Terre Marsicane
La voce della Marsica

Il brigante Antonio Gasbarrone

Le difficoltà incontrate dallo Stato pontificio e dal regno delle Due Sicilie durante la repressione del dilagante fenomeno del brigantaggio preunitario (1814-1825) furono subito evidenti, con provvedimenti inefficaci a causa delle deboli strategie messe in campo e dalle critiche condizioni socio-economiche delle campagne.

E, proprio in questi anni di rivoluzioni (moti carbonari del 1821), il nome del brigante Antonio Gasbarrone salì alla ribalta delle cronache, generando profondo terrore nelle contrade marsicane, specialmente tra i proprietari terrieri e armentari, come pure tra i mercanti che dalla Terra di Lavoro (provincia di Caserta) si spostavano nei territori oggi compresi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove anche la popolazione dei piccoli borghi di montagna, dedita all’economia agro-pastorale, subì notevoli ritorsioni.

brigantede2Le gesta scellerate, le fiere crudeltà, la rozza cavalleria e gli amori spericolati del capobanda Antonio Gasbarrone di Sonnino (oggi in provincia di Latina), costituiscono l’ossatura di tutta l’inedita ricerca storica. Il fascino e il brivido che per decenni suscitò nelle masse popolari laziali e dell’Aquilano, ma anche nelle classi dotte europee la figura di questo irriducibile capobanda ciociaro, costituirono dopo il 1867 una fonte di guadagno per gli autori di romanzi in cui il brigante venne trasfigurato tragicamente in fiero paladino delle libertà, oppure in quel vendicativo e sanguinario regolatore di conti (in realtà gli atti processuali gli attribuirono ben trecento delitti). Suoi diretti antagonisti furono monsignori, cardinali e i Papa-Re Pio VII e Leone XII, impegnati a contrastare con ogni mezzo briganti, carbonari e massoni che imperversavano in quell’epoca tra Stato pontificio e regno delle Due Sicilie (nel nostro caso la provincia periferica dell’Abruzzo Ulteriore Secondo). Si pensi che per far fronte alle impellenti esigenze di difesa, il governo papalino sborsò tra il 1818 e il 1820, dai 50.000 ai 60.000 scudi annui (una cifra davvero esosa per quei tempi).

Oltre a tutte le zone a ridosso della frontiera pontificia da Fondi ad Accumoli, anche la Marsica (occidentale e orientale) venne compresa nelle numerose incursioni della banda di Gasbarrone. Paesi come: Aielli, Albe, Avezzano, Bisegna, Capistrello, Cappelle, Carrito, Carsoli, Celano, Cerchio, Collarmele, Corcumello, Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi, Luco dei Marsi, Opi, Pescasseroli, Pescina e l’intera Valle Roveto, soprattutto durante la primavera e il periodo estivo, patirono tremende scorrerie, caratterizzate da rapimenti a scopo di ricatto, furti, stupri, uccisioni, misfatti e delitti di ogni genere.

Non mancarono al capobanda laziale numerosi complici marsicani (pastori, sacerdoti e proprietari). Tra costoro andrà incluso il Commissario del Re Francesco De Franchis, di stanza ad Avezzano, ospite nel palazzo Mattei, che permise l’avvicinamento della banda Gasbarrone fin sotto le mura della città.

In una delle innumerevoli irruzioni dalla parte di Oricola e Pereto, il brigante dopo aver raggiunto la Piana del Cavaliere senza incontrare alcuna resistenza, rapì alcune donne che stavano lavorando nei campi, sequestrando due medici chirurghi di Carsoli (De Luca e Giuliani). Immediatamente, il sottintendente di Avezzano inviò un inquietante rapporto al capo della provincia, informandolo degli avvenimenti: «Processo Verbale per stupri violenti commessi dalla Comitiva di circa 34 Malviventi della banda Gasbarrone nel tenimento di Carsoli il 27 Luglio 1824», mettendo allo stesso tempo in allarme il Corpo Reale di Gendarmeria, 3ª Compagnia Luogotenenza di Avezzano. Nonostante ciò, ben otto mietitori furono barbaramente uccisi, mentre gli “insigni” sequestrati furono rilasciati dopo l’invio ai briganti d’ingenti somme. Tuttavia, nelle mire della banda, rimase preda ambita il barone Coletti di Tufo, scampato in seguito all’agguato.

La sera del 15 luglio dello stesso anno, i briganti comparvero spavaldi e sicuri nell’osteria detta «dell’Arco di Paterno» posta sulle rive del Lago di Fucino. Nel rapporto si legge: «Dopo aver mangiato circa sessanta panelle, del pesce salato, alcuni agli, e bevuto vino, se ne andarono via». Questa fu la versione dei fatti raccontata dall’oste e riferita al giudice di Celano dal gendarme Vincenzo Incorvati, di passaggio nella bettola per ragioni di servizio. Inoltre, il taverniere affermò che i masnadieri, dopo aver mangiato e bevuto «cacciarono dalle loro tasche molto denaro d’oro, fra il quale scelsero una piastra con la quale pagarono il conto». La stessa notte, il pastore Giuseppe Rosati e altri guardiani di mandrie al servizio del proprietario Antonio Rinaldi, nella masseria situata tra S.Jona e S.Potito, furono circondati all’improvviso presso il «Molino del Signor Piccone». Verso di loro non fu usata alcuna cortesia: all’istante vennero immobilizzati e rapinati, mentre due pecore furono uccise per essere subito mangiate dall’affamata combriccola. Nella deposizione del pecoraio celanese si legge tra l’altro: «… Quello che faceva da Capo era un uomo di giusta altezza, piuttosto pieno con giacca di velluto alla campagnola, e gli altri tutti colle ciocie parimenti vestiti di velluto, chi con calze braghe ed altri con calzoni, tutti però erano armati» (1).

NOTE

  • Questi brevi ma significativi avvenimenti sono stati estrapolati dal libro: D’Amore, Il Brigantaggio tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie nell’azione del capobanda Antonio Gasbarrone (1814-1825), Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, Ottobre 2016.

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