Terre Marsicane
La voce della Marsica

Brigantaggio postuniano

Falsificazioni e inattendibilità di Fulvio D’Amore
Indubbiamente, in quest’ultimo ventennio, un’eccessiva produzione di libri sul «fenomeno brigantaggio» (ormai chiunque si sente in grado di affrontare il complesso argomento con una certa superficialità), sta mettendo sempre più «in ridicolo» la drammatica situazione del 1860, nel tentativo di mettere a fuoco (spesso solo nell’ideologia pro o contro borbonici e piemontesi), un «momento critico e difficile dell’Unità d’Italia», ignorando del tutto di applicare all’argomento valutazioni storiche di critica pertinenti.

La crescita a dismisura di articoli e racconti (numerosi sono i giornalisti che ormai si improvvisano storici), molti dei quali pubblicati sul «web», invece di far chiarezza, alimentano a dismisura errate o approssimative informazioni, infarcite di retorica gratuita sulla storia del «brigantaggio postunitario».

Fino a che punto, dunque, occorre ricordare che avere la pretesa di scrivere un saggio (seppur coinciso e sintetico), richiede non soltanto competenze specifiche, esperienze e approccio critico delle fonti ma anche un talento scientifico-metodologico particolare (M.Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1969 (ed.or. 1942), con relativo impegno costante e adeguato?

Opinionisti, «tuttologi e qualunquisti», ormai abbondano ovunque, ancor più sulla rete informatica. Basti cliccare alla voce «brigantaggio» per rendersene conto: tutti scrivono; ognuno vuol dire la sua; si susseguono pareri e indicazioni completamente errati (per non dire sgrammaticati), fuorviando chiunque tenti di capirci qualcosa. Oltremodo, provocazioni semplicistiche in netta polemica con schieramenti ideologici ben precisi, hanno ridotto di molto il lavoro «serio e sereno» della discussione storica e del linguaggio specifico della critica, applicando alla materia ricette e schemi «passepartout». D’altra parte, in questo contesto, vanno nel contempo anche affermandosi fenomeni di accentuazione degli aspetti particolaristici di fanatismo, con polemiche sterili estese da fazioni avverse, nascondendo evidenti certezze con mascheramenti, paradossi o istrionismo. Visionari del pensiero o dialettici delle metafora, abbondano sull’intera rete, oscillando tra l’aforisma e la fatuità del luogo comune o delle frasi fatte.

Tenendo presente simili manifestazioni, non si vuole assolutamente disconoscere la possibilità che ognuno possa esprimere le proprie opinioni, ma solo intendiamo puntualizzare che bisogna, invece, riacquistare un valore culturale intrinseco di alcune discipline come la rigorosa «analisi storica», con precisi canoni fondanti il nostro sviluppo civile e intellettuale. Per questo, crediamo utile ricordare per tutta la storiografia, gli indispensabili strumenti della «ricerca storica» dall’Età Moderna all’Età Contemporanea, riflettendo sugli insegnamenti lasciati da Arnaldo Momigliano (1908-1987), uno dei più importanti studiosi della storiografia del mondo antico, che affermò più volte: «Lo storico capisce uomini e istituzioni, idee, fedi, emozioni, bisogni di individui che non esistono più. Capisce tutto ciò perché i documenti che ha davanti a se, debitamente interpretati, si presentano come situazioni reali».

Anche lo storico più accreditato, dovrebbe tener conto dei nuovi principi della «rivoluzione storiografica», iniziata quasi alla metà del ‘900 con esponenti di spicco nell’ambito europeo. Molti di loro hanno posto l’accento sull’economico e il sociale per abbattere sbarramenti e steccati tradizionali che ancora oggi, purtroppo, prevalgono come «pesante retaggio scolastico» di un paese come l’Italia a cui sembra non interessare troppo la propria storia nazionale.

Il rigore documentario, posto sempre alla base delle ricerche storiografiche (applicato possibilmente con onestà intellettuale oltre che con mestiere), romperà, infine, i limiti angusti degli eventi, per cercare di rilevare fatti e avvenimenti nascosti fino ad oggi nel profondo, nelle strutture, nella vita materiale, nelle coscienze e nella mentalità collettiva dell’epoca presa in considerazione.

