La Marsica al tempo dell’imperatore CARLO V D’ASBURGO

 

Dal 1494, anno della calata di Carlo VIII in Italia, fino al 1559 (anno seguente della morte di Carlo V), l’intera penisola e la Marsica furono terreno di scontri ininterrotti; poi si giunse alla «Pace di Cateau-Cambrésis» che aprì un nuovo capitolo anche nel Meridione, quello della dominazione spagnola, concludendo l’epoca delle «Signorie». Con la nascita dell’Umanesimo, potente movimento di cultura e pensiero, il Cinquecento cedeva il passo a una visione più disincantata, o comunque più realista, vicina all’impegno politico-civile. Tuttavia, nella seconda metà del secolo lo scenario cambiò nuovamente anche per la popolazione marsicana. Alla chiusura del «Concilio di Trento» aveva fatto seguito l’età della «Controriforma» mentre la supremazia spagnola, direttamente o indirettamente (vice-regno) e l’alleanza dei papi con gli imperatori Asburgo aveva consolidato il giro di vite controriformistico. In questi frangenti le sorti della Marsica tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Seicento troveranno una sua complessiva definizione territoriale. Infatti, dopo alcuni secoli di frammentazione, si giungerà già dall’epoca angioina verso una ristrutturazione dei feudi marsicani e una convergenza sotto le sedi comitali di Celano, Albe e Tagliacozzo. Questi difficili anni saranno caratterizzati da avvenimenti riguardanti la grande aristocrazia romana infeudata lungo la montagna della frontiera pontificia, per motivi e ricompense di ordine essenzialmente militare (Colonna-Savelli) e, ancora, da spinte autonomistiche baronali spesso in contrasto con l’autorità del viceré del regno di Napoli; diffusione di banditismo endemico a frequente estrazione aristocratica e fuoriuscitismo politico-aristocratico con successiva repressione spagnola (Ascanio Colonna, Marco Sciarra, Curzietto del Sambuco, Giulio Pezzola, Giulio Cesare De Santis, alias Scarpaleggia, etc.).

Nel periodo preso in considerazione, il ducato di Tagliacozzo e la contea di Albe risulteranno uniti sotto il dominio dei Colonna, anche se questa divisione verrà più volte messa in discussione alla vigilia del vice-regno spagnolo. Nel bel mezzo di queste travagliate vicende, ci fu la rapida e portentosa ascesa di Avezzano come nuova “sede comitale” e centro più importante del territorio, avvenuta durante le numerose contese franco-spagnole-austriache, aggravate ulteriormente da complesse vicende tra forze belligeranti contrapposte (Orsini-Colonna), con continui capovolgimenti di fronte, talvolta a favore del Papa in altre vicende alleati dell’imperatore. Infine, il potente casato colonnese, dal 1504 in poi, diverrà padrone di quasi tutto il territorio occidentale della Marsica per tre lunghi secoli. Perciò, il panorama della contea dei Marsi, coll’avvento del Borbone, si presentò diviso in due grandi tronconi: ad Ovest lo Stato di Tagliacozzo e Albe che, come abbiamo detto, restò pressoché intatto fino all’abolizione della feudalità (1806); ad Est la contea di Celano con la baronia di Pescina. Tutta la zona, comunque, sarà teatro di forti tensioni e liti tra baroni, amministrazione comunale ed ecclesiastica per questioni di interesse, privilegi, supremazie, usurpazioni e contese di ogni genere: dure diatribe senza esclusione di colpi tra potenti, finalizzate quasi sempre a togliere alle Università (comuni) i cosiddetti «iura civitatis» (diritti che spettavano a tutti i cittadini in quanto tali) (1).

Le corti baronali (Colonna-Sforza Cesarini Bovadilla), con i loro consueti atteggiamenti dispotici, gestivano, per mezzo dell’erario locale (che curava la riscossione delle rendite, rubando anche al feudatario), lo «jus prohibendi» sui mulini, fornaci, corderie, valcherie, concerie, cartiere e stanghe del pesce situate sulle sponde del Lago Fucino. Molte di queste “gabelle”, più infinite altre, gravavano su buona parte della vita socio-economica della Marsica. I baroni romani, seppur assenteisti, cercavano di accrescere i propri introiti riesumando prestazioni, fide e canoni ormai desueti o imponendone di nuovi: pretesero aumenti delle «risposte in cereali» per usi di semina; usurparono terreni del demanio universale e si avvalsero dell’indebitamento delle Università per acquistarli legalmente o prenderli in affitto (2).

