LA CARBONERIA NELLA MARSICA (1820-1821)

Tra contesto europeo e vicende locali

L’8 dicembre 1815, il re Ferdinando IV di Borbone, appena rientrato in possesso del reame con il nome di Ferdinando I, stabilì la formazione del regno delle Due Sicilie, proprio per far rilevare la recente unificazione amministrativa, pur mantenendo la maggior parte delle leggi emanate durante il «Decennio francese».

Durante questi anni era emersa una nuova classe di proprietari terrieri e armentari i quali, favoriti dalle leggi eversive della feudalità (1806) e dalla “svendita” all’asta del patrimonio ecclesiastico, detenevano il potere nei distretti (Aquila, Avezzano, Cittaducale, Sulmona), nei comuni e nei consigli provinciali, arricchendosi a scapito dei grandi baroni assenteisti o del clero.

Saldamente immessi nei Decurionati municipali, le famiglie maggiorenti di ogni paese, riuscivano a controllare ancora gran parte delle rendite e dei benefici appartenenti a Cappellanie, come pure gli introiti dei maggiori conventi zonali e quelli dei Capitoli delle badie (1).

In modo specifico, per tutto il territorio marsicano, abbiamo già esaminato in altre sedi le risoluzioni della Commissione Feudale riguardanti i beni dei Colonna o degli Sforza Cesarini Bovadilla.

La questione dei rapporti sociali nelle campagne meridionali, con un maggior approfondimento critico e con più ampie prospettive, può analizzarsi nel caso della Marsica, facendo esami comparativi svolti sulla documentazione d’archivio degli Atti Demaniali, Affari dei Comuni, etc., dove possiamo trovare numerose vertenze territoriali riguardanti le usurpazioni, gli aboliti usi civici, le difficili quotizzazioni e lo scioglimento delle promiscuità. Contese di vitale importanza che tracciavano un drammatico panorama di scontri armati avvenuti tra popolazioni limitrofe, alla disperata ricerca di un pascolo, per avere diritto di far legna o per accaparrarsi quelle poche risorse del terreno quasi sterile perché posto ad altezze assai rilevanti. Maggior possibilità d’indagine proviene dalla consultazione del Contenzioso Amministrativo del Distretto di Avezzano, laddove si rilevano, oltre alle consuete zuffe, anche continue rappresaglie di animali vaccini sorpresi a pascolare dentro i confini altrui. Oltretutto, l’attento esame della Regia Giudicatura Circondariale e il Registro dei Misfatti dal 1820 al 1861, nonché quello della Gran Corte Criminale, mette in luce ulteriori scenari di contrasto zonale.

La rivoluzione del 1820, innescata il 2 luglio dai settari della carboneria di Nola, Avellino e Salerno, prese piede in questa situazione, estendendosi da Napoli alla Sicilia, per diventare parte di un più vasto moto costituzionale che interessò l’Europa meridionale.

Nella Marsica i nuovi benestanti giacobini ostili al Borbone e al Papa-Re, che avevano fatto parte dell’esercito di Gioacchino Murat, presto si distinsero come capi dei legionari locali, avendo già forti ramificazioni nei Consigli Distrettuali e Provinciali. Molti di loro fondarono o aderirono alle prime vendite carbonare, scrivendo i primi statuti completi di motti, sigilli, nomi dei dignitari e degli affiliati. Con un vero e proprio «colpo di Stato militare», capeggiato dai tenenti Giuseppe Silvati, Michele Morelli, dall’abate Luigi Minichini, comandati dai generali Guglielmo Pepe e Michele Carrascosa, gran parte del regno delle Due Sicilie sprofondò nel ribellismo e nella rivoluzione (2).

Sul nostro territorio, in un primo momento, prese l’iniziativa, l’ex murattiano Don Pietrantonio Sipari di Pescasseroli, seguito poi dalla vendita di Avezzano (26 luglio) promossa da Giandomenico Cerri il cui motto era: «Li Marsi nemici del dispotismo», con emblema rappresentato da un drago ucciso a colpi di lancia da un cavaliere. Nel suo organico raggruppava «128 buoni cugini» su 2.790 abitanti. In testa alla lista dei carbonari figurava il nome del Gran Maestro Gialloreto Tomassetti (ricevitore dei Dazi Riservati) cui ben presto si affiancarono altri personaggi noti appartenenti alle famiglie Alojsi, De Clemente, Spina, Porcarj, Jatosti, Lanciani, Mosca, Brogi, Ranieri, Mattei, Colacicchi, Cataldi, Decj, Mariani, Paciotti, Pennazza, Rampa, Saturnini, Sorgi, Santucci, Toccotelli, Minicucci e alcuni sacerdoti, tra cui Gabriele Jetti. Si distingueva, tra essi, il sindaco della città sede del distretto (Bartolomeo Aloisj). In definitiva, alla fine del 1820, interi consigli comunali, erano caduti nelle mani dei settari, formando uno «Stato dentro lo Stato» che permise aggressioni giornaliere ai simpatizzanti dei «retrivi borbonici».