Cercando di rispondere a simili trascorsi, occorre tener presente che un documento trovato in archivio, insegnerà sempre qualcosa sul passato e, soprattutto, se ben interpretato, potrà restituire una testimonianza determinante delle proprie radici.

Proprio per questo, l’attento studioso, dovrà attenersi a modalità interdisciplinari della sua ricerca ben precise.

Occorre anche tener presente, con ogni possibile attenzione, l’aspetto più delicato e problematico del rapporto tra fonti e storia. Anche quando sono disponibili magari in abbondanza determinati dati, essi non permetteranno mai una riproduzione automatica del passato; infatti, non rappresenteranno ognuno un frammento di una realtà oggettiva ricomponibile nel suo insieme per «semplice assemblaggio». Talvolta, anche la fonte in apparenza più diretta e precisa può essere in realtà sottilmente fuorviante, poiché ogni documento è reticente e tendenzioso insieme, in quanto «porta l’impronta e subisce le conseguenze della ragione per cui è stato prodotto e dei modi in cui è stato confezionato» (R.Bizzocchi, Guida allo studio della storia moderna, Editori Laterza,  Roma-Bari, 2009, p. 91).

Tra l’altro, si è in tal modo già posto in evidenza che alcune pratiche investigative degli ultimi venti anni, hanno portato alla luce, indubbiamente, saggi interessanti sul «fenomeno brigantaggio» nell’Italia meridionale, prima e dopo l’Unità. Oltremodo, occorre sottolineare, però, che troppo spesso, gli avvenimenti sono stati raccontati al lettore con faziosità e presa di posizioni che ne hanno svilito o ridotto, in definitiva, il vero contenuto storico.

È dunque necessario in questi ultimi anni tirare le somme, per riflettere e talvolta cambiare tendenza, pur sottolineando che la storia di migliaia di contadini, braccianti, pastori ed ex soldati borbonici è la “storia degli uomini” e si racconta al plurale, poiché nella civiltà e nella società tutto si lega e si condiziona vicendevolmente: la struttura politica e sociale, l’economia, la religione, le credenze, le tradizioni fino alle manifestazioni più sottili ed elementari scaturite dalla mente umana.

Peraltro, occorre sempre tener conto, che le finalità e gli obiettivi raggiunti da molti saggi, non sono mai una ricostruzione dei fatti «automatica» scaturita dai documenti, poiché la storia è sempre «problematica».

Tutto questo, in realtà, dovrebbe essere anche il senso e il valore di una «storia» che ci consenta di ricostruire e di comprendere un panorama continuamente variabile e in movimento.

Ne consegue l’esigenza di ribadire il punto di vista di cui si è già fatto cenno in altri nostri saggi sul «brigantaggio», dove la «revisione critica delle fonti», attraverso nuova documentazione d’archivio, rimane uno strumento indispensabile per il ricercatore proteso ad affrontare qualsiasi epoca storica, dall’Età moderna a quella Contemporanea.

In altre sedi, abbiamo già chiarito l’etimologia della parola «brigante», quasi sempre utilizzata in passato con una dicotomia, tra il delinquente di strada, termine ispirato dall’ideologia giacobina espressa nel 1806 e il partigiano del Borbone (quest’ultima definizione forse rimane più aderente alla realtà tra il 1860 e il 1870). Dovrà, dunque, ancora ribadirsi, che il termine dispregiativo di «brigante» (associato al ladrone di strada o al fuorilegge), venne appioppato ai ribelli per la prima volta nel Mezzogiorno dalle armi francesi, durante il «Decennio d’occupazione del regno di Napoli e dello Stato pontificio» (1806-1815).

Dalla disamina di numerosi documenti d’archivio, si evince che tra il Cinquecento e il Seicento, l’oppositore al regime era stato sempre definito: «bandito, fuoruscito, esule», pronto a rientrare in uno Stato o in una determinata regione, quando la situazione politica italiana o europea glielo permetteva (guerre franco-spagnole-austriache).

