni eversive dalle quali pareva che né l’uno né l’altro dei movimenti intermedi potessero staccarsi del tutto, per paura di concedere troppo spazio all’avversario. Combattenti, costituzionalisti, anarchici, leghe contadine, affittuari e speculatori di ogni risma dominavano ancora la bollente situazione sulle terre del Bacinetto, adattandosi malamente alla nuova crisi del carovita. Oltretutto, a distanza di cinque anni dal terremoto, le condizioni di vita dei superstiti vincolavano pesantemente l’unanimità dei marsicani.

In questo scenario, le parole del cronista di turno colgono, in tempo reale, una solenne giornata promossa dalle autorità civili e militari per: «La commemorazione degli studenti già appartenenti al Ginnasio di Avezzano, caduti sul campo di battaglia, pur fatta in un’ora di ansie e di disordini, è riuscita veramente solenne per fulgore di eloquio, per concorso di cittadini e associazioni. La sala del cinematografo Marsicano è gremita: notiamo pubblico vario, signore, signorine, studenti, studentesse, insegnanti, ufficiali. Al tavolo degli oratori fanno corona molti vessilli quello del Ginnasio-Liceo, della Società Operaia della Scuola Normale, del Tiro a segno Nazionale, dell’Associazione dei Combattenti, del Municipio di Avezzano, dell’Asilo d’infanzia». L’imponente manifestazione, quindi, cominciò con il discorso del professore e filosofo Ercole Nardelli (preside del Ginnasio), il quale intese rievocare con sintesi mirabile, le figure degli eroi marsicani, illustrando le sfortunate vicende del: «Soldato Saturnini Silvio; Sottotenente Altobelli Luigi; Tenente Corbi Arduino; Capitano Compagnucci Guglielmo; Capitano Di Giacomo Luigi; Capitano Cavasinni Filippo; Capitano Mari Italo; Tenente De Lollis Alceste; Sottotenente Barbati Guido». Dopo l’efficace dissertazione del primo cittadino di Avezzano, seguì quella del corrispondente del giornale Armando Palanza e, di seguito, parlarono gli studenti superstiti: Remo Palladini, Carlo Laurenzi e Mario Di Carlo. L’ultimo intervento della giornata, fu quello del professore ed ex combattente Francesco Galdenzi (insegnante presso il Ginnasio), che riscosse larghi consensi dai notabili del posto «per densità di pensiero». Infine, venne annunciato al pubblico presente che, in ricordo degli ufficiali caduti, sarebbe stato pubblicato un opuscolo a cura del comitato, con cenni biografici di ognuno di loro (4).

In questo malinconico scenario (non dimentichiamo che nella Marsica restavano ancora alcune vedove sopravvissute o congiunti dei soldati), autorevoli storici, collocati fuori dalla retorica Risorgimentale, ricordarono all’opinione pubblica che l’Italia era entrata «impreparata nella pace come era entrata impreparata in guerra».

Senza sottolineare la solita polemica in atto tra patrioti, imboscati e traditori, occorre ricordare che la classe politica marsicana tornò ad essere altrettanto divisa nelle rivendicazioni, quando era invece necessario rovesciare i rapporti di classe soprattutto nel Fucino, per ottenere nuovi e più giusti contratti di lavoro «dall’onnipotente Giovanni Torlonia».

Nel bel mezzo di simili tensioni e scontri, quasi tutti i paesi marsicani aderirono ad alcune proposte accettabili, approvando un nuovo ordine del giorno redatto di pugno da Oreste Cimoroni, che ricalcava da vicino le valide osservazioni espresse in più discorsi dal giovane avvocato di Pescina, Pietrantonio Palladini. Secondo lui gli ex combattenti erano i soli che potevano «guidare il paese alla risoluzione degli ardui problemi del dopoguerra», seppur in una società che andava, tuttavia, profondamente trasformandosi.

In questo panorama convulso, il tentativo di allargare la partecipazione popolare al potere politico nelle campagne italiane e, specialmente, nel latifondo del Fucino non ebbe né la pace né la rivoluzione.

Addirittura, dopo ancora alcuni anni di lotte e di gravi disordini dilaganti nella penisola e nella Marsica, si scatenò una reazione che avrebbe preparato, alla lunga, ma fatalmente, l’avvento dei fasci combattenti. D’altronde, nella società inquieta del dopoguerra si andavano delineando due soluzioni: la violenza sovversiva e la violenza reazionaria.

In definitiva, il sanguinoso conflitto del 1915-1918 non aveva risolto quasi nulla: sicuramente, eliminò del tutto le false illusioni di coloro che vi avevano aderito, credendo, magari, di trovarvi una risposta alla crisi politica italiana.

Gli unici sconfitti, nonostante il loro sacrificio, furono i contadini proletari, costretti a combattere per una «buona guerra».

Nonostante l’ampia messe di lettere e di diari pubblicati postumi dagli intellettuali interventisti, ancora oggi, l’aspetto che rende oscura e dolorosa quella guerra riguarda da vicino i fanti-contadini marsicani: chi erano, da dove venivano, perché erano stati obbligati ad imbracciare il fucile contro gli austro-ungarici?