La legge Costituzionale (appena proclamata dal governo centrale) prevedeva un deputato ogni settantamila abitanti, tanto è vero che l’Abruzzo Ulteriore Secondo, riuscì a eleggere quattro rappresentanti al Parlamento Nazionale. Durante nove mesi nei quali operò il parlamento costituzionale, Antonio Ferrante, Giuseppe Coletti, Vincenzo Mancini, Giampietro Tabassi e il mazziniano Don Francesco Saverio Incarnati (un ricco proprietario di Gioia dei Marsi), con notevoli sforzi, riuscirono a far abolire vecchie leggi, come il maiorasco, le prestazioni del clero dovute alle mense vescovili, diminuendo anche il dazio sul sale. Inoltre, fu abrogato l’ergastolo. Il re napoletano nominò Consigliere di Stato Don Francesco Saverio Petroni di Ortona dei Marsi e, in un clima di ammodernamento del Regno, furono avviati i lavori della rotabile per Paterno e Tagliacozzo. Poi, con l’istituzione della Guardia Nazionale, comandata dal maggiore Don Luigi Masciarelli di Magliano, le squadriglie dei militi furono poste a difesa della «nuova proprietà», minacciata in questo periodo da briganti e affamati contadini.

I tentativi d’innovazione e svecchiamento (ma anche di usurpazioni), durarono fino al 29 gennaio del 1821, quando i moti di Napoli e le continue sommosse in Sicilia, sconvolsero l’equilibrio europeo e fecero intervenire i sovrani della Santa Alleanza preoccupati di far  ritirare subito la Costituzione a Ferdinando I, mentre già il Papa-Re lanciava le sue scomuniche a tutti i carbonari dello Stato pontificio e del limitrofo regno. Molti parroci marsicani, che avevano perduto prerogative importanti con il nuovo regime costituzionale, approvarono e sostennero le severe direttive papali, predicando nelle chiese marsicane contro i settari definiti: «gente dannata»; altri, invece, furono sostenitori del nuovo stato di cose.

In extremis venne richiesta la modifica dello statuto costituzionale, quando già il re di Napoli, completamente isolato dalla maggioranza dei rappresentanti parlamentari, fu costretto a chiedere aiuto alle armi austriache, mentre il suo vicario e l’intero parlamento, per niente intimoriti, erano decisi a resistere ad oltranza. Nella zona, il sottintendente borbonico Valentino Gualtieri, costretto a fuggire dai settari di Avezzano al suono delle campane a martello, fu sostituito dal giudice Alessandro Mastroddi di Tagliacozzo. Anche il dispotismo dell’intendente aquilano Federico Guarini (amico del vescovo dei Marsi), finì per scontentare tutti e, poiché le sue disposizioni non avevano raggiunto lo scopo di placare gli animi, si dette alla fuga nottetempo.

Dopo la sconfitta dell’esercito costituzionale, avvenuta ad Antrodoco il 7 marzo 1821 (Alta Sabina), le truppe austriache del generale Giovanni Filippo Frimont entrarono con irruenza prima all’Aquila e poi nella Marsica, costringendo carbonari, militi e legionari alla fuga. Con l’occupazione di Avezzano (capoluogo di Distretto), tornò a imperversare di nuovo e peggiore di prima, il sottintendente Gualtieri. Con atto immediato fece sequestrare tutti i documenti concernenti i settari locali che potevano svelare le cariche ricoperte durante il periodo costituzionale, dando così motivo alla polizia borbonica di arrestare e perseguire i faziosi. Ancora oggi si possono leggere un gran numero di fascicoli riservati, con relative denunce e informazioni relative ai reati politici dal 1821 al 1852.