Per esempio, qualche secolo dopo, nei dispacci governativi dell’anno 1792, si legge delle pericolose scorrerie perpetrate da un nutrito gruppo di ribelli abruzzesi (Gaetano e Panfilo Pronio d’Introdacqua; Ferdinando Leone di Caporciano, Giovanni Cellini, detto Sacristanello di Raiano), definiti però nei rapporti della polizia borbonica, sempre come: «scorridori di campagna» o «fuorbandati» (ossia messi fuori da un bando). Tali appellativi, furono completamente ribaltati, appunto, nel 1806 dai francesi e nel 1860 dal nuovo regime italiano che, prendendo il via dalle ideologie illuministiche e anticlericali espresse dai «giacobini», considerò «legittimisti, reazionari e ex soldati borbonici» tutti alla stessa stregua, non certo come ribelli, belligeranti o guerriglieri che reagivano alla dura repressione imposta dall’esercito sardo-piemontese (vedi Stato d’Assedio e fucilazioni sommarie), bensì furono sempre trattati solo come «delinquenti comuni», meritevoli di sterminio.

D’altronde, l’esercito sardo-piemontese, composto da rigide gerarchie militari (conti, marchesi, baroni e principi di alto rango usciti dalle scuole militari), si rifiutò di considerare come belligeranti l’accozzaglia di irregolari dell’esercito borbonico e papalino, che mai attaccavano il nemico frontalmente come facevano tutti gli eserciti europei, adottando la più remunerativa guerriglia campale. Migliaia di rapporti, e ordinanze prefettizie ben lo dimostrano, laddove troveremo definizioni dispregiative a loro rivolte, come quelle di: «saccheggiatori, grassatori, assassini e briganti», nei confronti dei quali, occorreva emettere subito cospicue taglie.

I rivolgimenti dell’Italia meridionale tra il 1860 e il 1870, sono stati ormai trattati per sommi capi da attenti studiosi del settore (molti altri, purtroppo, seguitano a scopiazzare qua e là), i quali, in generale, rimangono concordi nell’ammettere che la repressione adottata dall’esercito sardo-piemontese nel Mezzogiorno fu spropositata, specialmente nei riguardi delle popolazioni contadine, che pagarono a caro prezzo il voler rimanere fedeli «al trono e all’altare», ossia ai legittimi sovrani borbonici e al Papa-Re.

Secondo i dati raccolti dalla rivista «La Civiltà Cattolica», l’organo a stampa più autorevole dello Stato pontificio (odiato dagli anticlericali repubblicani, garibaldini e piemontesi), alla data del 18 agosto 1869, risultavano fucilate nel Meridione ben 25.000 persone, senza contare altre vittime cadute in combattimento, morte al domicilio coatto sulle isole italiane, bruciate o disperse sulle montagne. Queste cifre, riportate dai gesuiti (attenti e critici osservatori in tempo reale degli avvenimenti), andranno sicuramente prese per difetto, facendo pensare a un numero di morti maggiore. Forse con analisi più dettagliate, potrà raggiungersi la probabile cifra di 50.000 morti, calcolati tra: reazionari, legittimisti, briganti, brigantesse, contadini, ecclesiastici, ecc.

Come ormai sappiamo, l’esercito sardo-piemontese (solo dal 4 maggio esercito 1861 italiano), ben si guardò dal promuovere statistiche aderenti alla reale situazione; né mai pubblicò dati precisi relativi alle perdite subite nei suoi ranghi.

Ormai, il quadro politico in cui si sviluppò il «brigantaggio postunitario» nelle zone del Mezzogiorno d’Italia e la relativa documentazione dei fondi pubblicati nei quattro corposi volumi «Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato», ne attesta ogni sfaccettatura, dimostrando quanto il fenomeno sia stato imponente (numeroso rimane il carteggio racchiuso nei fondi ancora da analizzare). Migliaia di nomi di capibanda, luogotenenti, brigantesse e «manutengoli», figurano nelle liste compilate dalle prefetture, dai tribunali militari di Guerra, nei processi delle Corti d’Assise e d’Appello. Oltremodo, i rapporti dei prefetti, quelli stilati dalle autorità civili e militari, le dichiarazioni, le corrispondenze locali, i manifesti e i bandi, danno la possibilità di scoprire episodi ancora inediti, che rivelano un numero sconcertante di: scontri, stragi, stupri, assalti, agguati e altri avvenimenti di rilievo, accaduti al momento dell’Unità in ogni paese d’Abruzzo e del Meridione.