Difficile dare risposte esaurienti ai quesiti appena esposti, seppur, come studiosi, siamo stati impegnati a visionare da parecchi anni i documenti d’archivio.

Alla resa dei conti gli estremisti di destra si appropriarono del giudizio realistico dato sulla guerra dagli estremisti di sinistra: «essere il grande conflitto che aveva insanguinato l’Europa nient’altro che una zuffa tra opposti imperialismi di cui la nazione più debole aveva fatto le spese» (5).

Quanto sopra considerato, dopo i gravi lutti subiti, niente impedì la ripresa della lotta socio, politica-economica nella Marsica, che sarebbe stata determinata e rapidamente infuocata nel dopo-guerra dallo scontro frontale e da campagne elettorali combattute in un clima di grande tensione, tra richieste municipalistiche, incidenti tumultuosi organizzati da ex combattenti contro il Genio Civile e l’Unione Edilizia.

La minacciosa ipotesi dell’invasione delle terre del Fucino, rimase sempre di straordinaria attualità, tra le necessarie e talvolta inutili mediazioni di Corradini e Sipari, decisi a far intervenire in caso estremo carabinieri e guardie regie, per mantenere l’ordine tra le «affamate» masse contadine.

Quando ormai il regime fascista, aiutato dagli squadristi di Avezzano, con una campagna elettorale falsata da violenze e intimidazioni, depose il sindaco liberale Nardelli, sostituito prima da un commissario prefettizio e poi dall’avvocato Antonio Falcone (segretario politico del Fascio), venne celebrata l’ennesima solenne commemorazione del  fante Clementino Cambise, un altro «eroe morto per la Patria», le cui spoglie tornavano finalmente nella Marsica. Il 22 dicembre 1923, la cerimonia prese il via con il «suono dell’Inno del Piave» ben sostenuto dai fascisti, laddove il professor Raimondo Vespa per la sezione combattenti e l’avvocato Guido D’Amico per i mutilati di guerra, affiancati dalla madre e due sorelle del soldato (sopravvissute al terremoto), presenziarono il rituale funebre nella «Chiesa di S.Giuseppe». Poi, il corteo funebre, si sciolse malinconicamente in prossimità di Piazza Torlonia.

Di contro, la salma di Loreto Viola, un operaio del Genio Militare morto il 3 novembre 1918 nell’Ospedaletto da Campo n.241, giace ancora sepolto a San Bonifacio Veronese. Il diciassettenne faceva parte del reparto «S.Giovanni Ilarione» ed era figlio di Pietro e di Filomena Lolli. Le sue medaglie al merito (compresa la croce di guerra), si trovano ancora dentro un fascicolo consultato nell’Archivio Storico del Comune di Avezzano, poiché non furono mai ritirate dalla sua famiglia rimasta sepolta sotto le macerie del terremoto di Avezzano (6).

Solo dopo il secondo conflitto mondiale, molti italiani cominciarono a farsi un’idea della guerra precedente, leggendo «Addio alle armi» (1946), un libro in cui venivano smontati gli ideali patriottici sostituiti dall’indifferenza per la «vittoria d’Italia». Anche se le affermazioni di Hemingway erano scaturite da appena qualche settimana passata al fronte come volontario della Croce Rossa, la sua visione del conflitto fu più accurata dell’italiano Carlo Emilio Gadda (considerato uno dei massimi narratori italiani del Novecento), vistosamente a disagio: «perché egli ne condivideva il disgusto antieroico per la retorica patriottica» (7).

NOTE

  • Serra, Esame di coscienza di un letterato, in Scritti, Le Monnier, Firenze 1958, vol.I, pp.392-407. Benedetto Croce in una pagina della Storia d’Italia dal 1871 al 1915, commentò gli scritti di Serra scrivendo che: «quello scritto, invece di essere guardato qual era, come un documento doloroso, fu letto con compunzione e celebrato monumento di altra religione» (p.239). Non gli resero merito nemmeno i contemporanei Prezzolini e Papini, che poi morirà nel conflitto mondiale.
  • Bobbio, Profilo ideologico nel Novecento italiano, Storica Einaudi, Torino 1986, p.112.
  • Il Risorgimento d’Abruzzo, Settimanale di Battaglia, Anno I, Num.7, Roma, 22 Giugno 1919. Cfr. Colapietra, Fucino Ieri (1878-1951), A.R.S.S.A., ottobre 1998, p.125.
  • Ivi, Anno II, Num.40, Roma, 1° Febbraio 1920.
  • Bobbio, op. cit., p.114.
  • Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise, Anno V, Num.381, Roma, 23 Dicembre 1923, Corriere di Avezzano. Archivio Storico Comune di Avezzano, Assistenza orfani (1915-1926), cat.VIII/6/4, b.55, Comune di Avezzano. Estratto dal registro dei morti dell’anno 1919. Il Cav.Francesco Benigni, Delegato Speciale ed Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Avezzano.
  • Thompson, La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919, il Saggiatore, Milano 2009, pp. 414-415.

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