Le strutture demaniali, dunque, costituivano in larga misura, il fondamento su cui erano stati edificati in passato gli ordinamenti giuridico-amministrativi del feudo, laddove insistevano le maggiori articolazioni e fonti principali di entrate baronali ancora in piena attività fra Cinquecento e Seicento. L’entità delle «risposte», anche sulle terre ecclesiastiche e feudali sottoposte a usi di semina, di pascolo, etc., erano comunque fissate da antiche tradizioni sancite dalle consuetudini o dagli statuti locali (3). Queste tradizioni si erano formate in un quadro economico arcaico, nel quale il basso livello della produzione e del reddito aveva reso convenienti ai feudatari e al clero, sempre avidi di ricavare il massimo vantaggio dalla terra, canoni anche lievi ma sicuri e numerosi (4).

Da non tralasciare, in questo complesso scenario, un altro importante aspetto della vita socio-economica della Marsica rappresentato dalla pastorizia transumante e stanziale (Regia Doganella). Il grande patrimonio armentizio marsicano proveniva, in massima parte, dalle montagne del Sud-Est (Bisegna, Ortona, Gioia, Lecce, Collelongo e Villavallelonga); più quello assai consistente dell’Alta Valle del Sangro (Pescasseroli e Opi). Da questa lucrosa attività i «locati» ritraevano utili guadagni, riuscendo spesso a sfuggire alla vessatoria giurisdizione baronale, per usufruire del foro privilegiato della Dogana di Foggia. Tuttavia, occorre ricordare che nel 1601, Albe deteneva il primato dei capi di bestiame; in seguito, in un quadro di progressiva regressione della pastorizia, la priorità fu raggiunta da Pescasseroli che, infine, dovette cedere il passo alla dilagante Gioia.

Su questa linea d’attenzione si staglia l’annosa questione della pesca sul lago Fucino, dibattuta in seguito e lungamente dall’abate di S.Maria della Vittoria (don Domenico Quercia) con atti e rivendiche dei diritti badiali. Famosa rimane la celebre memoria processuale intitolata: «Dissertazione Storico-diplomatica» con ricostruzione degli avvenimenti risalenti ai secoli precedenti, scritta dall’avvocato Vincenzo Aloi, a fronte dell’appropriazione indebita dei colonnesi (fu stampata nel 1768). Tuttavia la pesca fucense divenne soprattutto di rimarchevole entità per le casse dei feudatari, grazie alle notevoli rendite derivanti dall’immediato controllo sull’affitto e riscossione della terza parte del pescato. La copiosa documentazione d’archivio, anche se frammentata, offre al ricercatore una interessante prospettiva di studio su molti conflitti giurisdizionali degli aventi diritto alle stanghe del pesce: feudatari di Celano, Venere, Ortucchio; Avezzano, Luco, Trasacco e Paterno di pertinenza del ducato di Tagliacozzo; Caruscino e Luco, istituzioni badiali di Scurcola (S.Maria della Vittoria). Lo «Jus piscandi» sugli introiti feudali variava, chiaramente, secondo le annate. Un calcolo generico fatto sulla consultazione di svariate fonti, ci porta a desumere una media generale sul provento delle stanghe di circa 3.000-3.500 ducati annui (5).

NOTE

  1. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1965, p.2.
  2. Giorgetti, Contadini e proprietari nell’Italia moderna, Torino 1974, p. 202.
  3. Lo Statuto municipale avezzanese, risulta ufficialmente vigente fino al 1578. È precedente alla riforma angioina, tra il 1268 e il 1278. Presumibilmente l’anno di compilazione risale al 1250 ( Di Domenico, Gli Statuti antichi di Avezzano, Roma 1989, pp.28-29).
  4. Giorgetti, cit., p. 92. Sull’eccesso di produzione sul consumo, di offerta sulla domanda, di crediti sui debiti (surplus), si veda: A.Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia. La lunga durata della crisi, 1500-1656, Napoli, 1986.
  5. Archivio di Stato di Napoli, Relevi Abruzzo Ultra, 127, ff.97-100, dove si possono consultare le clausole d’affitto per le stanghe colonnesi; mentre, in Archivio Segreto Vaticano, Archivio Barberini, Indice II, 1944c, sono ben conservati molti documenti riguardanti il totale delle entrate delle stanghe della contea di Celano; cfr., Archivio di Stato di L’Aquila, Inventario Archivio Colonna, Ducato di Tagliacozzo (da 1 a 40-dal 1625 al 1863), vol.15, 1653-1657. Su tutta la complessa problematica politica e socio-economica si veda: Celani, Una pagina di feudalesimo. La Signoria Peretti, Savelli, Cesarini, Sforza sulla Contea e Baronia di Pescina, Città di Castello, Lapi, 1893; A.Rinaldi, Della demanialità comunale del Lago di Fucino, Roma, 1893.

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