Su questa marea di dati (aggiungiamo anche quelli cospicui dell’Archivio di Stato di Napoli, dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore di Roma e dell’Archivio di Stato di Torino), dovrebbe concentrarsi la riflessione e il dibattito di autorevoli studiosi che, invece, sta generando caoticamente il passaggio dal giudizio politico a quello storico.

Diverso atteggiamento, invece, è quello dimostrato in più occasioni dagli accademici che possono permettersi maggiore visibilità, sempre attenti a non dire troppo e molto defilati nelle discussioni su tali «fastidiose» tematiche. Seppur con sovrabbondanza oratoria, dimostrata attraverso apparizioni in note trasmissioni televisive, il loro giudizio sulla «questione brigantaggio», rimane più inutilmente e noiosamente «astratto».

Il lavoro di Franco Molfese (e alcuni dei suoi seguaci), rimane il primo coraggioso tentativo di dare un quadro d’insieme al «fenomeno», mostrando l’accentuarsi delle reazioni antiunitarie e poi l’esaurirsi intorno al 1870 del cosiddetto «grande brigantaggio», nonché le speranze precedenti di molti legittimisti europei, protesi a riorganizzare inutilmente in tutto il Meridione miriadi di bande armate subito dopo la capitolazione di Gaeta, della Cittadella di Messina e della piazzaforte di Civitella del Tronto. Squadre di ribelli che raggiunsero talvolta anche cifre considerevoli, capaci di generare disordini e preoccupazioni lungo la frontiera pontificia e nei paesi dell’entroterra appenninico, magari solo per compiere vendette personali contro i «traditori» o per difendersi dalla «caccia spietata» messa in atto da prefetti e militari, adottando il sistema di una devastante guerriglia campale.

Tra l’altro, occorre ricordare che lo storico (allora vicedirettore della biblioteca della Camera dei Deputati), ritrovò negli scantinati del palazzo una parte della «Relazione d’Inchiesta sul Brigantaggio», condotta dai parlamentari Massari e Castagnola, usandola per capire tutte le dinamiche dei moti contadini e le cause predisponenti (F.Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Nuovo Pensiero Meridiano (Quarta Edizione), Presso Encuadernaciones, S.A., Madrid, marzo 1983).

Dai numerosi documenti citati nelle fonti, molto significativi appaiono i complessi aspetti del «brigantaggio», specie quelli politico-sociali e di come l’esercito affrontò il difficile e del tutto inaspettato compito della «repressione  contadina».

Durante i plebisciti del 20-21 ottobre 1860 (tenuto conto delle modalità), le consultazioni elettorali furono un vero e proprio pasticcio, generando sommosse di piazza e tumulti. In realtà, Vittorio Emanuele II, con  l’ingresso repentino delle sue truppe dalla frontiera settentrionale del Tronto (12 ottobre 1860), voleva giustificare come sovrano liberale di fronte all’Europa, la preminenza assoluta dell’ordine pubblico nel regno delle Due Sicilie.

Tuttavia, gli elettori convocati alle urne furono appena un quarto degli abitanti ma votarono solo il 79%, dimostrando di fatto una volontà d’élite, certamente poco rappresentativa degli altri ceti sociali del Mezzogiorno. In tale ottica, si pone particolarmente in evidenza che, l’anno dopo (27 gennaio 1861), erano iscritti alle liste elettorali meno del 2% della popolazione con esclusione degli analfabeti e delle donne.