Per esempio: il carteggio riguardante Balsorano (24 ottobre 1821), segnalava all’autorità di polizia sospette riunioni di carbonari fatte al casolare «dei signori Ferrazzilli»; a Pescina, il 2 agosto 1821, c’era stata altra adunanza sediziosa, cui avevano preso parte parecchi benestanti del posto; a Pietrasecca, invece, furono denunciati al sottintendente di Avezzano, il maestro di scuola Giuseppe Mercuri e l’eletto di Tufo Ludovico Malatesta, ambedue appartenenti a pericolose «sette carbonare»; a Luco dei Marsi (24 ottobre 1822), in una delazione di sospetti carbonari, furono inclusi i nomi di Tommaso Cambise, Francesco D’Agostino, Pasquale Fosca, Saturno Oddi e il soldato sbandato Angelo Caruso. Il sottintendente di Avezzano, addirittura, esigeva ogni settimana un elenco degli «individui assenti dai rispettivi paesi», anche se emigrati stagionali per ragioni di lavoro nell’Agro romano.

Il 12 luglio 1823, in un clima di repressione, l’ispettore borbonico di polizia Alessandro Blasetti di Celano, comunicò al reggente giudice Arcangeli, l’esistenza di un’ennesima setta denominata «Nuova Riforma dei Parigini». In una sua «Riservatissima» inviata al sottintendente di Avezzano, scrisse: «Impiegherò tutti i mezzi che sono in mio potere, onde conoscere alcuno di questo circondario di mia giurisdizione, sia stato trascinato in tale obbrobrioso errore, investigando nell’affermativa le fila donde del sia partito il veleno, nonché la provenienza degli emblemi». Ancora, in periodi successivi e fino agli anni ’30 dell’Ottocento, tra i maggiori nemici del Borbone e quindi settari, negli elenchi di polizia si rilevano i nomi di: don Giacinto Ciccotti di Celano, incriminato insieme ai fratelli D’Amore di Cerchio, a Don Vincenzo Venditti, Don Francesco Piperni, Don Giuseppe Rosati e a Don Felice Milanetti. Furono tutti accusati dalla Gran Corte Criminale dell’Aquila, di togliere: «la pace e la quiete ai tranquilli cittadini». La sede delle pericolose riunioni segrete fu individuata in un sotterraneo segreto del Castello di Celano, offerto dalla duchessa liberale Donna Giacinta De Thorrey Bovadilla. Anche l’ispettore di polizia Raffaele Decj di Avezzano, aveva raccolto molti indizi, dai quali si evinceva che proprio il sacerdote Ciccotti era stato l’autore di scritti eversivi contro le scomuniche papali e di versetti «poetici profani e scandalosissime composizioni recitate in pubbliche adunanze». Tra l’altro, una delle vittime della polizia borbonica in questi anni di rivoluzioni, fu l’illustre avezzanese abate don Giuseppe Lolli, precursore e sostenitore del prosciugamento del Lago Fucino.

Tutti questi fermenti rivoluzionari prepareranno un clima di sconvolgimenti politici finalizzati a ottenere la Costituzione del 1848, repressa nel sangue con condanne capitali e carcerazioni nei bagni penali.

NOTE

  • D’Amore, Contadini, ecclesiastici e proprietari meridionali nella crisi unitaria del 1860-1861, in Da Ribelli a Briganti, Atti del Convegno di Petrella Salto, 2 ottobre 2004, Centro Programmazione Editoriale, S.Prospero, pp.38-39; Cfr. E.Ciasca, Borghesia e classi rurali del Mezzogiorno nell’età del Risorgimento, in Il movimento unitario nelle regioni d’Italia, Atti del Convegno della Deputazione e Società di Storia Patria, Roma, 10-12 dicembre 1961, bari 1963; Archivio di Stato L’Aquila (d’ora in poi A.S.Aq.), Giornale dell’Intendenza della Provincia di Aquila, Tipografia Rietelliana, Aquila 1821-1824.
  • Lepre, La rivoluzione napoletana del 1820-21, Roma, 1967; Diario del Parlamento Nazionale delle Due Sicilie negli anni 1820 e 1821, Illustrato dagli atti e documenti di maggior importanza relativi a quelle discussioni di Carlo Colletta, Napoli, Dalla Stamperia dell’Iride 1864.
  • D’Amore, Gli Ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’Unità, Amministrazione Provinciale L’Aquila 1994, pp.22 sgg.; ID., Il brigantaggio tra Stato Pontificio e regno delle Due Sicilie nell’azione del capobanda Antonio Gasbarrone (1814-1825), Ottobre 2016, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano.

 

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