Nel bel mezzo di rivolte e tumulti di piazza, che avevano causato ovunque massacri, rapine, vendette, incendi e carcerazioni arbitrarie, il 3 novembre 1860, il «famigerato» generale sabaudo Ferdinando Pinelli, proclamò subito lo stato d’assedio per i distretti di Avezzano, L’Aquila e Cittaducale, riprendendo e applicando le modalità della Corte Marziale già dettate dal generale Manfredo Fanti e dal generale Enrico Cialdini con il noto «bando di Isernia» del 20 ottobre 1860, subito dopo la battaglia del Macerone. Ormai celebre rimane il suo telegramma inviato al governatore del Molise, quando il graduato sabaudo scrisse: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio. Oggi ho cominciato» (per l’intera questione, vedi: F. D’Amore, Viva Francesco II, Morte a Vittorio Emanuele! Insorgenze popolari e briganti in Abruzzo, Lazio e Molise durante la conquista del Sud 1860-1861, Controcorrente edizioni, Napoli, ottobre 2004).

Seguì la «Legge per la Repressione del Brigantaggio-Decreti e Regolamenti relativi» e quella della «Designazione ed invio al luogo del domicilio coatto» firmata dal Ministro dell’Interno Umbertino Peruzzi e approvate dal Senato e dalla Camera il 30 agosto 1863. Con ben nove articoli si stabiliva che tutti i colpevoli del reato di brigantaggio: «i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione, o coi lavori forzati a vita concorrendovi circostanze attenuanti» (A.S.Aq., Prefettura, Atti di Gabinetto, Anni 1863-1868, b. 13, fasc. 21).

Alle origini della «guerriglia antiunitaria». Che generò bande armate condotte da ex soldati borbonici tornati a casa, ci fu, dunque, la cosiddetta «reazione», il cui significato sta a dimostrare, dalla prospettiva di chi vi si oppone, una posizione ideologica e una prassi politica che si proponeva di ristabilire condizioni superate dalla «rivoluzione italiana», e si opponeva allo strapotere dei proprietari terrieri meridionali passati subito dalla parte dei «vincitori».

In definitiva, il «reazionario», dal punto di vista dei suoi oppositori, appariva colui che desiderava il ritorno a condizioni sociali, politiche, economiche superate da processi rivoluzionari o riformatori.

Nel periodo trattato, particolare rilevanza assume, appunto, la complessità del quadro storico, caratterizzato dall’inevitabile crollo del regime borbonico; dai nove mesi della sua resistenza, dimostrata soprattutto da ufficiali e soldati; dalle scomuniche lanciate dal Papa-Re; dalla repressione dell’esercito sardo-piemontese; dal comportamento camaleontico dei liberali moderati (i cosiddetti «galantuomini», proprietari terrieri e armentari, garibaldini e repubblicani); dalle cause scatenanti i tumulti di piazza; dalle mancate quotizzazioni, dalla questione demaniale e degli usi civici che seguitavano a creare ovunque malcontenti; dalla «reazione borbonica-clericale» del 1860-1861; dalla forzata annessione che scatenò una grave guerra civile tra garibaldini, repubblicani, filo-borbonici e clericali; dalle fucilazioni sommarie; dal ruolo assunto dalle donne «brigantesse»; dai malumori espressi specialmente dal ceto rurale lasciato in condizioni miserevoli; dall’intervento armato dei legittimisti europei; dal dissenso dei vescovi meridionali e dal formarsi di bande armate in circolazione in tutto il Meridione.

La consistenza numerica delle probabili forze ribelli o legittimiste scese in campo, venne calcolata anche in base alla documentazione trovata allora addosso al legittimista inglese James Bishop. Tra le sue carte nascoste nel bagaglio, si poteva leggere che in quel momento (fu arrestato dalla polizia italiana sulla carrozza che da Napoli si dirigeva verso Roma, via Capua, Gaeta, Terracina, il 2 aprile 1862 alle quattro del mattino), potevano scendere in campo, a favore dello spodestato Francesco II, ben 80.000 uomini, tra cui solo 16.353 non erano armati a dovere (eloquente il resoconto dal titolo: Papers relating the Treatment of Political Prisoners at Naples, and the Arrest of Mr.Bishop. Presented to the House of Commons by command of her Majesty (Despatches “calling attention to Statementsof Fact as the Condition of Southern Italy, made by Neapolitan Deputies”, &c. Italy Papers relating to the affairs of Italy, Correspondence respecting Southern Italy, London, Printed by Harrison and sons, pp. 1-21).

La frequenza ventennale degli archivi abruzzesi e non solo (Archivio di Stato di L’Aquila; Sezione di Archivio di Stato di Sulmona; Archivio di Stato di Teramo; Archivio di Stato di Chieti; Sezione di Archivio di Stato di Lanciano; Archivio di Stato di Pescara; Archivio di Stato di Roma; Archivio Segreto Vaticano; Archivio Centrale dello Stato; Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ) ci ha permesso, dopo un lavoro costante e faticoso, di individuare il numero delle formazioni armate che agivano nei territori montani dell’Abruzzo Ulteriore Secondo, L’Abruzzo Ulteriore primo e l’Abruzzo Citra.

Dall’analisi emerge che risultavano ben 360 le bande brigantesche in azione (tra cui molti elementi provenienti dallo Stato pontificio, dal Molise, dal Casertano o dal Frusinate), per un totale di circa 3.740 ribelli in circolazione fino al 1871. Ovviamente, tutti questi dati, andranno presi per tutti per difetto, puntualizzando quanto segue: nel primo momento della cosiddetta «reazione», bisogna tener conto che solo tra la Piana del Cavaliere, Tagliacozzo e Avezzano (ottobre 1860 febbraio 1861) marciarono al seguito del colonnello Klitsche de la Grange e poi del colonnello Francesco Saverio Luverà circa 2000-3000 contadini, esclusi i soldati borbonici e pontifici. Dopo questo periodo di «guerra civile», andrà considerato che le bande più numerose furono quelle di Luigi Alonzi, detto Chiavone (500 uomini circa); Domenico Coja, detto Centrillo (400 uomini circa); Bernardo Stramenga (200-300 uomini circa); Nunzio Tamburrini (100 uomini circa); Nunziato Mecola (300 uomini circa); Primiano Marcucci (195 uomini, circa) per un totale generale di briganti in circolazione in tutto l’Abruzzo, di circa 3.740 briganti, tenendo sempre conto  delle continue alleanze tra le bande abruzzesi con quelle delle regioni limitrofe.

Per esempio la banda di Domenicuccio De Vito era composta nel 1867 da circa 70 briganti; quella di Antonio Beneventano Del Bosco, comprendeva 60 elementi tra cui molti ex soldati borbonici; quella del laziale Luigi Andreozzi, era formata da 50 briganti circa; le comitive armate di Fuoco-Guerra-Ciccone, Pace, Cannone, Croce di Tola, Cedrone, raggiunsero anche la cifra di 200 briganti.

Alla luce di questa nostra statistica, con margini di errori plausibili, andranno aggiornati i risultati conseguiti allora dal Molfese e da qualche altro studioso, riferiti, però, a tutto il Meridione d’Italia.

Siamo ben certi, dopo oltre vent’anni di ricerche, che il dato emesso nel 1964 dall’insigne bibliotecario della Camera dei Deputati (Franco Molfese) non rimane più aderente alla realtà delle nuove statistiche e, quindi, andrà aggiornato.

Tenuto conto di margini di errore compatibili, si evince che le bande di guerriglieri erano formate dal 54%  di contadini, pastori e braccianti senza fissa occupazione; dal 14,6%  sbandati del disciolto esercito borbonico; dal 10,5 %  del ceto rurale renitente alla leva; dal 6,3%  dei disertori, pontifici o bersaglieri; dal 2% di ex religiosi; dal 2%  dei mezzadri; dal 2% dei militi della guardia nazionale; mentre per l’8,4%  il dato non rimane ben identificato.

Con le stesse modalità si ravvisa la percentuale dei condannati in rapporto agli imputati delle singole categorie. Il 22% appartenevano al ceto dei contadini (braccianti e pastori); il 10% faceva parte dei proprietari invischiati con le congiure borbonico-clericali; il 28% erano liberi professionisti (avvocati, notai e studenti); il 27% erano operai; ma il 90% dei condannati furono gli ecclesiastici.

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